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Italian Edition

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Olanda

Italian BooksWhale Edition by Edmondo De Amicis

De Amicis attraversa città, paesaggi e musei olandesi, osservando pittura, vita quotidiana, acque e costruzione del territorio.

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Book introduction

Olanda

Edmondo De Amicis descrive l'Olanda attraverso un viaggio che unisce osservazione del paesaggio, incontri e visite alle città. Rotterdam, Delft, l'Aja, Haarlem, Amsterdam e altre tappe offrono occasioni per parlare di pittura, abitudini, commerci e rapporto con l'acqua. Il testo italiano segue l'intero itinerario del volume, fino al percorso da Groninga ad Arnhem.

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Edmondo De Amicis morì nel 1908. Questa edizione usa il testo originale italiano conservato da Project Gutenberg, senza pubblicità e apparati editoriali successivi.

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Preview chapterDedicaRead preview

A PIETRO GROLIER.

Preview chapterL’OLANDA.Preview

Chi guarda per la prima volta una grande carta dell’Olanda, si meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l’Olanda appartenga più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse, quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l’aspetto di fiumi, par che portino al mare nuovi mari; e quel mare che, quasi cangiandosi in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi; i laghi, le vaste paludi, i canali che s’incrociano in ogni parte, pare che un paese così screpolato debba da un momento all’altro disgregarsi e sparire. Si direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si pensa che gli abitanti, poichè c’è gente tanto ardita da starvi, non ci debbano dormire coll’anima in pace.

Pensai queste cose la prima volta che guardai una grande carta dell’Olanda, e mi venne il desiderio di sapere qualche cosa intorno alla formazione di questo singolare paese; e siccome quello che ne seppi mi determinò a fare il libro, lo scrivo qui, colla speranza che possa determinare altri a leggerlo.

Di un paese che non si conosce, si suol fare a chi lo vide questa domanda:—Che paese è?

Che paese sia l’Olanda l’hanno detto molti in poche parole.

Napoleone disse ch’è un’alluvione di fiumi francesi,—il Reno, la Schelda e la Mosa,—e con questo pretesto l’aggregò all’Impero. Uno scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un altro, un’immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un annesso del vecchio continente, la China dell’Europa, la fine della terra e il principio dell’oceano, una smisurata zattera di fango e di sabbia; e Filippo II—il paese più vicino all’inferno.

Ma sur un concetto furon tutti d’accordo, e lo espressero tutti colle stesse parole:—L’Olanda è una conquista dell’uomo sul mare,—è un paese artificiale,—lo fecero gli Olandesi,—esiste perchè gli Olandesi lo conservano,—sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.

Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l’Olanda com’era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che erravano in cerca di una patria.

L’Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi, come mari che si toccavano l’un l’altro; paludi accanto a paludi; sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e d’ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d’albero in albero senza toccare la terra. Le baie profonde portavano fin nel cuore del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano una volta all’anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, nè terra nè acqua, sulle quali non si poteva nè camminare nè navigare. I grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e s’addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate, velato da una nebbia perpetua, nel quale non s’udiva che il muggito delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini. I primi popoli che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti dei fiumi e dalle invasioni dell’oceano, e vivere su quelle alture come naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel primo quei popoli. Gli altri storici latini parlarono con pietoso rispetto di que’ barbari intrepidi che vivevano su «terre galleggianti» esposti alle intemperie d’un cielo spietato e alle collere del misterioso mare del Nord; e l’immaginazione si compiace a raffigurarsi i soldati romani che dall’alto delle estreme cittadelle dell’impero percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal cielo.

Preview chapterZELANDA.Preview

Se prima che io mi determinassi a fare un viaggio in Olanda, un professore qualunque di geografia m’avesse fermato allo svolto d’una strada, domandandomi bruscamente:—Dov’è la Zelanda?—sarei rimasto senza parola, e non credo d’ingannarmi, supponendo che un buon numero dei miei concittadini, a cui si facesse quella domanda, non troverebbero subito una risposta. Per gli Olandesi medesimi la Zelanda ha del mistero; pochissimi ci sono stati, e tra questi i più non fecero che attraversarla in battello; quindi se ne parla di rado e come d’un paese lontano. Dalle prime parole che intesi dire ai viaggiatori che salirono con me sul bastimento, quasi tutti belgi e olandesi, m’accorsi che anch’essi avrebbero veduto quella provincia per la prima volta; eravamo dunque tutti curiosi ad un modo; e il bastimento non era ancora partito che avevamo attaccato discorso, e ci aguzzavamo la curiosità reciprocamente, con domande alle quali nessuno sapeva rispondere.

Allo spuntare del sole, il bastimento partì, godemmo per un pezzo la vista del campanile della cattedrale d’Anversa, fatto di trina di Malines, come diceva Napoleone I, che n’era innamorato; e dopo aver toccato il forte di Lillo e il villaggio di Doel, uscimmo dal Belgio ed entrammo nella Zelanda.

Nel punto che si passa per la prima volta la frontiera d’uno Stato, per quanto si sappia che lo spettacolo non cangia tutt’a un tratto, si guarda intorno curiosamente come se tutto dovess’essere cangiato. Tutti infatti s’appoggiarono al parapetto del bastimento come per assistere all’apparizione improvvisa della Zelanda.

Per un buon tratto la curiosità rimase delusa: non si vedevano che lo sponde piane e verdi della Schelda, larga come un braccio di mare, e sparsa di banchi di sabbia, su’ quali raccoglievano il volo degli stormi di gabbiani gettando dei leggieri gridi; e il cielo purissimo non pareva punto cielo d’Olanda.

Si navigava fra l’isola di Zuid-Beveland e quella lista di terra che forma la riva sinistra della Schelda, chiamata Fiandra degli Stati o Fiandra Zelandese.

La storia di questa lista di terra è assai curiosa. Per lo straniero che entra in Olanda, essa è come la prima pagina della grande epopea che s’intitola: la lotta col mare. Nel medio evo non era che un vasto golfo con poche isolette. Questo golfo, sul principio del sedicesimo secolo, non esisteva più; con quattrocento anni di lento lavoro lo avevan cangiato in una fertile pianura difesa da dighe, solcata da canali e popolata di villaggi, che si chiamava la Fiandra Zelandese. Quando scoppiò la guerra dell’indipendenza, gli abitanti della Fiandra Zelandese, piuttosto che cedere la loro terra agli eserciti spagnuoli, apersero le dighe, il mare irruppe e distruggendo in un giorno il lavoro di quattro secoli riformò il golfo del medio evo. Finita la guerra d’indipendenza, si ricominciarono i lavori di prosciugamento, e dopo trecento anni la Fiandra Zelandese risalutò il sole e fu restituita al continente, come una figliuola risorta. Così in Olanda le terre sorgono, spariscono e riappaiono, a somiglianza dei regni delle novelle arabe, al tocco delle verghe dei maghi. La Fiandra Zelandese, divisa dalla Fiandra Belga dalla doppia barriera politica e religiosa, e separata dall’Olanda dalla Schelda, conserva i costumi, le credenze, l’impronta intatta del sedicesimo secolo. Le tradizioni della guerra contro la Spagna vi sono ancora vive e parlanti come d’un avvenimento del tempo. La terra è fertile, gli abitanti godono d’una prosperità straordinaria, hanno costumi severi, scuole, stamperie, e vivono così in pace nel loro frammento di patria rinata ieri, fino al giorno che il mare non la ridomandi per una terza sepoltura. Un Belga, mio compagno di viaggio, che mi diede queste notizie, mi fece osservare giustamente che gli abitanti della Fiandra Zelandese, quando inondarono le loro terre, benchè già sollevati contro la dominazione spagnuola, erano ancora cattolici, e che per conseguenza era seguìto a quella provincia lo strano caso di sprofondarsi nelle acque cattolica, e di tornare a galla protestante.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Dedica
  2. 02L’OLANDA.
  3. 03ZELANDA.
  4. 04ROTTERDAM.
  5. 05DELFT.
  6. 06L’AJA.
  7. 07LEIDA.
  8. 08HAARLEM.
  9. 09AMSTERDAM.
  10. 10UTRECHT.
  11. 11BROEK.
  12. 12ZAANDAM.
  13. 13ALKMAAR.
  14. 14HELDER.
  15. 15IL ZUIDERZEE.
  16. 16FRISIA.
  17. 17GRONINGA.
  18. 18DA GRONINGA AD ARNHEM.

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