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Italian Edition

Literature

Notturno

Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio

Una prosa frammentaria e visionaria nata dall’esperienza della guerra, della cecità e della memoria.

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Book introduction

Notturno

Notturno raccoglie una scrittura intensa, spezzata e sensoriale, composta tra dolore fisico, ricordo e visione. D’Annunzio trasforma l’esperienza bellica e l’immobilità in un laboratorio di stile moderno.

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This edition is based on a public domain text and has been prepared for digital reading by BooksWhale.

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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938 e Notturno fu pubblicato nel 1921. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio per questa edizione italiana.

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Notturno

Gabriele D’Annunzio

Notturno

Gabriele D’Annunzio

Aegri somnia.

Ho gli occhi bendati.

Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi.

Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v’è posata.

Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta.

Sento con l’ultima falange del mignolo destro l’orlo di sotto e me ne servo come d’una guida per conservare la dirittura.

I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l’articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato.

Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte.

La stanza è muta d’ogni luce. Scrivo nell’oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l’una e l’altra coscia come un’asse inchiodata.

Imparo un’arte nuova.

Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m’assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell’azione si fred dò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d’un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d’ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti.

M’era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m’era possibile vincere l’antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell’arte che non vuole intermediarii o testimonii fra la materia e colui che la tratta. L’esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga, ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato.

Sorrisi d’un sorriso che nessuno vide nell’ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d’una lampada bassa.

Ella deve avere il mento rischiarato come dal riverbero della sabbia cocente quando eravamo distesi l’uno accanto all’altra su la spiaggia pisana, nel tempo lieto.

La carta fa un fruscìo regolare che nella mia imaginazione evoca quello della risacca a piè delle tamerici e dei ginepri riarsi dal libeccio.

Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno.

Vedo la sabbia corrugata dal vento, rigata dall’onda.

Posso noverare i granelli, affon darvi la mano, riempirmene la palma, lasciarli scorrere fra le dita.

La fiamma cresce, la canicola infuria. La sabbia brilla nella mia visione come mica e quarzo. Mi abbarbaglia, mi dà la vertigine e il terrore, come il deserto libico quando quella mattina cavalcavo solo verso le tombe di

Sakkarah

Non ho difesa di palpebre né altro schermo. Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile.

Il giallo s’arrossa, il piano si travaglia. Tutto diventa irto e tagliente. Poi, come una mano creatrice foggia le figure nella creta cedevole, un soffio misterioso alza dalla distesa abbagliante rilievi di forme umane e bestiali.

Ora il fuoco solido è trattato come la pietra a scarpello.

Ho davanti a me una parete rigida di roccia rovente scolpita d’uomini e di mostri. A quando a quando sbatte come una immensa vela, e le apparizioni si agitano. Poi tutto fugge, portato via dal turbine rosso, come un mucchio di tende nel deserto.

Preview chapterALEXANDER SKRJABIN.Preview

cinquanta eredi del folle volo,

i figli d’Icaro e delle Sirene,

i nepoti di Dedalo dal Labirinto.

Generati negli antri glauchi

del Mare icario,

nel gineceo marino

delle cantatrici profonde,

dalla voluttà dell’eroe pennuto

converso in demone d’abisso.

Fuor del purpureo gorgo

eravam noi emersi all’aurora,

su l'orlo dell’isola scabra,

in un circo di rupi deserto.

Scossa la salsedine dalle penne,

le asciugavamo al meriggio,

dispiegandole a prova,

con alzate le braccia,

verso il cielo ceruleo

come la mammella materna.

Ala urtava contr’ala

nella latomia troppo angusta.

A ogni battito il fratello rompeva

contro il fratello le penne.

Il cuore si gonfiava d’altezza

come l’ala lieve al remeggio.

Arcato era sul pollice il piede.

Tenevamo pel pollice il sasso,

e il rimanente di noi

cerulei della cuna marina

s’incielava nell’ansia del volo.

Allora udimmo sonare la bùccina.

E il fremito fu contenuto.

Origliammo verso lo scoglio,

se non sopravenisse l’eroe

a sprigionarci

pietoso di tanta angoscia inesperta,

egli ch’era sommerso in eterno!

Ma un’ombra s’allungò sopra noi.

E tutti ci voltammo e gridammo,

e scorgemmo contro il cielo il nemico.

Enorme, tutto pugno e mascella,

tutto fauce senza parola

brandiva un’ascia grande,

l’ascia inventata da Dedalo,

che nel tronco intagliò il primo dio.

Disceso, entrava nel folto dell’ali frementi.

Ghermiva l’un di noi, e l’altro e poi l’altro.

A colpi d’ascia iterati

mozzava dalla spalla le penne.

Sprizzava sangue dal taglio,

che non per legami dedàlei

ma per nodi di tendini vivi

eran giunte al nostro sogno le penne.

Calpestavamo, sfuggendo, stridendo,

la straziata messe di penne.

Non restava l’ascia crudele.

Abbattuti, dal dolore convulsi,

sanguinavamo sopra le penne.

E un solo scampò nell’altezza.

Pontato su l’orrore fraterno,

prese lo spazio fatto dall’ascia,

per aprire i vanni e levarsi.

L’ala sua ci parve più grande.

Tinti del nostro sangue salso

vedemmo i suoi piedi contratti.

Guatava in su, ringhiando, la belva.

E tutti i nostri occhi eran pieni di cielo,

resupini su le penne tarpate.

E la stirpe era invitta nel volo.

Poi non dìttamo avemmo al dolore.

Niuno medicò le nostre piaghe,

se non la rugiada silente.

Bevve il pianto delle Sirene,

bevve la melodia delle Pleiadi,

con la silente rugiada,

la nostra angoscia notturna.»

Lo zoppo dai piedi di bronzo

Preview chapterAL. SKR.Preview

s’attarda nel passo discorde.

E la danzatrice

intorno gli danza

misurata e aerea come la voce puerile che solfeggia nella cantoria a mattutino.

Penosa nel calle del mondo

l’impronta va dietro l’impronta.

E la danzatrice

intorno gli danza

ventilata e tenue come la paglia d’avena che svola senza polvere brillando nel turbine repentino.

Il tonfo s’alterna col tonfo

sul suolo sonoro di tombe.

E la danzatrice

intorno gli danza

graduata e fluida come l’acqua che versano gli orci salendo e scendendo per la ruota della nòria a irrigare il giardino.

Un pugno d’uomini

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02ALEXANDER SKRJABIN.
  3. 03AL. SKR.
  4. 04AL. SKR.
  5. 05ANNOTAZIONE.
  6. 06SIA 9 B
  7. 07O
  8. 08G. D’A.

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