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Italian Edition

Literature

Profumo

Italian BooksWhale Edition by Luigi Capuana

Un romanzo italiano del verismo su desiderio, matrimonio, malattia morale e tensione psicologica.

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Book introduction

Profumo

Profumo esplora passioni represse, ambiente familiare, inquietudine, moralità e osservazione realistica della vita borghese. Questa edizione italiana offre un accesso pulito a Capuana per lettori di narrativa verista, psicologia del personaggio e letteratura ottocentesca.

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Luigi Capuana morì nel 1915 e Profumo fu pubblicato per la prima volta nel 1892. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio del testo italiano usato in questa edizione.

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Profumo

Luigi Capuana

Al lettore

Io mi compiaccio - non ho nessuna ragione per nasconderlo - di questo mio romanzo che, nel 1891, accennava a un'evoluzione dell'arte contemporanea, manifestatasi apertamente alcuni anni dopo.

Immaginario paladino a ogni costo delle teoriche naturaliste o veriste, io smentivo col fatto la leggenda creata attorno al mio nome, trattando un soggetto che un critico autorevole ebbe a chiamare puro come un'ostia; e con esso non intendevo affatto rinnegare quei principii che vogliono per fondamento della creazione artistica l'osservazione della vita reale, ma mostrare unicamente che potevano benissimo applicarsi a soggetti di qualunque natura, perché nel mondo, per fortuna, accanto al male c'è il bene, accanto al senso il sentimento, accanto all'istinto la elevazione spirituale dell'umana coscienza.

È soltanto ora, rileggendo su le bozze di questa ristampa, dopo quasi dieci anni, il mio lavoro, ho capito perché mai quel critico da me citato si domandava: In qual parte del cuore, in qual remoto angolo della fantasia ha il Capuana trovato la vena di tanta tristezza? Non lo sapevo fino a giorni fa. Oggi lo so, o almeno credo di averlo indovinato.

Senza intenderlo nell'atto della concezione e dell'esecuzione, io venivo imbastendo un simbolo di me stesso e di parecchi altri che, al pari di me, hanno sbagliato la loro via, chiedendo alla vita più che essa non sia in grado di dare; non comprendendo, smarriti dietro un falso ideale, che il vero ideale è la realtà che si attua e si trasforma; la quale non è poi tanto disprezzabile, come io e parecchi altri abbiamo ingenuamente creduto.

Così, quel Patrizio Moro-Lanza, che non sapeva rassegnarsi ad accettare l'amore qual è, e che all'ultimo si decide a conciliarsi con esso perché finalmente capisce che la vita è l'ideale possibile, mi scaturiva dal fondo dell'immaginazione quasi chiuso rimpianto, e mi faceva fremere nel cuore un senso d'invidia per lui riuscito a fare quel che a me e a parecchi altri non è ancora riuscito.

Tanto è vero che nell'opera d'arte, quando è sincera, s'infiltra sempre qualcosa di più che l'autore non ha intenzione di mettervi e che, spesso, i lettori scorgono assai prima di lui.

Alle mie sorelle

e ai miei fratelli

affettuosissimamente

Roma, 6 febbraio, 1900

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Patrizio Moro-Lanza si sentiva da tre mesi così pienamente felice, che già cominciava a provare una superstiziosa paura, quasi presentisse che la sua cattiva sorte stesse in agguato a tramargli qualche crudele sorpresa. Gli pareva impossibile che la disdetta, da cui era stato perseguitato fin dalla fanciullezza, fosse ora cessata d'improvviso, appena entrata in casa di lui la bella e gentile persona divenuta da tre mesi la dolce compagna della sua vita. Avea notato, con grande meraviglia, che dal giorno del suo matrimonio tutto gli era riuscito bene. Fin le circostanze che da prima gli avevano prodotto un senso di stizza e di dispiacere, come l'improvviso traslocamento all'Agenzia delle Tasse di Marzallo e il vasto ex convento destinato da quel municipio per ufficio dell'Agenzia e per abitazione dell'Agente; fin queste circostanze si erano a un tratto mutate in favor suo e contribuivano a rendergli più deliziosa la cara solitudine della sua vita, fra la madre malaticcia sempre e sofferente e la giovane moglie che pareva gettasse attorno, per le malinconiche stanze della loro strana abitazione, sorridenti sprazzi di sole.

Il viaggio da Avola a Marzallo era stato tristissimo. Mattinata nebbiosa e piovosa, da far apparire brutte anche le magnifiche campagne, per le quali serpeggia la strada provinciale; freddo straordinariamente intenso, che prostrava, in fondo alla carrozza mal difesa, la povera signora Geltrude avviluppata nella pelliccia e mezza sepolta sotto la coperta da viaggio e gli scialli pesanti; rumoroso e continuo sobbalzare del legno che produceva grave sconcerto a Eugenia, diventata così smorta in viso da sembrare che dovesse da un momento all'altro svenirsi. E lungo l'interminabile viaggio, soltanto poche parole scambiate a voce bassa, quasi che tutta quella tristezza del cielo e della terra impedisse di parlare anche a lui che non soffriva, e che avrebbe voluto diminuire con qualche motto allegro la noia e la stanchezza di tante ore di carrozza.

Alla domanda: “Mamma, come ti senti?” la signora Geltrude rispondeva con un lieve cenno degli occhi socchiusi, rendendo più dura la espressione di quella ruga della fronte che la inesplicabile diffidenza di lei verso la nuora pareva segnasse, da qualche settimana, con maggiore energia. Patrizio dissimulava a stento il dispetto prodottogli dal contegno di sua madre, e a quella muta risposta, che forse intendeva ripetergli tante cose sentitesi dire e ridire prima del matrimonio, subito, come per compensarsi, rivolgeva a Eugenia la stessa domanda:

“Come ti senti?”

“Non mi far parlare; è peggio” ella rispondeva con un fil di voce.

E tornava ad appoggiare la stanca testa sul braccio sorretto da uno dei bracciali pendenti ai due lati del legno.

Allora tacevano tutti e tre, oppressi dall'uggia e dall'indisposizione fisica; intanto egli premeva più forte l'esile mano di lei, abbandonata tra le sue sotto la coperta stesa sui loro ginocchi, e le diceva a quel modo tutte le affettuosissime cose che le avrebbe dette con la parola, se si fossero trovati soli, o se sua madre non gliele avesse fatte morir in gola con quel broncio che le si era fissato sul volto a guisa di maschera.

Come mai non aveva pensato a provvedersi di un liquore esilarante o calmante?

Se lo rimproverava. E invece, con che cura non si era fatto preparare la cestina che conteneva la colazione, rimasta intatta in un angolo della carrozza perché la sofferenza di quelle due care persone toglieva l'appetito anche a lui! Tre o quattro volte avea cercato d'indurle a prendere qualche cosa da ristorarsi; il loro ostinato rifiuto non gli dava più animo d'insistere.

A intervalli pareva che il cielo stesse per ritornare sereno, e che la nebbia si sarebbe presto dileguata ai raggi del sole affacciatosi tra le nuvole squarciate dal vento. Le cime dei monti lontani apparivano come accennanti con un sorriso, dorate sopra un lembo di azzurro; già s'intravedevano, fantasticamente sfumati, alberi, casolari e ville in mezzo alla densa nebbia opalina qua e là iridata di riflessi.

“Guarda” egli diceva allegro “guarda, Eugenia, che bellezza!”

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Lusinga dell'immaginazione o realtà (che gliene importava?), quell'atto da credula femminuccia era servito intanto a liberarlo dall'indefinibile invasamento che lo aveva tormentato parecchie settimane. La mattina dopo, alla vista dei frantumi del bel vasetto arabo, pietosamente raccolti da Eugenia, Patrizio, sì, aveva sentito per un istante avvamparsi la faccia da una fiamma di rossore; e l'esclamazione: “Peccato!” sfuggita a Eugenia nel punto che i bricioli del vasetto schizzarono qua e là sfavillando, gli si era ripercossa nell'orecchio come un rimprovero. Lusinga dell'immaginazione o realtà (che gliene importava?), ora però poteva tranquillamente assaporare la sua vita nuova, come egli si compiaceva di chiamarla.

Da qualche tempo, il triste passato gli tornava più spesso alla memoria, quasi per fargli apprezzar meglio la serenità presente; talvolta indistinto, lontano; talvolta così vicino, così nitido, così particolareggiato, che uomini, cose, fatti, paesaggi parevano sorgergli improvvisamente dinanzi agli occhi e domandargli: Ricordi?... Ricordi?...

Oh, se ricordava!

Una notte, la balia era entrata nella cameretta di lui, e svegliàtolo, vestìtolo in fretta in fretta, così mezzo addormentato, avvoltolàtolo in uno scialle, se lo era tolto in collo, muta, con gli occhi rossi dal pianto. Egli s'era messo a piangere, gridando:

“Mamma! Mamma!”

“Zitto, poverino! Si va dalla mamma!” gli avea risposto la balia.

E si era chetato, anche per paura. Faceva buio; attraversavano vie deserte, e poi campagne alberate, dopo che un contadino lo aveva preso con sè a cavallo di una mula:

“Zitto, si va dalla mamma!”

E le strane forme delle piante e dei colli attorno intraviste sul cielo; e le viottole sprofondate fra scoscendimenti di terreno; e la nera figura della balia che seguiva a piedi la cavalcatura, asciugandosi gli occhi di tratto in tratto con un fazzoletto bianco, gli eran rimasti talmente impressi, che li rivedeva, dopo più di vent'anni, proprio come se li avesse visti il giorno avanti.

Poi avevano costeggiato un precipizio. Al barlume dell'alba, si scorgeva in fondo, tra gli ulivi, una casa con le finestre aperte e illuminate. Ombre umane passavano e ripassavano nel chiarore. Da quel lato, con prolungamento di voce, era stata gridata qualche domanda. L'uomo che lo teneva tra le braccia, su la mula, aveva risposto:

“Siii! Siii!”

E di là:

“Affrettatevi! Affrettatevi!”

La voce si era spenta per la vallata. Egli si stringeva a quell'uomo, spalancando gli occhi, sporgendo la testa per vedere a traverso le fronde degli alberi le finestre illuminate della casa che già gli pareva di riconoscere.

A questo punto, come se nella sua memoria fosse avvenuto uno strappo, egli non riusciva a ricordare altro che la figura di suo padre, smorta smorta, con la testa abbandonata sui guanciali, gli occhi semiaperti, senza sguardo, e un filo di sangue raggrumato in un angolo della bocca... E, subito dopo, baci della mamma che gli singhiozzava in volto:

“Figliuolino mio! Orfanello mio!...”

Oh, se ricordava! Se ricordava!

Sua madre vestita di nero. Per la casa silenziosa, un via vai di gente cattiva; lo capiva dalle lagrime di lei. E un rapido sparire di mobili, di stoffe, di quadri, ai quali si era affezionato senza sapere perché, forse perché li vedeva tutti i giorni. Persone ignote venivano e li portavano via.

“Non sono più nostri, mamma?”

“No!”

Per non farla scoppiare in pianto, com'era accaduto due volte all'ingenua domanda, egli avea continuato ad assistere in silenzio, con sguardo crucciato, alla desolazione di quello spoglio.

Portavano via specchi, tavolini, seggiole, libri!

Perché?

Avrebbe voluto saperlo. E non staccava gli occhi dai carri sopra i quali i facchini li ammonticchiavano nell'atrio, legandoli con funi, quasi tavolini, seggiole, poltrone, specchi avessero potuto scapparsene e tornare su, al posto dove erano stati tant'anni.

Appena i carri si avviavano lentamente e rumoreggiando sparivano sotto l'arco dell'atrio, egli correva al balcone che dava su la via, per vederli ancora fino alla svolta della cantonata. E, torvo, aggrappato alle sbarre della ringhiera, guardava, guardava, confusamente sentendo che qualche briciolo del suo cuoricino andava via assieme con tutti quegli oggetti. "Non sono più nostri!" Il salone, però, le camere, la cucina, la terrazza?... Non potevano portarle via, oh, no!... Eppure non avrebbe voluto aggirarvisi più, dal giorno che gli stanzoni vuoti cominciarono a impaurirlo, con gli echi che risuonavano da le volte quasi gli facessero il verso. Pur troppo quelle cattive persone, dal viso duro e dalle maniere scortesi, che venivano ogni giorno a tormentare la sua povera mamma, pur troppo alla fine si presero pure la camera della mamma, la cameretta di lui, la cucina, la terrazza e il gran salone dov'erano prima le stoffe rosse alle pareti, listate dall'alto al basso da comici a cartocci di legno dorato, sua viva ammirazione! Pur troppo, una sera a ora tarda, la mamma, pallidissima e con le mani ghiacce che le tremavano, lo aveva quasi trascinato fuori, lasciando gli uomini a raccattare gli ultimi pochi arnesi rimasti!

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I
  3. 03II
  4. 04III
  5. 05IV
  6. 06V
  7. 07VI
  8. 08VII
  9. 09VIII
  10. 10IX
  11. 11X
  12. 12XI
  13. 13XII
  14. 14XIII
  15. 15XIV
  16. 16XV
  17. 17XVI
  18. 18XVII
  19. 19XVIII
  20. 20XIX
  21. 21XX
  22. 22XXI
  23. 23XXII

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