
Italian Edition
Literature
Marianna Sirca
Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda
Un romanzo di amore, solitudine e trasgressione ambientato nella Sardegna aspra e poetica di Deledda.
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Book introduction
Marianna Sirca
Marianna Sirca racconta una donna divisa tra indipendenza, desiderio e ordine sociale. Grazia Deledda costruisce un dramma essenziale, dominato dal paesaggio sardo e da conflitti morali profondi.
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Grazia Deledda morì nel 1936; l’opera fu pubblicata nel 1915. Queste date sostengono la base di pubblico dominio per questa edizione.
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Marianna Sirca
Grazia Deledda
Preview chapterI.Preview
Marianna Sirca, dopo la morte di un suo ricco zio prete, del quale aveva ereditato il patrimonio, era andata a passare alcuni giorni in campagna, in una piccola casa colonica che possedeva nella Serra di Nuoro, in mezzo a boschi di soveri.
Era di giugno. Marianna, sciupata dalla fatica della lunga assistenza d’infermiera prestata allo zio, morto di una paralisi durata due anni, pareva uscita di prigione, tanto era bianca, debole, sbalordita: e per conto suo non si sarebbe mossa nè avrebbe dato retta al consiglio del dottore che le ordinava di andare a respirare un po’ d’aria pura, se il padre, che faceva il
pastore ed era sempre stato una specie di servo del fratello prete, non fosse sceso apposta dalla Serra a prenderla, supplicandola con rispetto:
— Marianna, dà retta a chi ti vuol bene. Obbedisci.
Anche la serva, una Barbaricina rozza, risoluta, che era in casa del prete da anni ed anni ed aveva veduto crescere Marianna, le preparò la roba, gliela caricò rudemente dentro la bisaccia come fosse la roba di un servo pastore, e ripetè:
— Marianna, dà retta a chi ti vuol bene: obbedisci.
E Marianna aveva obbedito. Aveva obbedito sempre, fin da quando bambina era stata messa come un uccellino in gabbia nella casa dello zio, a spandere la gioia e la luce della sua fanciullezza attorno al melanconico sacerdote, in cambio della possibile eredità di lui.
Montò dunque taciturna in groppa al cavallo di suo padre e appoggiò la mano alla cintura di lui, rispondendo con soli cenni del capo alla serva premurosa che le accomodava le sottane intorno alle gambe e le consigliava di non prendere aria alla notte.
— E non farla strapazzare, Berte Sirca!
Egli si mise un dito sulla bocca e spronò il cavallo; era di poche parole, anche lui, e con Marianna, del resto, non avevano molte cose da dirsi.
A misura che viaggiavano le additava solo questo e quel terreno, nominandone i proprietari; del resto lei conosceva i luoghi perchè tutti gli anni a primavera, tranne gli ultimi in cui il prete era stato malato, andava con lui ed i parenti a passare giornate intere nella tanca popolata di greggie e di armenti e dove una casa colonica aveva sostituito la primitiva capanna dei pastori sardi.
Fin dal primo giorno, lassù, si sentì meglio: il luogo era elevato, al confine tra il territorio di Nuoro e quello di Orune; la selva fioriva e una serenità infinita pareva si stendesse su tutta la terra.
Al terzo giorno Marianna sembrava già un’altra; la persona sottile un po’ curva s’era raddrizzata, il viso pallido alabastrino sotto le trecce larghe dei capelli neri lucidi aveva preso un colore opaco d’ambra e i grandi occhi placidi castanei riflettevano come quelli delle cerbiatte la luce verdognola del bosco.
Cadeva la sera del terzo giorno, ed ella sedeva davanti alla casa colonica, che era una piccola costruzione in pietra grezza con un riparo per il bestiame, una cucina e una stanza da letto: vedeva davanti a sè uno spiazzo grande erboso, con un sovero millenario nel mezzo e i cani legati al tronco; e al di là il verde dei prati che s’internavano nella foresta perdersi nell’ombra già cupa delle macchie e delle rocce, mentre alla sua destra, tra una fila d’alberi, la linea dei monti spiccava ancora azzurra sul cielo rosso del crepuscolo.
Era sola, coi cani che ogni tanto si alzavano per spiare e tosto tornavano ad accovacciarsi fra la polvere; ma aspettava il ritorno di suo padre e del pastore e l’arrivo di un parente che le aveva promesso una visita.
Era sola e tranquilla; nulla le mancava; aveva intorno a sè il suo vasto patrimonio custodito da un servo fidato e d’animo semplice qual era suo padre; e laggiù a Nuoro la sua casa era anch’essa custodita dalla serva fedele che alla notte non dormiva per vegliare contro i ladri.
Preview chapterII.Preview
Al buio, mentre cercava di addormentarsi nella sua stanzetta dove penetrava l’odore del bosco, Marianna rivedeva la figura di Simone nell’atto di afferrare la terra e balzare su come per dominare lei e tutte le cose intorno. Sì, così come dalla terra nuda, egli era balzato dalla sua oscura sorte di servo per diventare l’ospite temuto dei suoi stessi padroni. E lo vedeva guardarla dall’alto, con occhi dolci e terribili: se fossero stati soli egli l’avrebbe afferrata come una preda.
Eppure, comunque egli fosse, e sebbene il polso le ardesse ancora per la stretta di lui, ella si sentiva sempre la padrona; era certa che con un solo suo sguardo lo avrebbe sempre atterrato.
Le sembrava di rivederlo ragazzo, mandriano in quello stesso ovile, al servizio dei pastori dello zio: magro, alto, olivastro, sempre taciturno, col viso basso un poco reclinato a destra, come preoccupato da gravi pensieri, di tanto in tanto scuoteva la testa sul collo e volgeva intorno gli occhi luminosi. Ogni domenica la madre andava in casa dei padroni a chiedere notizie di lui come di un bambino alla scuola. Sì, egli si comportava bene: era fidato, attento, laborioso. Verso Pasqua tornava per fare il precetto pasquale, e a Natale accompagnava il padrone alla Messa di mezzanotte. Non guardava le donne, non beveva, non aveva vizi. Marianna non ricordava ch’egli le avesse mai mancato di rispetto. Ed ecco un giorno si era assentato dall’ovile e non aveva più fatto ritorno. La famiglia lo aveva pianto come morto, per mesi e mesi; si credeva, dapprima, ch’egli fosse stato presente a qualche misfatto e i malfattori, per evitare la sua testimonianza pericolosa, lo avessero ucciso, nascondendone il cadavere. La madre sola si ostinava a tornare di tanto in tanto da Marianna a chiedere notizie com’egli si trovasse ancora nell’ovile. Aveva un aspetto strano, a volte, la madre; pareva chiedesse ai padroni, ai quali lo aveva affidato quasi ancora bambino, che le restituissero il suo figliuolo.
Più tardi Simone aveva mandato sue notizie, e lei s’era chiusa nella sua casetta, per non più uscirne. Marianna, contenta di non vedersela più davanti con quei grandi occhi pieni di angoscia e di domande, s’era dimenticata del piccolo servo, come fosse davvero morto. Ed ecco invece egli adesso le balzava davanti, risorgeva dal sepolcro della sua miseria e afferrava quanto gli capitava sotto mano.
— Quello che è mio è mio e guai a chi lo tocca!
Tutte le parole di lui le restavano in mente, e cercava di contraddirle ancora, col pensiero; ma la replica di lui gliele ribatteva sul cuore. Si volse sul suo tettuccio e cercò di addormentarsi, sorridendo un po’ di sè stessa. Il sonno non veniva. Qualche cosa si interponeva tra lei e il sonno. È ancora lui; le stringe ancora il polso, fissandola minaccioso e implorante. Anche nel sogno si guardavano come si conoscessero da anni ed anni e uno sapesse dell’altra sino in fondo all’anima. Ella gli diceva:
— Io so che ti piaccio e che ti vuoi vendicare d’essere stato mio servo; — ed egli rispondeva: — So che tu aspettavi un uomo come me: eccomi, ti dò tutto di me, il bene e il male, ma ti prendo tutta, col tuo bene e col tuo male.
Si volse ancora, infastidita, accaldata. Sentiva bene che tutto questo era un sogno della sua fantasia eccitata dal passaggio di Simone nella solitudine dell’ovile; canzone passeggera come il mormorìo del bosco agitato nella notte dal vento di levate: forse Simone non sarebbe più ripassato nella sua vita, eppure.... eppure in fondo sapeva già che non era così. Egli sarebbe tornato. Le aveva messo un anello intorno al polso, di cui non era facile liberarsi. E di nuovo lo rivedeva nell’atto di guardarla tutta con uno sguardo intenso come la carezza di una mano amorosa; e sollevando gli occhi, nel buio, arrossiva sul suo guanciale come se il viso di lui pure intraveduto nel sogno che non ha consistenza, si accostasse al suo e il battito delle loro tempia si confondesse in un battito solo.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11X.
- 12XI.
- 13XII.
- 14XIII.
- 15XIV.
- 16XV.
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