
Italian Edition
Literature
Poemi conviviali
Italian BooksWhale Edition by Giovanni Pascoli
Pascoli rilegge il mondo antico con voce moderna, tra mito, memoria, erudizione e inquietudine poetica.
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Book introduction
Poemi conviviali
Poemi conviviali raccoglie componimenti ispirati alla Grecia, a Roma e alla tradizione classica. Giovanni Pascoli trasforma figure antiche in meditazioni liriche sul destino, la conoscenza e il dolore umano.
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Giovanni Pascoli morì nel 1912; l’opera fu pubblicata nel 1904. Queste date sostengono la base di pubblico dominio per questa edizione.
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Poemi conviviali
Giovanni Pascoli
Preview chapterSOLONPreview
Triste il convito senza canto, come
tempio senza votivo oro di doni;
chè questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e versa nelle coppe;
e dire in tanto grazïosi detti,
mentre la cetra inalza il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.
— Solon, dicesti un giorno tu: Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.
Ora te nè lontano ospite giova
nè, già vecchio, i bei cani nè cavalli
di solid’unghia, nè l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
Enovelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso — Apri: rispose;
alla rondine, o Phoco, apri la porta —
Erano le Anthesterïe: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino.
Entrò, col lume della primavera
e con l’alito salso dell’Egeo,
la cantatrice. Ella sapea due canti:
l’uno, d’amore, l’altro era di morte.
Entrò pensosa; e Phoco le porgeva
uno sgabello d’auree borchie ornato
ed una coppa. Ella sedè, reggendo
la risonante pèctide; ne strinse
tacita intorno ai còllabi le corde;
tentò le corde fremebonde, e disse:
Splende al plenilunïo l’orto; il melo
trema appena d’un tremolio d’argento...
Nei lontani monti color di cielo
sibila il vento.
Mugghia il vento, strepita tra le forre,
su le quercie gettasi... Il mio non sembra
che un tremore, ma è l’amore, e corre,
spossa le membra!
M’è lontano dalle ricciute chiome,
quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore,
come il sole: bello, ma bello come
sole che muore.
Dileguare! e altro non voglio: voglio
farmi chiarità che da lui si effonda.
Scoglio estremo della gran luce, scoglio
su la grande onda,
dolce è da te scendere dove è pace:
scende il sole nell’infinito mare;
trema e scende la chiarità seguace
crepuscolare.
La Morte è questa! il vecchio esclamò. Questo,
ella rispose, è, ospite, l’Amore.
Tentò le corde fremebonde, e disse:
Togli il pianto. È colpa! Sei del poeta
nella casa, tu. Chi dirà che fui?
Piangi il morto atleta: beltà d’atleta
muore con lui.
Muore la virtù dell’eroe che il cocchio
spinge urlando tra le nemiche schiere;
muore il seno, sì, di Rhodòpi, l’occhio
del timoniere;
ma non muore il canto che tra il tintinno
della pèctide apre il candor dell’ale.
Eil poeta fin che non muoia l’inno,
vive, immortale,
poi che l’inno (diano le rosee dita
pace al peplo, a noi non s’addice il lutto)
è la nostra forza e beltà, la vita,
l’anima, tutto.
Echi voglia me rivedere, tocchi
queste corde, canti un mio canto: in quella,
tutta rose rimireranno gli occhi
Saffo la bella.
Questo era il canto della Morte; e il vecchio
Solon qui disse: Ch’io l’impari, e muoia.
Preview chapterIL CIECO DI CHIOPreview
O Deliàs, o gracile rampollo
di palma, ai piedi sorto su del Cyntho,
alla corrente del canoro Inopo;
figlia di Palma; di qual dono io mai
posso bearti il giovanetto cuore?
Ché all’invito de’ giovani scotendo
gl’indifferenti riccioli del capo,
gioia t’hai fatto del vegliardo grigio
cui poter falla e desiderio avanza.
Elui su le tue lievi orme adducevi
all’opaca radura ed al giaciglio
delle stridule foglie, in mezzo ai pini
sonanti un fresco brulichìo di pioggia
presso la salsa musica del mare.
Nè già la bianca tua beltà celasti
a gli occhi della sua memore mano:
non vista ad altri, che a lui cieco e, forse,
al solitario tacito alcïone.
O Deliàs, e già finì la gara
de’ tunicati Iàoni: già tace
il vostro coro, grande meraviglia,
in cui nessuna di te meglio scosse
i procellosi crotali d’argento.
Ed il nocchiero su la nave nera
l’albero drizza, ed in su trae le pietre,
le gravi pietre su cui dondolando
dorme la nave nel loquace porto.
Ora un nocchiero addimandai: Nocchiero,
vago per l’onde come smergo ombroso,
dài ch’alla nave il pio cantore ascenda?
cieco uomo, e vive nella scabra Chio.
Così te veda un ospite all’approdo.
Tanto io gli dissi. Egli assentì; chè grande
è del cantore, ben che nudo e cieco,
la grazia in uno ardor di venti, in una
ai cuori alati ritrosia di calma.
Edi qual dono, o Deliàs, partendo,
né so per dove, su la nave nera,
posso bearti il giovanetto cuore?
Chè non possiedo, fuor della bisaccia
lacera, nulla, e dell’eburnea cetra.
Eil canto, industre che pur sia, non m’offre
se non un colmo calice ed un tocco
di pingue verro e, terminato il canto,
una lunga nel cuore eco di gioia.
Io cieco vo lungo l’alterna voce
del grigio mare; sotto un pino io dormo,
dai pomi avari: se non se talora
m’annunzïò, per luoghi soli, stalle
di mandrïani un subito latrato;
o, mentre erravo tra la neve e il vento,
la vampa da un aperto uscio improvvisa
nella sua casa mi svelò la donna
che fila nel chiaror del focolare.
Pur non già nulla dar non può, sì molto,
il cieco aedo; e quale a me tu dono,
negato a tutti, della tua bellezza,
offristi, donna; né maggior potevi;
tale a te l’offro, né potrei maggiore.
Cieco non ero, e ciò pascea con gli occhi,
che rumino ora bove pazïente;
e il fior coglievo delle cose, ch’ora
nella silenzïosa ombra mi odora.
Era per aspri gioghi il mio cammino,
degli uomini vetusti, antelunari.
Nacquero sopra le montagne nere,
che ancor la luna non correa su quelle:
nacque dopo essi, e palpitò per loro
gemiti strani. Era un meriggio estivo:
io sentiva negli occhi arsi il barbaglio
della via bianca, e nell’orecchio un vasto
tintinnìo di cicale ebbre di sole.
Ed ecco io vidi alla mia destra un folto
bosco d’antiche roveri, che al giogo
parea del monte salir su, cantando
a quando a quando con un improvviso
lancio discorde delle mille braccia.
Entrai nel bosco abbrividendo, e molto
con muto labbro venerai le ninfe,
non forse audace violassi il musco
molle, lambito da’ lor molli piedi.
Egiunsi a un fonte che gemea solingo
sotto un gran leccio, dentro una sonora
conca di scabra pomice; che il pianto
già pianto urgea con grappoli di stille
nuove, caduchi, e ne traeva un canto
dolce, infinito. Io là m’assisi, al rezzo.
Poi, non so come, un dio mi vinse: presi
l’eburnea cetra e lungamente, a prova
col sacro fonte, pizzicai le corde.
Così scoppiò nel tremulo meriggio
il vario squillo d’un’aerea rissa:
e grande lo stupore era de’ lecci,
ché grande e chiaro tra la cetra arguta
era l’agone, e la vocal fontana.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02SOLON
- 03IL CIECO DI CHIO
- 04LA CETRA D’ACHILLE
- 05I
- 06II
- 07III
- 08IV
- 09V
- 10VI
- 11VII
- 12LE MEMNONIDI
- 13I
- 14II
- 15III
- 16IV
- 17V
- 18VI
- 19VII
- 20ANTICLO
- 21I
- 22II
- 23III
- 24IV
- 25V
- 26VI
- 27VII
- 28IL SONNO DI ODISSEO
- 29I
- 30II
- 31III
- 32IV
- 33V
- 34VI
- 35VII
- 36I
- 37II
- 38III
- 39IV
- 40V
- 41VI
- 42VII
- 43VIII
- 44IX
- 45X
- 46XI
- 47XII
- 48XIII
- 49XIV
- 50XV
- 51XVI
- 52XVII
- 53XVIII
- 54XIX
- 55XX
- 56XXI
- 57XXII
- 58XXIII
- 59XXIV
- 60I
- 61II
- 62I
- 63I
- 64III
- 65SILENO
- 66I
- 67II
- 68I GEMELLI
- 69I
- 70II
- 71III
- 72IV
- 73V
- 74ALEXANDROS
- 75I
- 76II
- 77III
- 78IV
- 79V
- 80VI
- 81TIBERIO
- 82I
- 83II
- 84III
- 85IV
- 86GOG E MAGOG
- 87I
- 88II
- 89III
- 90IV
- 91V
- 92VI
- 93VII
- 94VIII
- 95IX
- 96Parte col sole. A un fonte va, di stelle
- 97X
- 98XI
- 99XII
- 100XIII
- 101XIV
- 102XV
- 103XVI
- 104XVII
- 105XVIII
- 106XIX
- 107I
- 108IN ORIENTE
- 109II
- 110IN OCCIDENTE
- 111II
- 112IV
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