
Italian Edition
Literature
Rubè
Italian BooksWhale Edition by Giuseppe Antonio Borgese
Un classico di pubblico dominio su crisi morale, dopoguerra, ambizione, ideologia, coscienza moderna e borghesia.
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Rubè
Rubè di Giuseppe Antonio Borgese è un’opera importante per chi vuole leggere crisi morale, dopoguerra, ambizione, ideologia, coscienza moderna e borghesia nella tradizione italiana. Questa edizione italiana presenta il testo originale di pubblico dominio in una forma pulita per lettura online, EPUB e PDF.
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Rubè fu pubblicato per la prima volta nel 1921. Questa edizione utilizza il testo originale italiano di pubblico dominio, basato sull’antichità dell’opera e sui diritti scaduti.
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Rubè
Giuseppe Antonio Borgese
Preview chapterParte 1Preview
PARTE PRIMA
I
La vita di Filippo Rubè prima dei trent’anni non era stata apparentemente diversa da quella di tanti giovani provinciali che calano a Roma con una laurea in legge, un baule di legno e alcune lettere di presentazione a deputati e uomini d’affari. Veramente egli aveva portato qualcos’altro del suo, segnatamente una logica da spaccare il capello in quattro, un fuoco oratorio che consumava l’argomentazione avversaria fino all’osso e una certa fiducia d’essere capace di grandi cose, postagli in cuore dal padre; il quale era segretario comunale a Calinni, e, conoscendo bene l’Eneide in latino e la vita di Napoleone in francese, giudicava che tutti, a cominciare da se medesimo, fossero intrusi in questo mondo fuorché i geni e gli eroi. Ma l’essersi messo nello studio dell’onorevole Taramanna gli aveva piú nociuto che giovato, tanta era l’oppressione di quell’uomo massiccio tutto scuro che lo soverchiava dalla spalla e gli toglieva il sole. Sebbene la sua eloquenza fosse piú fine e la sua preparazione piú esatta, si sentiva schiacciato da quell’uomo privo di grammatica e di scienza che traversava gli ostacoli, senza neanche guardarli, col passo di un elefante nella boscaglia e, quando il suo discepolo perorava in Tribunale come un Mirabeau, fabbricava barchette di carta con una negligenza spontanea non ispirata da invidia. Talvolta, la sera, Filippo gli esponeva accalorandosi la sua idea per vincere una lite o per decidere una lotta politica; ma Taramanna, che aveva fretta di giocare a poker, lo ascoltava restandosene in piedi e, lasciatolo arrivare al piú bello, gli piantava la mano sulla spalla e con una risata di negro che non sapeva essere bonaria lo inchiodava concludendo: «Magnifico! Ma la vita non è fatta cosí».
Come fosse fatta, e che cosa fosse propriamente la vita, Filippo si domandava la mattina dopo passando davanti allo specchio, con gli occhi che nella solitudine aveva un po’ cavi e allucinati, ma poi volontariamente ammansiva per apparire normale ai clienti e ai colleghi. La vita non era certo la professione; di cui gli restava nel cervello, dopo il sonno popolato d’immagini stracche, né piú né meno di ciò che resta dentro la campana quando ha cessato di battere. Durante il giorno ci si riappassionava e spesso viveva qualche ora brillante; ma a tarda sera, mettendo la chiave nella serratura della camera mobiliata, lo poteva cogliere un subitaneo ribrezzo come se stesse per vedere l’anima sua simile a un anfiteatro dopo la rappresentazione del circo equestre: un infinito sbadiglio con cicche di sigarette e bucce di arance.
Altre volte la vita di cui avrebbe voluto rendersi ragione gli pesava come un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né piú ripassasse a ritirarlo; lo affliggeva come una lettera che ingiallisse reclamando risposta. Ma di rispondere non aveva tempo. Prima di guardare a comodo il panorama e di riconoscere i luoghi doveva finire quel pezzo di erta salita senz’ombra che si chiamava la conquista del pane e del companatico non meno indispensabile del pane. Il padre continuava a mandargli puntualmente due fogli da cento ogni mese perforandoli con uno spago di cui fissava i capi con dei bolli di ceralacca sulla busta dell’assicurata, cosí austeramente meticolosa che pareva un ammonimento e Filippo non la apriva finché non ne avesse bisogno. Ma stentava, malgrado tanti elogi dei magistrati e dei conoscenti, a triplicare quella somma, e se aveva il vestito nuovo il cappello era un po’ unto, e quando la cravatta era fresca le scarpe di coppale erano un po’ sgraffiate, sicché conveniva non accavallare comodamente le gambe stando a conversare la sera sui canapè fiorati di casa Taramanna per timore che il lucernario liberty ne illustrasse in pieno ogni ruga e magagna. Anche gli dispiaceva dopo mezzanotte, svoltando la cantonata della sua strada, la luce del pubblico fanale allumacata sui vetri chiusi della camera deserta, e avrebbe preferito vederne respirare il riflesso d’un paralume verde presso cui vegliasse aspettandolo una giovane moglie. Non c’era che da scegliere tra le cinque figlie di Taramanna; ma quando ridevano tutte in una volta, quasi distribuendosi le parti di un cànone, o quando sciamavano per le vie tutte vestite della stessa mussola di seta a ghirlande, pareva impossibile sposarne una sola senza accollarsi tutto il casato.
Preview chapterParte 2Preview
«Perché non mi parlate mai della mia disgrazia?»
Egli arrossí invece di lei, e cercò una risposta:
«A che scopo?»
«Il vostro silenzio mette una distanza fra voi e me.»
Ricominciarono automaticamente a passeggiare.
«Mia madre» essa riprese, dopo qualche istante che era sembrato molto lungo, «è piú infelice che colpevole. Finché noi figlioli fummo piccoli, la sua giornata era piena di tante piccole cure diligenti. Ci rivedeva i compiti di scuola, ci rammendava le calze. Vi assicuro che era buona e ammirabile. Poi, quando fummo cresciuti, diventò come una disoccupata. Era cosí strana in questi ultimi anni, sempre distratta ed oppressa. Papà è un gran galantuomo. Ma non la sapeva capire, non la sapeva curare. Marco e io credevamo d’essere buoni figlioli perché camminavamo in punta di piedi quando aveva l’emicrania. Io non la posso accusare e non la posso difendere. Ma voi, tacendo come tutti gli altri, l’accusate molto duramente, e fate ricadere anche su me la sua disgrazia.»
Aveva detto le ultime parole agitandosi cosí che pareva vicina a sciogliersi in lacrime. Ma Federico gliele raggelò, ribattendo senza guardarla in viso:
«Ci sono cose di cui è molto difficile parlare.»
Subito dopo si pentí e prendendole la mano le disse:
«Perché vi tormentate cosí? che c’entrate voi con vostra madre? È il vostro torto di appesantire ogni cosa. Tutti dicono che siete tanto buona e bella, ma che avete sempre avuto, anche prima della disgrazia, una tristezza di cattivo augurio.»
Essa, che non voleva piangere, ritirò vivamente la mano. Tornarono al portico ov’erano seduti gli altri, e quella fu l’ultima passeggiata a due che fecero. Da allora la madre Monti, che s’accorse subito della novità e non ebbe piú nulla da temere, diventò sinceramente affettuosa verso Eugenia, e anche l’invitò spesso a colazione. Senza torcere gli occhi né mutare di contegno Eugenia vide a poco a poco subentrare al suo posto Mary Corelli.
Ora come prima le sue ore di svago le passava alla Rustica perché non avrebbe saputo fare altre amicizie. A casa teneva l’amministrazione, metteva in ordine, rivedeva la biancheria e le divise del padre, e ne ascoltava a tavola le storielle di reggimento ch’erano sempre le stesse e finivano con una di quelle sue risate che parevano fabbricate a serie.
Quand’egli rientrava a casa per colazione e si sentivano tintinnare per le scale gli speroni, Eugenia balzava dalla sua lettura e accorreva in cucina per sollecitare e dare ordini. Ma faceva cosí anche per stordirsi un poco e non sentire il suo cuore. Temeva d’interrogarsi e di scoprire che amava il padre piuttosto per carità e devozione che per simpatia.
Ora che c’era la guerra, alle vecchie spine se n’era aggiunta una nuova. Da quanto tempo Marco non rispondeva alle lettere! C’era pericolo che il ragazzo, figlio di un ufficiale in servizio attivo, rimanesse renitente in America e che quest’altra vergogna umiliasse la famiglia?
Anche di questa, come di tutte le cose serie e dolenti, non si discorreva tra padre e figlia. Discorrevano di bilancio domestico, di ricette gastronomiche, di ordini di servizio e di amene letture. Ma si sentivano accomunati come due poveri vergognosi che s’imbattano davanti allo stesso uscio, quando ogni mezzogiorno il maggiore Berti domandava con studiata disinvoltura: «C’è posta?» ed Eugenia rispondeva con eguale sveltezza: «Niente, papà». Allora i loro sguardi trovavano pretesti nei piú insignificanti oggetti della stanza, pure di non incontrarsi.
Tutte queste memorie le si risollevavano in cuore quasi ogni sera nell’udire il tramestío indiscreto del padre prima del sonno. Spesso egli russava, ed anche quel soffio, dando una voce lugubre all’oscurità, angosciava la figlia. Ma rimemorare era vano, sapendo di non avere nessuna potenza su quello che era accaduto o stava per accadere, e nemmeno nella preghiera, a cui qualche volta ricorse, trovava consolazione. Chinandosi sul passato, sporgendosi sul futuro, si sentiva di dentro impallidire come uno che s’affaccia a cercare la propria immagine al fondo di un pozzo. Perciò confondeva, appena potesse, la memoria nel sonno, raccomandandosi alla luce della mattina che le recasse serenità. Poi la mattina veniva quasi sempre benefica, e nella freschezza dei suoi gridi, nella velocità fiduciosa delle sue cure sempre nuove nascondeva le tristezze della vigilia.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02Parte 1
- 03Parte 2
- 04Parte 3
- 05Parte 4
- 06Parte 5
- 07Parte 6
- 08Parte 7
- 09Parte 8
- 10Parte 9
- 11Parte 10
- 12Parte 11
- 13Parte 12
- 14Parte 13
- 15Parte 14
- 16Parte 15
- 17Parte 16
- 18Parte 17
- 19Parte 18
- 20Parte 19
- 21Parte 20
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