
Italian Edition
Literature
Rassegnazione
Italian BooksWhale Edition by Luigi Capuana
Un uomo colto riconsidera le proprie ambizioni e i rapporti affettivi, mentre la vita mette alla prova le sue costruzioni ideali.
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Book introduction
Rassegnazione
Luigi Capuana affida al racconto personale del protagonista un confronto fra aspirazioni intellettuali, immaginazione e responsabilità quotidiane. Le relazioni familiari e amorose costringono a misurare la distanza tra l’immagine di un uomo superiore e le conseguenze delle sue scelte. Il romanzo segue la progressiva trasformazione di queste convinzioni, fino a una diversa idea del dovere e dell’esistenza.
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Luigi Capuana morì nel 1915. Il testo italiano originale appartiene al pubblico dominio; questa edizione esclude note editoriali successive, illustrazioni e materiale pubblicitario.
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Rassegnazione
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Ogni volta che ricordo mio padre, lo rivedo come in quel giorno, presso la finestra del suo largo studio, alto, aitante della persona, coi folti capelli brizzolati che gli mettevano una specie di aureola attorno alla fronte, con la barba fluente su l'ampio torace; e mi par di sentirne risonare la parola a scatti, accompagnata da vivacissimi gesti che rivelavano tutta la foga della sua anima forte ed equilibrata.
Era tornato da un viaggio in Francia e in Inghilterra per affari.
—Ora pensiamo a te!—mi aveva detto.
Avevo compiuto i miei studi liceali ed ero rimasto quattro anni incerto, esitante intorno alla professione da scegliere. Egli mi aveva lasciato libero di studiare a modo mio per scoprire in me l'indizio di qualche vocazione più spiccata; e non avevo scoperto niente. Vivevo appartato dalla società, divorando da mattina a sera libri di ogni genere, prendendo appunti, disegnando nelle ore in cui mi sentivo affaticato dalla lettura, ricevendo qualche visita di pochi amici studiosi al pari di me, ma che tramezzavano gli studi coi divertimenti, con gli esercizi corporali, e che io ammiravo grandemente perchè non potevo imitarli.
Ero timido, ombroso per la coscienza, della mia debole costituzione fisica che i medici avevano tentato invano di fortificare con ricostituenti di ogni sorta. L'aria della campagna—mia madre aveva passato due anni, con me in una villa comprata a posta dal babbo—mi era giovata pochino.
—Il ragazzo è sano,—aveva concluso finalmente il dottore.—Non sarà mai un atleta come il babbo; bisognerebbe rimpastarlo. Cessiamo di rimpinzarlo con troppi intrugli farmaceutici. La natura farà da sè, tra qualche anno.
Ero però rimasto mingherlino, palliduccio, serio più che all'età mia non convenisse. Avevo studiato bene, ma senza entusiasmo; continuavo a studiare. Ed ora, sul punto di varcare il limite della giovinezza ed entrare nella virilità—avevo vent'anni—mi sentivo tuttavia fanciullo di corpo e di spirito.
Riflettendo, certe volte mi sembrava di essere qualcosa di mostruoso, una creatura il cui regolare sviluppo fosso stato impedito da misteriose circostanze e che rimarrebbe tale per tutta la vita.
Per ciò, quel giorno, appena mio padre mi domandò che cosa pensassi di fare pel mio avvenire, io non seppi rispondere altrimenti che con uno scoppio di pianto dirotto.
Egli mi prese affettuosamente per le mani, stupito, domandandomi replicatamente:
—Perchè?
E siccome io non davo nessuna risposta, così, rilasciatemi, con un gesto d'impazienza e di contrarietà, le mani, si mise a passeggiare su e giù per lo studio, borbottando:
—Sei un fanciullo! Proprio un fanciullo!
Poi mi si accostò di nuovo, accigliato. Avevo alzato la testa per guardarlo in viso, per chiedergli scusa di quel pianto che tentavo invano di frenare.
—Il torto è mio,—esclamò.—Ti ho abbandonato troppo a te stesso. Avrei dovuto farti dolce violenza, sospingerti nella vita, iniziarti all'azione, strapparti ai libri…. Me ne accorgo in tempo. Per gli affari—soggiunse dopo breve pausa—non hai fibra resistente; e poi, bisognava cominciar di buon'ora, intendo per gli affari che ho fatto e faccio io….
Si era fermato quasi gli fosse sembrato meglio riserbare per sè quel che stava per dirmi. E, mutando tono di voce, continuò:
—Ho lavorato per te, com'era mio dovere. Tu non mi avevi chiesto di metterti al mondo; era giusto che pensassi io a renderti la vita meno triste e meno difficile che non fosse stata per me. Ci son riuscito. Non ti ho fatto milionario; i milioni, checchè ne dicano, non si trovano a ogni piè sospinto. Sei però ricco a bastanza da poter dire:—Voglio questo, con questi mezzi.—Ma risolviti. La vita è azione; ormai dovresti saperlo. Se i libri e lo studio non te l'hanno fatto capire, vuol dire che non giovano a niente. Quelli che io ho letti mi son serviti sempre a qualche cosa. Non ho mai studiato pel solo gusto di studiare, neppure quando avevo la tua età. Già allora me ne mancava il tempo; dovevo lottare contro la cattiva sorte. Per me, se il pensiero non diventa azione, azione di qualunque natura, è assolutamente cosa vana. Che intendi di fare?
Preview chapterII.Preview
La mia timidezza proveniva, in gran parte, dal convincimento della inferiorità fisica a cui mi credevo condannato, e dal sentimento della mia inferiorità intellettuale che giudicavo dovesse risultare da quella.
Non già che io mi stimassi uno sciocco, no; sapevo benissimo quel che valevo; valevo quanto molti altri. Ma che importava? Non valevo però tanto da essere assai più di molti altri. Misuravo la distanza frapposta tra quel che sapevo di essere e quel che avrei voluto e non avrei potuto mai essere, e mi sentivo preso da scoraggiamento che mi rendeva eccessivamente severo con me stesso, fino a farmi giudicare inutile qualunque sforzo, anzi inutile la vita medesima! Avrei voluto essere un braccio, una mano; e potevo appena fare la funzione di un meschino strumento in mano altrui, caso che ci fosse stato chi avesse voluto adoprarmi in qualche umile circostanza. Non sapevo rassegnarmi.
In quei quattro anni, ero passato per una serie di prove tentate una dietro all'altra, non la speranza che, forse, quando meno me l'attendevo e da dove meno l'attendevo, sarebbe venuta fuori la coscienza della mia vita, la ragione del mio avvenire.
Ecco, invece, quel che n'era venuto fuori.
Ma prima debbo dire di un'altra anomalia del mio organismo.—Debole, ero poco sensibile; e avrei dovuto essere l'opposto.
Non mi eccitavo per nulla; non avevo scatti di ribellione o di allegria, come gli altri fanciulli. Ripensando, oggi, le mie sensazioni di allora, rimettendomi con la immaginazione in quello stato, mi sento intorpidito, impacciato, incapace di ricevere intero l'urto delle impressioni esterne, di trasformarlo, di assimilarlo; quasi mi mancasse l'attitudine della resistenza, quasi i miei nervi fossero stati di bambagia.
Era proprio così. Tutto veniva a posarvisi, ad adagiarvisi cautamente, dolcemente, sofficemente. E non posso prolungar molto questo sforzo dell'immaginazione per rivivere la mia fanciullezza e spiegarmela. Soffro ora quel che non soffrivo allora; mi sento mancar l'aria, mi sento imprigionato dentro me stesso; e mi vengono le lagrime agli occhi per quegli anni così smorti, così tristi, per quella, sto per dire, mia anticipata vecchiezza.
Soltanto una volta avevo avuto un lampo di coscienza durante il grigio torpore dei primi anni di scuola. Uno dei miei compagni mi aveva chiamato:—Mummia! Mummiaccia!—Dal tono della voce avevo capito che quella parola, di cui non intendevo il significato, doveva esprimere un'ingiuria; e, tornato a casa, avevo subito domandato alla mamma:
—Mummia, che vuol dire?
La mamma, poverina, me lo aveva spiegato bene; ed io ero rimasto pensieroso tutta la giornata, intento a indovinare quale relazione passasse tra una mummia e me.
—Non sono una persona morta!—pensavo.
Intanto l'idea che uno avesse potuto ingiuriarmi con quel nome, cioè che avesse potuto giudicarmi quasi persona morta, imbalsamata, fasciata—questi particolari avevano fatto maggiore impressione su la mia fantasia—mi die' per parecchi giorni un profondo senso di tristezza.
—Se colui ha potuto dirmi: Mummia!—riflettevo,—significa che ha veduto in me qualcosa che gli ha richiamato la mummia alla memoria.
Barlume di coscienza infantile, sparito presto e non rinnovatosi più.
Non godevo e non soffrivo.
Ricordo le sensazioni della mia vita di campagna, nella deliziosa villa comprata a posta dal babbo. Vi sono tornato spesso, in questi ultimi tempi, e principale occupazione colà è stata sempre quella di ricostruirmi con tutti i particolari la mia vegetazione di allora; non posso chiamarla altrimenti.
Le belle giornate, il verde dei campi, il canto degli uccelli, le acque scorrenti, le stesse affettuose premure della mamma, la compagnia dei bambini del mezzadro, niente penetrava a fondo dentro di me, niente riusciva a produrre un'eco di sentimento nella mia povera animuccia.
Restavamo soli colà, mia madre ed io, per mesi e mesi. Il babbo era costretto a viaggiare spesso dagli affari, dalle speculazioni commerciali, o era trattenuto in città. Scriveva quasi ogni giorno per avere notizie di me e s'impazientiva di non riceverle quali le avrebbe volute. Capivo questo dall'espressione del viso della mamma mentre leggeva la lettera tenendomi tra i ginocchi; lo capivo dalla sua invariabile esclamazione:
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11X.
- 12XI.
- 13XII.
- 14XIII.
- 15XIV.
- 16XV.
- 17XVI.
- 18XVII.
- 19XVIII.
- 20XIX.
- 21XX.
- 22XXI.
- 23XXII.
- 24XXIII.
- 25XXIV.
- 26XXV.
- 27XXVI.
- 28XXVII.
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