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Italian Edition

Literature

Sino al confine

Italian BooksWhale Edition by Grazia Deledda

Il percorso di Gavina Sulis mette a confronto educazione religiosa, desiderio, sofferenza e ricerca di libertà nella Sardegna di Deledda.

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Book introduction

Sino al confine

Gavina Sulis cresce in un ambiente in cui la disciplina familiare e il sentimento religioso orientano ogni scelta. L’incontro con nuove esperienze rende più difficile conciliare le aspirazioni personali con le attese degli altri. Grazia Deledda segue questa tensione lungo un itinerario di desiderio, colpa e trasformazione, affidando al paesaggio e ai rapporti quotidiani il peso della vita interiore. L’edizione comprende le quattro parti del romanzo.

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Testo originale italiano di Grazia Deledda, morto nel 1936. La fonte è la trascrizione dell’opera di pubblico dominio presso Liber Liber; apparati editoriali moderni e immagini sono esclusi.

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PARTE PRIMA.

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Nel luglio del 1890 Gavina Sulis finì i suoi studi.

Suo padre, ex-impresario di strade comunali, uomo abbastanza intelligente, le aveva fatto ripetere la quarta classe elementare, perchè nella piccola città non v'erano altre scuole femminili.

Il giorno degli esami ella se ne tornava a casa pensando che oramai erano finiti per lei i giorni di libertà e d'ozio. Aveva quasi quattordici anni; si credeva già una donna matura, e ricordava le parole del suo confessore:

«Il Signore ha detto che la donna deve custodire la casa, fuggire l'ozio e le cattive compagnie».

Riguardo alle «compagnie» ella sfuggiva non solo le cattive, ma anche le buone; e imitava appunto il suo confessore che andava sempre solo, a occhi bassi, rasente ai muri. Arrivata in fondo alla strada, ella si volse un momento e guardò l'antico monastero dov'erano le scuole, e la valle melanconica, coperta di olivastri e di peri selvatici, e sospirò.

Addio! Forse passeran degli anni prima ch'ella riveda, la valle selvaggia, la strada solitaria, la facciata nera e grigia della scuola. La sua casa sorgeva all'altra estremità del paese, quasi sotto la montagna, sull'orlo di un'altra valle, coltivata in parte, questa, verde e grigia di vigne e d'oliveti. Per arrivare a casa, Gavina dunque doveva attraversare tutta la piccola città, il Corso e le viuzze dietro il Corso.

Ella preferì queste ultime, perchè aveva paura e vergogna di attraversare il Corso, di esser veduta dagli studenti, dai borghesi, e peggio ancora, dagli ufficiali che stazionavano davanti al Caffè della Posta a nella Piazza del Mercato. Questi personaggi rappresentavano per lei il mondo, il peccato. Ella palpitava incontrandoli; ma le pareva di peccare solo perchè la vita, col suo ardente soffio, le passava accanto, nascosta nei modesti panni d'uno studentello o d'un impiegato di Sotto-prefettura. Per evitare questi pericolosi incontri attraversò dunque le straducole mal selciate, ove non s'incontrava che qualche paesana vestita di rosso e di nero, qualche pastore a cavallo, qualche contadino che ritornava dalle messi, col carro carico di paglia o di frumento. Era quasi mezzogiorno; l'aria odorava di stoppie, e negli sfondi delle viuzze, tra le casette di pietra, le montagne coperte di vapori azzurrognoli si confondevano col cielo metallico, infocato. I muri scottavano. Gavina non aveva ombrello nè cappello; ma un fazzoletto di seta, annodato con una certa civetteria sull'orecchio sinistro, le avvolgeva la testa, facendo risaltare il pallore olivastro del suo viso dal profilo duro. E il suo viso scuro e triste aveva quasi un'espressione ascetica; ma quando sotto le folte sopracciglia nere le larghe palpebre bluastre si sollevavano lentamente, dai grandi occhi turchini sfavillava un raggio di passione e di gioia. Quei due occhi profondi, pieni di luce, davano l'idea di due squarci di cielo azzurro in un giorno di nuvole.

Del resto, in tutta la sua persona si notava qualcosa di rozzo e di aristocratico insieme: la sua camicetta d'indiana turchina, la gonna larga e lunga, le scarpe a legacci, erano da paesana più che da borghese; ma le mani e i piedi erano piccoli, e il portamento di lei, e specialmente la testa gettata all'indietro, la fronte ferma e pura sotto i bei capelli nerissimi rialzati, rivelavano una creatura di volontà e di fierezza.

Arrivata in fondo a una strada in salita, ella s'inchinò lievemente, facendosi il segno della croce. Si vedevano, su un'altura, le torri grigiastre della Cattedrale. La via più breve, per arrivare a casa, era la strada che passava davanti alla vecchia chiesa; Gavina preferì attraversare un viottolo, poi un tratto dello stradale che correva tra la valle e la montagna, e risalì una viuzza stretta fra casupole che parevano cumuli di pietre.

La strada selciata ove sboccava la viuzza era quasi di esclusiva proprietà dei Sulis. Di qua e di là sorgevano le case e i muri dei cortili di questa gente industriosa e fortunata. Anche le donne di casa Sulis si facevano onore. Una, la zia Itria, vedova e senza figli, comprava e rivendeva orzo e frumento: la sua casa grigia, in principio della strada, segnava il confine tra questa e la viuzza abitata esclusivamente da pastori e contadini poveri. Un'altra zia di Gavina possedeva due case, una turchina e l'altra rosea, in fondo alla strada, a fianco della chiesetta di San Gavino. Un canonico Sulis abitava più in qua; la sua casa però, modestissima, ricordava le misere abitazioni dei contadini poveri, ai quali egli, pure parlandone male e spesso ingiuriandoli, prestava i suoi denari senza mai riaverli.

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I giorni si seguivano e si rassomigliavano. La signora Zoseppa e Paska si alzavano all'alba; accudivano assieme alle faccende domestiche, pregando o chiacchierando, e più che padrona e serva parevano amiche intime. Forse una volta la serva aveva avuto una personalità sua, forse era stata allegra, giovane, egoista: ciò si perdeva nella notte dei tempi. Entrata al servizio dei Sulis lo stesso giorno delle nozze dell'impresario, era diventata una creatura della signora Zoseppa; ne aveva assunto i modi, la pronunzia, la severità, era diventata austeramente religiosa come la sua padrona; l'aveva assistita nei parti, nelle malattie, l'aveva aiutata ad allevare i figli, ed ora l'accompagnava nel lento declino d'una vita che era esclusivamente di lavoro e di virtù.

- Fino ai trent'anni sono stata incerta se prender marito o no, - raccontava la padrona alla serva, mentre pulivano il grano o impastavano la farina. - I partiti non mancavano: ma io avevo paura del matrimonio. Mia madre era una santa; mio padre, tu lo hai conosciuto, Dio lo abbia in gloria, abusava della pazienza e della bontà di lei; e lei era contenta di soffrire, come i santi martiri. Io, non per vantarmi, tu lo sai, anch'io sono prudente e paziente, ma non fino al punto di farmi bastonare! Sì, una volta, ora te lo posso dire, scopersi una cosa. Mia madre portava il cilizio! Provai anch'io, quand'ero giovane, ma non potei resistere. Poi rimasi sola, senza padre, senza madre, sola come una fiera nella foresta. Ed allora venne in mente al canonico Sulis, allora semplice prete, di farmi sposare suo fratello. Luigi aveva già quarantotto anni; io ne aveva quasi trenta: il nostro matrimonio quindi non poteva dirsi una ragazzata; uno di quei matrimoni di passione che per lo più finiscono male. E perchè finiscono male? Perchè quasi sempre la donna e l'uomo si uniscono spinti da un desiderio peccaminoso, senza saper bene quello che si fanno. E quando sono stanchi del loro peccato diventano due nemici. Io e mio marito, invece, abbiamo formato una famiglia, secondo i voleri del Signore, e finora, tu lo sai, l'accordo più perfetto è regnato fra noi.

Spesso Gavina aiutava le due donne e ascoltava i racconti e i precetti materni. Intelligente e fantastica ella sapeva, per istinto, quali sono i divini piaceri della vita: l'amore, la libertà, la gloria: ma aveva un rispetto immenso per sua madre, che era la virtù in persona e che dava forza ai suoi precetti con le sue azioni. Dall'esempio materno l'anima di Gavina riceveva un'impronta indelebile, come il pane manipolato da Paska e dalla signora Zoseppa conservava le impronte dei bottoni filigranati e delle «forme» con cui le due donne lo decoravano.

Da qualche giorno dunque ella credeva di commettere quello che sua madre chiamava il più grave dei peccati. Pensava ad un uomo; e per di più quest'uomo era quasi consacrato a Dio. Il sabato, dopo la visita del canonico Felix, ella dovette alzarsi prestissimo per aiutare la madre e la serva a fare il pane, nella cucina calda e silenziosa dal cui forno usciva il fumo odoroso del legno di ginepro. Stanca di gramolare la pasta, di tanto in tanto ella coglieva un pretesto per uscire nell'orto. Vide la stella del mattino tramontare dietro le montagne azzurre, e l'oriente, fra i rami dell'elce, colorarsi di un rosa violaceo; poi tutto l'orizzonte si fece d'oro, gli uccelli cantarono, ed ella provò un impeto di gioia, un desiderio di partire, di andare in una città fantastica, circondata di palme, non lontana dal mare! Invece dovette rientrare e riprendere a gramolare la pasta, e quando il pane fu cotto dovette pulirlo e raschiarlo con una spazzola ed un coltello. Ad un tratto avvicinò il coltello caldo alle labbra e sentì un brivido, sembrandole che Priamo la baciasse: chiuse gli occhi ed ebbe desiderio di ritentare la prova, ma subito s'accorse che peccava, e per punirsi lasciò a lungo il coltello sul pane caldo poi se lo fissò così scottante sulle labbra.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01PARTE PRIMA.
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05PARTE SECONDA.
  6. 06I.
  7. 07II.
  8. 08III.
  9. 09PARTE TERZA.
  10. 10I.
  11. 11II.
  12. 12III.
  13. 13PARTE QUARTA
  14. 14II.
  15. 15III.

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