
Italian Edition
Education
Prose della volgar lingua
Italian BooksWhale Edition by Pietro Bembo
Opera fondamentale sulla lingua italiana, il modello letterario, lo stile, Petrarca, Boccaccio e la tradizione volgare.
- Preview
- A sample from the prepared text
- Formats
- Online reader, EPUB, PDF
- Access
- Library claim
Book introduction
Prose della volgar lingua
Prose della volgar lingua è un classico di dominio pubblico selezionato con cura. Opera fondamentale sulla lingua italiana, il modello letterario, lo stile, Petrarca, Boccaccio e la tradizione volgare. Questa edizione BooksWhale valorizza metadati ordinati, titolo riconoscibile e contesto editoriale chiaro.
BooksWhale edition
How this edition was prepared
This edition is based on a public domain text and has been prepared for digital reading by BooksWhale.
Public domain basis
Why this edition can be shared
Prose della volgar lingua fu pubblicato per la prima volta nel 1525. Il testo scelto è di dominio pubblico ed è adatto alla preparazione editoriale BooksWhale.
Read preview
A sample from the prepared text
Preview selected from the prepared reader text.
Preview chapterPart 1Read preview
Prose della volgar lingua
Pietro Bembo
Italiani parliamo, e quanto è malagevole lo eleggere e trarne quello essempio, col quale piú tosto formar si debbano e fuori mandarne le scritture. Il che aviene perciò, che quantunque di trecento anni e piú per adietro infino a questo tempo, e in verso e in prosa, molte cose siano state in questa lingua scritte da molti scrittori, sí non si vede ancora chi delle leggi e regole dello scrivere abbia scritto bastevolmente. E pure è ciò cosa, a cui doverebbono i dotti uomini sopra noi stati avere inteso; con ciò sia cosa che altro non è lo scrivere che parlare pensatamente, il qual parlare, come s’è detto, questo eziandio ha di piú, che egli e ad infinita moltitudine d’uomini ne va, e lungamente può bastare. E perciò che gli uomini in questa parte massimamente sono dagli altri animali differenti, che essi parlano, quale piú bella cosa può alcun uomo avere, che in quella parte per la quale gli uomini agli altri animali grandemente soprastanno, esso agli altri uomini essere soprastante, e spezialmente di quella maniera che piú perfetta si vede che è e piú gentile? Per la qual cosa ho pensato di poter giovare agli studiosi di questa lingua, i quali sento oggimai essere senza numero, d’un ragionamento ricordandomi da Giuliano de’ Medici, fratel cugin vostro, che è ora Duca di Nemorso, e da messer Federico Fregoso, il quale pochi anni appresso fu da Giulio papa secondo arcivescovo di Salerno creato, e da messer Ercole Strozza di Ferrara, e da meser Carlo mio fratello in Vinegia fatto, alquanti anni adietro, in tre giornate, e da esso mio fratello a me, che in Padova a quelli dí mi trovai essere, poco appresso raccontato, e quello alla sua verità, piú somigliantemente che io posso, in iscrittura recandovi, nel quale per aventura di quanto acciò fa mestiero si disputò e si disse. Il che a voi, Monsignore, come io stimo, non fia discaro, sí perché non solo le latine cose, ma ancora le scritte in questa lingua vi piacciono e dilettano grandemente, e tra le grandi cure che, con la vostra incomparabile prudenza e bontà le bisogne di santa Chiesa trattando, vi pigliate continuo, la lezione delle toscane prose tramettete, e gli orecchi date a’ fiorentini poeti alcuna fiata (e potete ciò avere dal buon Lorenzo, che vostro zio fu, per succession preso, di cui molti vaghi e ingeniosi componimenti in molte maniere di rime e alcuni in prosa si leggono) e sí ancora per questo, che della vostra città di Firenze e de’ suoi scrittori, piú che d’altro, si fa memoria in questo ragionamento, dalla quale e da’ quali hanno le leggi della lingua che si cerca, e principio e accrescimento e perfezione avuta.
Perciò che essendo in Vinegia non guari prima venuto Giuliano, il quale, come sapete, a quel tempo Magnifico per sopranome era chiamato da tutti, nel tempo che voi et egli e Pietro e il cardinale de’ Medici suoi fratelli, per la venuta in Italia e in Firenze di Carlo ottavo Re di Francia di pochi anni stata, fuori della patria vostra dimoravate (il qual cardinale, la Dio mercé, ora papa Leon decimo e Signor mio, a voi ha l’ufficio e il nome suo lasciato) e i due che io dissi, messer Federigo, che il piú giovane era, e messer Ercole, ritrovandovisi per loro bisogne altresí, mio fartello a desinare gl’invitò seco; sí come quegli uomini, i quali e per cagion di me, che amico e dell’uno di lor fui e degli altri ancor sono, e perché il valevano, egli amava e onorava sopra gli altri. Era per aventura quel dí il giorno del natal suo, che a’ dieci dí di dicembre veniva; né ad esso doveva ritornar piú, se non in quanto infermo e con poca vita il ritrovasse, perciò che egli si morí a’ trenta dí del dicembre che seguí appresso. Ora avendo questi tre con mio fratello desinato, sí come egli mi raccontava, e ardendo tuttavia nella camera nella quale essi erano, alquanto dallor discosto, un buon fuoco, disse messer Ercole, il quale per accidente d’infermità sciancato e debole era della persona: - Io, Signori, con licenza di voi, al fuoco m’accosterò, non perché io freddo abbia, ma acciò che io non l’abbia. - Come a voi piace - rispose a messer Ercole mio fratello; e agli altri due rivoltosi, seguitò: - Anzi fie bene che ancor noi vi ci accostiamo. - Accostiamvici - disse Giuliano - ché questo rovaio, che tutta mattina ha soffiato, acciò fare ci conforta. - Perché levatisi, e messer Federigo altresí, e avvicinativisi, e recatovi da’ famigliari le sedie, essi a sedere vi si posero al dintorno; il che fatto, disse messer Ercole a Giuliano: - Io non ho altra fiata cotesta voce udito ricordare, che voi, Magnifico, rovajo avete detto, e per aventura se io udita l’avessi, intesa non l’averei, se la stagione non la mi avesse fatta intendere, come ora fa; perciò che io stimo che rovajo sia vento di tramontana, il cui fiato si sente rimbombare tuttavia. - A che rispostogli da Giuliano che cosí era; e di questa voce, d’una cosa in altra passando, venuti a dire della volgar lingua, con la quale non solamente ragioniamo tuttodí, ma ancora scriviamo; e ciascuno degli altri onoratamente parlandone, e in questo tra sé convenendo, che bene era lo scrivere volgarmente a questi tempi; messer Ercole, il quale solo della latina vago, e quella cosí lodevolmente, come s’è veduto, in molte maniere di versi usando, quest’altra sempre sí come vile e povera e disonorata scherniva, disse: - Io non so per me quello che voi in questa lingua vi troviate, perché si debba cosí lodarla e usarla nello scrivere, come dite. Ben vorrei e sarebbemi caro, che o voi aveste me a quello di lei credere persuaso che voi vi credete, in maniera che voglia mi venisse di scrivere alle volte volgarmente, come voi scrivete, o io voi svolgere da cotesta credenza potessi e, nella mia openione traendovi, esser cagione che voi altro che latinamente non scriveste. E sopra tutto, messer Carlo, vorre’ io ciò potere con messer Pietro vostro fratello, del quale sicuramente m’incresce, che essendo egli nella latina lingua già avezzo, egli la tralasci e trametta cosí spesso, come egli fa, per iscrivere volgarmente -. E cosí detto, si tacque.
Preview chapterPart 2Preview
Tacevasi, detto fin qui, messer Federigo, e gli altri affermavano che egli dicea bene, ciascun di loro a queste ragioni altre prove e altri argomenti aggiugnendo, quando messer Ercole: - Ben veggo io - disse - che troppo dura impresa ho pigliata, a solo e debole con tre contendere cosí pronti guerrieri e cosí spediti. Pure perciò che piú d’onore mi può essere lo avere avuto ardire di contrapormi, che di vergogna se averrà che io vinto e abbattuto ne sia, io seguirò tuttavia, piú tosto per intendere da voi delle cose che io non so, che per contendere. E, lasciando le altri parti da canto, se la nostra volgar lingua non era a que’ tempi nata, ne’ quali la latina fiorí, quando e in che modo nacque ella? - Il quando - rispose messer Federigo - sapere appunto, che io mi creda, non si può, se non si dice che ella cominciamento pigliasse infino da quel tempo, nel quale incominciarono i Barbari ad entrare nella Italia e ad occuparla, e secondo che essi vi dimorarono e tenner piè, cosí ella crescesse e venisse in istato. Del come, non si può errare a dire che, essendo la romana lingua e quelle de’ Barbari tra sé lontanissime, essi a poco a poco della nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente pigliando, e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in processo di tempo e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e dell’una e dell’altra ritenesse, che questa volgare è, che ora usiamo. La quale se piú somiglianza ha con la romana, che con le barbare avere non si vede, è perciò che la forza del natío cielo sempre è molta, e in ogni terra meglio mettono le piante che naturalmente vi nascono, che quelle che vi sono di lontan paese portate. Senza che i Barbari, che a noi passati sono, non sono stati sempre di nazione quegli medesimi, anzi diversi; e ora questi Barbari la loro lingua ci hanno recata, ora quegli altri, in maniera che ad alcuna delle loro grandemente rassomigliarsi la nuova nata lingua non ha potuto. Con ciò sia cosa che e Francesi e Borgognoni e Tedeschi e Vandali e Alani e Ungheri e Mori e Turchi e altri popoli venuti ci sono, e molti di questi piú volte, e Goti altresí, i quali una volta frall’altre settanta anni continui ci dimorarono. Successero a’ Goti i Longobardi; e questi primieramente da Narsete sollecitati, sí come potete nelle istorie aver letto ciascuno di voi, e fatta una grande e maravigliosa oste, con le mogli e co’ figliuoli e con tutte le loro piú care cose vi passarono e occuparonla e furonne per piú di dugento anni posseditori. Presi adunque e costumi e leggi, quando da questi Barbari e quando da quegli altri, e piú da quelle nazioni che posseduta l’hanno piú lungamente, la nostra bella e misera Italia cangiò, insieme con la reale maestà dell’aspetto, eziandio la gravità delle parole, e a favellare cominciò con servile voce; la quale, di stagione in stagione a’ nepoti di que’ primi passando, ancor dura, tanto piú vaga e gentile ora che nel primiero incominciamento suo non fu, quanto ella di servaggio liberandosi ha potuto intendere a ragionare donnescamente. - Deh voglia Idio, - a queste parole traponendosi disse subitamente il Magnifico - che ella, messer Federigo, a piú che mai servilmente ragionare non si ritorni; al che fare, se il cielo non ci si adopera, non mostra che ella sia per indugiarsi lungo tempo, in maniera e alla Francia e alle Spagne bella e buona parte de’ nostri dolci campi donando, e alla compagnia del governo invitandole, ce ne spogliamo volontariamente a poco a poco noi stessi; mercé del guasto mondo, che, l’antico valore dimenticato, mentre ciascuno di far sua la parte del compagno procaccia e quella negli agi e nelle piume disidera di godersi, chiama in aiuto di sé, contra il suo sangue medesimo, le straniere nazioni, e la eredità a sé lasciata dirittamente in quistion mette per obliqua via. - Cosí non fosse egli vero cotesto, Giuliano, che voi dite, come egli è - rispose messer Ercole - che noi ne staremmo vie meglio che noi non istiamo. Ma lasciando le doglianze adietro, che sono per lo piú senza frutto, se la volgar lingua ebbi incominciamento ne’ tempi, messer Federigo, e nella maniera che detto avete, il che a me verisimile si fa molto, il verseggiare con essa e il rimare a qual tempo incominciò, e da quale nazione si prese egli? Con ciò sia cosa che io ho udito dire piú volte che gl’italiani uomini apparata hanno questa arte, piú tosto che ritrovata. - Né questo ancora sapere minutamente si può - rispose messer Federigo. - È il vero, che in quanto appartiene al tempo, sopra quel secolo, al quale successe quello di Dante , non si sa che si componesse, né a noi di questo fatto memoria piú antica è passata; ma dello essersi preso da altri, bene tra sé sono di ciò in piato due nazioni: la Ciciliana e la Provenzale. Tuttavolta de’ Ciciliani poco altro testimonio ci ha, che a noi rimaso sia, se none il grido; ché poeti antichi, che che se ne sia la cagione, essi non possono gran fatto mostrarci, se non sono cotali cose sciocche e di niun prezzo, che oggimai poco si leggono. Il qual grido nacque perciò, che trovandosi la corte de’ napoletani re a quelli tempi in Cicilia, il volgare, nel quale si scriveva, quantunque italiano fosse, e italiani altresí fossero per la maggior parte quelli scrittori, esso nondimeno si chiamava ciciliano, e ciciliano scrivere era detto a quella stagione lo scrivere volgarmente, e cosí infino al tempo di Dante si disse. De’ Provenzali non si può dire cosí; anzi se ne leggono, per chi vuole, molti, da’ quali si vede che hanno apparate e tolte molte cose gli antichi Toscani, che fra tutti gl’italiani popoli a dare opera alle rime sono senza dubbio stati primieri, della qual cosa vi posso io buona testimonianza dare, che alquanti anni della mia fanciullezza ho fatti nella Provenza, e posso dire che io cresciuto mi sono in quella contrada. Perché errare non si può a credere che il rimare primieramente per noi da quella nazione, piú che da altra, si sia preso -.
Preview chapterPart 3Preview
Avea messer Federigo al suo ragionamento posto fine, quando il Magnifico e mio fratello, dopo alquante parole dell’uno e dell’altro fatte sopra le dette cose, s’avidero che messer Ercole, tacendo e gli occhi in una parte fermi e fissi tenendo, non gli ascoltava, ma pensava ad altro. Il quale, poco appresso riscossosi, ad essi rivolto disse: - Voi avete detto non so che, che io, da nuovo pensamento soprapreso, non ho udito. Vaglia a ridire, se io di troppo non vi gravo. - Di nulla ci gravate, - rispose il Magnifico - ma noi ragionavamo in onore di messer Federigo, lodando la sua diligenza posta nel vedere i provenzali componimenti, da molti non bisognevole e soverchia riputata. Ma voi di che pensavate cosí fissamente? - Io pensava, - diss’egli - che se io ora, dalle cose che per messer Federigo e per voi della volgar lingua dette si sono persuaso, a scrivere volgarmente mi disponessi, sicuramente a molto strano partito mi crederei essere, né saperei come spedirmene, senza far perdita da qualche canto; il che, quando io latinamente penso di scrivere, non m’aviene. Perciò che la latina lingua altro che una lingua non è, d’una sola qualità e d’una forma, con la quale tutte le italiane genti e dell’altre che italiane non sono parimente scrivono, senza differenza avere e dissomiglianza in parte alcuna questa da quella, con ciò sia cosa che tale è in Napoli la latina lingua, quale ella è in Roma e in Firenze e in Melano e in questa città e in ciascuna altra, dove ella sia in uso o molto o poco, ché in tutte medesimamente è il parlar latino d’una regola e d’una maniera; onde io a latinamente scrivere mettendomi, non potrei errare nello appigliarmi. Ma la volgare sta altramente. Perciò che ancora che le genti tutte, le quali dentro a’ termini della Italia sono comprese, favellino e ragionino volgarmente, nondimeno ad un modo volgarmente favellano i napoletani uomini, ad un altro ragionano i lombardi, ad un altro i toscani, e cosí per ogni popolo discorrendo, parlano tra sé diversamente tutti gli altri. E sí come le contrade, quantunque italiche sieno medesimamente tutte, hanno nondimeno tra sé diverso e differente sito ciascuna, cosí le favelle, come che tutte volgari si chiamino, pure tra esse molta differenza si vede essere, e molto sono dissomiglianti l’una dall’altra. Per la qual cosa, come io dissi, impacciato mi troverei, che non saperei, volendo scrivere volgarmente, tra tante forme e quasi facie di volgari ragionamenti, a quale appigliarmi -.
Allora mio fratello, sorridendo: - Egli si par bene - disse - che voi non abbiate un libro veduto, che il Calmeta composto ha della volgar poesia, nel quale egli, affine che le genti della Italia non istiano in contesa tra loro, dà sentenza sopra questo dubbio, di qualità che niuna se ne può dolere. - Voi di poco potete errare, messer Carlo, - rispose lo Strozza - a dire che io libro alcuno del Calmeta non ho veduto, il quale, come sapete, scritture che volgari siano e componimenti di questa lingua, piglio in mano rade volte o non mai. Ma pure che sentenza è quella sua cosí maravigliosa che voi dite? - È - rispose mio fratello - questa, che egli giudica e termina in favore della cortigiana lingua, e questa non solamente alla pugliese e alla marchigiana o pure alla melanese prepone, ma ancora con tutte l’altre della Italia a quella della Toscana medesima ne la mette sopra, affermando a’ nostri uomini, che nello scrivere e comporre volgarmente niuna lingua si dee seguire, niuna apprendere, se non questa -. A cui il Magnifico: - E quale domine lingua cortigiana chiama costui? con ciò sia cosa che parlare cortigiano è quello che s’usa nelle corti, e le corti sono molte: perciò che e in Ferrara è corte, e in Mantova e in Urbino, e in Ispagna e in Francia e in Lamagna sono corti, e in molti altri luoghi. Laonde lingua cortigiana chiamare si può in ogni parte del mondo quella che nella corte s’usa della contrada, a differenza di quell’altra che rimane in bocca del popolo, e non suole essere cosí tersa e cosí gentile. - Chiama - rispose mio fratello - cortigiana lingua quella della romana corte il nostro Calmeta, e dice che, perciò che facendosi in Italia menzione di corte ogniuno dee credere che di quella di Roma si ragioni, come tra tutte primiera, lingua cortigiana esso vuole che sia quella che s’usa in Roma, non mica da’ romani uomini, ma da quelli della corte che in Roma fanno dimora. - E in Roma - disse il Magnifico - fanno dimora medesimamente diversissime genti pure di corte. Perciò che sí come ciascuno di noi sa, molti cardinali vi sono, quale spagniuolo, quale francese, quale tedesco, quale lombardo, quale toscano, quale viniziano; e di molti signori vi stanno al continuo che sono ancora essa membri della corte, di strane nazioni bene spesso, e molto tra sé differenti e lontane. E il Papa medesimo, che di tutta la corte è capo, quando è valenziano, come veggiamo essere ora, quando genovese e quando d’un luogo e quando d’altro. Perché, se lingua cortigiana è quella che costoro usano, et essi sono tra sé cosí differenti, come si vede che sono, né quelli medesimi sempre, non so io ancor vedere quale il nostro Calmeta lingua cortigiana si chiami. - Chiama, dico, quella lingua, - disse da capo mio fratello - che in corte di Roma è in usanza; non la spagniuola o la francese o la melanese o la napoletana da sé sola, o alcun’altra, ma quella che del mescolamento di tutte queste è nata, e ora è tra le genti della corte quasi parimente a ciascuna comune. Alla qual parte, dicendogli non ha guari messer Trifone Gabriele nostro, a cui egli, sí come ad uomo che udito avea molte volte ricordare essere dottissimo e sopra tutto intendentissimo delle volgari cose, questa nuova openion sua là dove io era isponea, come ciò potesse essere, che tra cosí diverse maniere di favella ne uscisse forma alcuna propria, che si potesse e insegnare e apprendere con certa e ferma regola sí che se ne valessino gli scrittori, esso gli rispondea, che sí come i Greci quattro lingue hanno alquanto tra sé differenti e separate, delle quali tutte una ne traggono, che niuna di queste è, ma bene ha in sé molte parti e molte qualità di ciascuna, cosí di quelle che in Roma, per la varietà delle genti che sí come fiumi al mare vi corrono e allaganvi d’ogni parte, sono senza fallo infinite, se ne genera et escene questa che io dico, la quale altresí, come quella greca si vede avere, sue regole, sue leggi ha, suoi termini, suoi confini, ne’ quali contenendosi valere se ne può chiunque scrive. - Buona somiglianza - disse il Magnifico seguendo le parole di mio fratello - e bene paragonata; ma che rispose messer Trifone a questa parte? - Rispose - disse mio fratello - che oltra che le lingue della Grecia eran quattro, come esso dicea, e quelle di Roma tante che non si numererebbono di leggiere, delle quali tutte formare e comporne una terminata e regolata non si potea come di quattro s’era potuto, le quattro greche nella loro propria maniera s’erano conservate continuo, il che avea fatto agevole agli uomini di quei tempi dare alla quinta certa qualità e certa forma. Ma le romane si mutavano secondo il mutamento de’ signori che facevano la corte, onde quella una che se ne generava, non istava ferma, anzi, a guisa di marina onda, che ora per un vento a quella parte si gonfia, ora a questa si china per un altro, cosí ella, che pochi anni adietro era stata tutta nostra, ora s’era mutata e divenuta in buona parte straniera. Perciò che poi che le Spagne a servire il loro pontefice a Roma i loro popoli mandati aveano, e Valenza il colle Vaticano occupato avea, a’ nostri uomini e alle nostre donne oggimai altre voci, altri accenti avere in bocca non piaceva, che spagniuoli. Cosí quinci a poco, se il cristiano pastore, che a quello d’oggi venisse appresso, fosse francese, il parlare della Francia passerebbe a Roma insieme con quelle genti, e la cortigiana lingua, che s’era oggimai cotanto inispagnuolita, incontanente s’infranceserebbe, e altrettanto di nuova forma piglierebbe, ogni volta che le chiavi di S. Pietro venissero a mano di posseditore diverso di nazione dal passato. Ora, allo ’ncontro, molte cose recò il Calmeta in difesa della sua nuova lingua, poco sustanzievoli nel vero e a quelle somiglianti che udito avete, volendo a messer Trifone persuadere, che il parlare della romana corte era grave, dolce, vago, limato, puro, il che diceva dell’altre lingue non avenire, né pure della toscana cosí apieno. Ma egli nulla di ciò gli credette, né gliele fece buono in parte alcuna; onde egli o per la fatica del ragionare, o pure perciò che messer Trifone non accettava le sue ragioni, tutto cruccioso e caldo si dipartí -.
Table of contents
Inside this edition
- 01Part 1
- 02Part 2
- 03Part 3
- 04Part 4
- 05Part 5
- 06Part 6
- 07Part 7
- 08Part 8
- 09Part 9
- 10Part 10
- 11Part 11
- 12Part 12
- 13Part 13
- 14Part 14
- 15Part 15
- 16Part 16
- 17Part 17
- 18Part 18
- 19Part 19
- 20Part 20
Language availability
Other languages
Additional language editions are not published yet. This section will link to other BooksWhale editions when they become available.
Request another language