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Profili e paesaggi della Sardegna cover

Italian Edition

Literature

Profili e paesaggi della Sardegna

Italian BooksWhale Edition by Paolo Mantegazza

Un viaggio ottocentesco in Sardegna osserva paesaggi, persone, poesia e condizioni sociali attraverso la curiosità partecipe di Paolo Mantegazza.

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Book introduction

Profili e paesaggi della Sardegna

Paolo Mantegazza racconta il suo incontro con la Sardegna, accostando descrizioni del territorio a osservazioni sugli abitanti e sulla vita dell’isola. Nei cinque capitoli il viaggio diventa un’indagine su costumi, lavoro, poesia e rapporti con il resto d’Italia. Alla meraviglia per i paesaggi si unisce l’attenzione per le difficoltà sociali. Questa edizione raccoglie la parola iniziale al lettore e il corpo del resoconto italiano, senza apparati di note.

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Paolo Mantegazza morì nel 1910. L’opera fu pubblicata nel 1869. Questa edizione utilizza il testo originale italiano di pubblico dominio.

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Preview chapterUNA PAROLA AL LETTORERead preview

Questo scritterello tirato giù alla buona, più col cuore che colla squadra, era destinato ad uscire modestamente in qualche rivista: ma in questi nostri tempi anche le riviste hanno i loro regolamenti, le loro frontiere, le loro dogane; e il mio lavoro, già piccino per sè, fece il caparbio e il superbuzzo, nè volle rassegnarsi a comparir pei giornali tagliato a fette, nè ci son riuscito a condurlo a più modesti consigli. Ecco perchè un libro, che non è un libro, vi compare impaginato, col suo frontispizio e il suo indice, col nome dell’editore nella prima pagina e colla triste parola di fine nell’ultima. Non badate però alla veste superba, perchè sotto la scorza c’è un galantuomo, che chiacchiera con voi senza pretensione di scrittore che voglia dir cose nuove o ripeter cose vecchie meglio degli altri.

Amando il vero più che il brevetto d’invenzione, io godrò assai di ripetere sulla Sardegna cose già dette da altri; ma ad un patto solo, ch’io sia riuscito cioè a farvi amare un’isola bellissima e infelicissima, che noi altri italiani abbiamo il torto di dimenticar troppo e di amar troppo poco.

Io poi vorrei dirvi un’altra parola che mi riguarda, e per farmela perdonare voglio rubarla al nostro Giusti. Voi sapete che l’Io è come le mosche, più le scacci e più ti ronzan d’intorno; sicchè devo confessare che ho scritto questo libro non libro per amor mio, per pagare almeno in parte un debito di riconoscenza verso i Sardi così cortesi, così ospitali, così delicatamente generosi. Mi parve che a saldare il conto non dovesse bastare quel po’ di lavoro utile che potrò fare in Palazzo Vecchio come membro della Commissione d’inchiesta e come deputato. Mi parve che fosse mio dovere scrivere una parola calda d’affetto per la Sardegna, farla conoscere anche a quei molti italiani che non possono leggere e studiare le grandi opere che son privilegio delle biblioteche e dei pochi signori che comprano i libri grossi e costosi.

Può darsi che la mia parola riesca qua e là severa od acerba; ma son sicuro che i miei amici di Sardegna non vi troveranno ombra di fiele. Chi molto ama, molto castiga; ed io amo fortemente quell’isola, così povera di presente, così ricca d’avvenire; e in nome di questo affetto fraterno, confido che l’asprezza sarà interpretata come burbera tenerezza d’un galantuomo, come rabbuffo amoroso d’amico ad amico.

Rimini, 2 agosto 1869.

Preview chapterCAPITOLO I.Preview

La Sardegna vuol essere amata. — Le città della Sardegna. — Cagliari. — I giardinetti e un pazzo di San Bartolomeo. — Sassari e una lezione di storia. — Le grandi e le piccole borgate della Sardegna. — I villaggi e gli stazzi.

Ho messo il piede in Sardegna con viva curiosità e dopo un lungo giro ho lasciato quell’isola con caldo amore: prima di conoscerla, era per me cosa curiosa; dopo averla conosciuta era per me cosa cara. Gli Italiani della penisola hanno un grave torto di dimenticare questa gemma del Mediterraneo; essi devono studiarla ed amarla; gli Italiani di Sardegna hanno il grave torto di spegnere la loro energia in queruli lamenti, cercando fuor di sè stessi l’origine e il rimedio dei loro mali. Or conviene che isola e penisola si perdonino a vicenda i loro peccati, e stringendosi in un potente amplesso, si preparino a tempi nuovi, e si mettano con forze comuni a fecondare una terra quasi deserta e che ha dinanzi a sè un avvenire senza confini, più splendido del suo passato ai tempi di Roma. Io sento nel cuore molti debiti verso la Sardegna e i suoi cortesi abitanti: come membro della Commissione d’inchiesta farò coi colleghi quanto sta in me, perchè il nostro lavoro non riesca infecondo; come operaio della penna vorrei con queste poche pagine far amare la Sardegna da tutti gli Italiani, invitarli a studiarla, ad accarezzarla. Io ho viaggiato gran parte del nostro pianeta e ho portato il piede in regioni quasi ignote a calcagno europeo: eppure ho trovato in questa italianissima nostra isola molte cose nuove, e belle e originali; e più d’una volta coi miei cari compagni di viaggio ho dovuto esclamare in coro: Oh perchè mai gli Italiani ignorano queste bellezze della loro patria? Oh perchè mai non vi portano i loro occhi per ammirare, le loro braccia per lavorare, il loro oro per raddoppiarlo?

La Sardegna è pur terra feconda e originale! Quasi ignota alle invasioni germaniche, è tesoro per l’etnografo e l’archeologo; e altrove non si saprebbero trovare alcuni tipi che in quell’isola rimasero purissimi, segregati dall’incrociamento moltiforme del medio evo. Un filologo e un antropologo troverebbero nello studio comparato dei dialetti e dei cranii sardi tali tesori da farne una scienza nuova e da ricostruire con facile e feconda fatica la fisiologia delle più antiche stirpi italiane. L’amante del bello trova in Sardegna paesaggi svariatissimi: coste dentellate come le foglie delle mimose; vergini foreste; pianure e stagni; colli e vere Alpi, dove il granito mostra i più bei fianchi ch’io m’abbia veduti al mondo. Costumi pittoreschi intatti da più secoli: tipi umani profondamente scolpiti; poesia popolare, passioni calde; rozze e ardenti nature poco o nulla mutate dagli attriti sociali, nè lisciate dalla pialla della moda francese; scene della natura geologica e umana, quali è difficile trovare altrove e ai tempi nostri; tutta una tavolozza di colori vivi e svariati che può dare materia d’opere immortali al poeta, allo scrittore, all’artista.

E poi in questo secolo affamato d’oro, tu trovi in Sardegna monti solcati da cento e mille filoni di piombo e sul piombo strati di zinco; e presso il piombo e lo zinco altri metalli che non aspettano che la mano del minatore per versare una larga vena di ricchezza nel sangue italiano. E su quei monti una terra che scalda e profuma i pampini delle vigne di Spagna e di Portogallo e promette in epoca non lontana una mina a fior di terra più ricca di quella metallica che s’addensa nelle viscere dei monti. E nel piano una terra che per ritornare ad essere granaio d’Italia, non aspetta che la magia d’una parola, il drenaggio.

Su questa terra benedetta dal sole, ricca di metalli, e di vino; di biade e di poesia, batte l’ali fuligginose un triste vampiro, la malaria; ma questa può e deve esser vinta dall’uomo, purchè il voglia. Nelle vene dei Sardi, intelligenti e morali, serpeggia un veleno più infesto della malaria alla salute di un popolo, ed è l’inerzia: malaria ed inerzia, le due grandi malattie della Sardegna; ma malattie curabili, perchè l’organismo è robusto e malgrado la ricca storia, ancor giovine; perchè quest’isola dà già segni di reazione della natura medicatrice; perchè quest’isola incomincia a voler essere medico di sè stessa. Anche Londra aveva la malaria e per opera dell’uomo è fra le città più salubri del mondo: anche i Tedeschi furono per anni e secoli inerti; ma l’inerzia fu vinta; e la Germania, dopo essersi messa a capo della scienza, ha fatto Sadowa.

Preview chapterCAPITOLO II.Preview

La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.

La Sardegna ha molte pianure vaste, deserte, malinconiche; ha lande che la ferrovia non ha ancora accorciate, che l’aratro non ha ancor rotte, e dove gli occhi stanchi e annoiati cercano invano un albero. Cisti dalle foglie rugose; lentischi troppo superbi per esser erbe, troppo nani per esser piante; asfodeli senza fine; qualche arbusto rachitico o spinoso, qualche oleastro bitorzoluto e coi rami contorti dalla lunga tortura della bufera marina. Mi ricordo che, andando da Nuramini per Villasor ed Uras verso Oristano, salutai il primo pioppo come un amico e mi fermai ad ascoltare il lieto mormorìo della brezza che cinguettava fra i suoi rami, fra le sue mille e mille foglie. Dopo gli stecchi con tosco delle lande deserte avevo finalmente dinanzi a me un albero grande, sano, che mi pareva un essere felice. In molte lande presso Porto Scuso e fra Seui e Cagliari vidi molti cespugli di ramerino selvatico che rallegravano gli occhi coi loro mille fiori violetti e ridestavano le narici a ricordi gastronomici. Io lo cimentai alla prova della casseruola e lo trovai assai più aromatico di quello che coltiviamo nei nostri orti.

Dove la pianura fu solcata dall’aratro, la landa è divenuta campo; ma le infinite siepi di opunzie del Campidano e la povertà degli alberi non fanno troppo lieti quei paesaggi della Sardegna. Anche i rari boschi di mandorli son piante troppo cinericcie e che sembrano accordarsi col glauco monotono e triste del cacto. A molte campagne sarde manca la prima allegrezza della casa colonica, dei cento campanili che alzano il capo petulante in mezzo ad una tavolozza tutta verde e tutta allegrezza. Di vivo per molte e molte miglia non vedete spesso che un branco di pecore, nere anch’esse per la maggior parte e che rodono silenziose le erbe fra le pietre sparse anch’esse qua e là come pugno di cenere sul capo di un penitente.

Il più bel paesaggio che la Sardegna deve all’industria umana è la foresta di aranci di Millis. Se visitate Oristano non dimenticate quel paradiso terrestre e scriverete nel vostro libro d’oro una giornata delle più care della vita: intendo sempre, se avete cuore d’artista, se sentite il santo amore della natura. Il villaggio è come molti altri della Sardegna; ma dovete visitarvi il palazzo del Marchese Boys di Putifigari coi suoi cento antenati; dovete gettare uno sguardo amoroso ad una chiesuola circondata da alberi altissimi; chiesuola dalle tinte grigie e dal simpatico rossiccio della terra cotta; tutta quanta coperta di edere, che come fiamme di razzi convergenti la abbracciano con strettissimo amplesso. E poi e poi convien gettarsi a corpo perduto, a cavallo o a piedi in quella foresta d’aranci, dove vi inebbriate d’un profumo orientale e vi trovate sul capo, fra i piedi, dapertutto, una pleiade di milioni d’arancie squisite, che si vendono fin 25 e 15 centesimi al centinajo, degne rivali per profumo e dolcezza delle sorelle di Palermo. Nel bosco d’aranci che apparteneva al capitolo della cattedrale d’Oristano e ch’io trovai in vendita vi sono alberi che danno più di 5000 frutti. È però nel bosco del Marchese Boys che trovate l’arancio più colossale, chiamato il re degli aranci; un uomo non lo può abbracciare, ha maestà e dignità dei maggiori fra i nestori del regno vegetale. Sotto quelle ombre deliziose crescono più modesti, ma più profumati gli alberetti delle mandarine, ch’io trovai ottime fra quante ho mangiate in Sicilia, in Africa e in America. Eppure quei preziosi alberetti si posson contar sulle dita; eppure a Millis imputridiscono ogni anno milioni d’aranci per mancanza di uomini, di strade, di un industria attiva e perspicace. La natura è feconda e impunemente prodiga; e l’uomo povero in mezzo alle ricchezze.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01UNA PAROLA AL LETTORE
  2. 02CAPITOLO I.
  3. 03CAPITOLO II.
  4. 04CAPITOLO III.
  5. 05CAPITOLO IV.
  6. 06CAPITOLO V.

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