Italian Edition
Literature
Storia di una capinera
Italian BooksWhale Edition by Giovanni Verga
Verga racconta la clausura forzata di Maria come una tragedia intima di desiderio, fede e costrizione sociale.
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Storia di una capinera
Storia di una capinera segue Maria, giovane destinata al convento, attraverso lettere che rivelano amore represso, isolamento e fragilità. Giovanni Verga costruisce un racconto di formazione mancata, dove vocazione imposta e sentimento umano entrano in doloroso conflitto.
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Giovanni Verga morì nel 1922 e « Storia di una capinera » fu pubblicato per la prima volta nel 1871; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana originale.
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Storia di una capinera
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Monte Ilice, 3 Settembre 1854. Mia cara Marianna, Avevo promesso di scriverti ed ecco come tengo la mia promessa! In venti giorni che son qui, a correr pei campi, sola! tutta sola! intendi? dallo spuntar del sole insino a sera, a sedermi sull’erba sotto questi immensi castagni, ad ascoltare il canto degli uccelletti che sono allegri, saltellano come me, e ringraziano il buon Dio, non ho trovato un minuto, un piccolo minuto, per dirti che ti voglio bene cento volte dippiù adesso che son lontana da te e che non ti ho più accanto ad ogni ora del giorno come laggiù, al convento. Quanto sarei felice se tu fossi qui, con me, a raccogliere i fiorellini, ad inseguire le farfalle, a fantasticare all’ombra di questi alberi, allorchè il sole è più cocente, a passeggiare abbracciate in queste belle sere, al lume di luna, senz’altro rumore che il ronzìo degli insetti, che mi sembra melodioso perchè mi dice che sono in campagna, in piena aria libera, e il canto di quell’uccello malinconico di cui non so il nome, ma che mi fa venire agli occhi lagrime dolcissime quando la sera sto ad ascoltarlo dalla mia finestra. Com’è bella la campagna, Marianna mia! Se tu fossi qui, con me! Se tu potessi vedere codesti monti, al chiaro di luna o al sorger del sole, e le grandi ombre dei boschi, e l’azzurro del cielo, e il verde delle vigne che si nascondono nelle valli e circondano le casette, e quel mare ceruleo, immenso, che luccica laggiù, lontan lontano, e tutti quei villaggi che si arrampicano sul pendìo dei monti, che sono grandi e sembrano piccini accanto alla maestà del nostro vecchio Mongibello! Se vedessi come è bello da vicino il nostro Etna! Dal Belvedere del convento si vedeva come un gran monte isolato, colla cima sempre coperta di neve; adesso io conto le vette di tutti codesti monticelli che gli fanno corona, scorgo le sue valli profonde, le sue pendici boschive, la sua vetta superba, su cui la neve, diramandosi per burroni, disegna immensi solchi bruni. Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare! Allorchè ringrazio il Signore di tutte queste belle cose, io lo faccio con una parola, con una lacrima, con uno sguardo, sola in mezzo ai campi, inginocchiata sul musco dei boschi o seduta sull’erba. Ma mi pare che il buon Dio debba esserne più contento perchè lo ringrazio con tutta l’anima, e il mio pensiero non è imprigionato sotto le oscure vôlte del coro, ma si stende per le ombre maestose di questi boschi, e per tutta l’immensità di questo cielo e di quest’orizzonte. Ci chiamano le elette perchè siamo destinate a divenire spose del Signore: ma il buon Dio non ha forse fatto per tutti queste belle cose? E perchè soltanto le sue spose dovrebbero esserne prive? Come son felice, mio Dio! Ti rammenti di Rosalia la quale voleva provarci che il mondo fosse più bello al di fuori del nostro convento? Non sapevamo persuadercene, ti ricordi? e le davamo la berta! se non fossi uscita dal convento non avrei mai creduto che Rosalia potesse aver ragione. Il nostro mondo era ben ristretto: l’altarino, quei poveri fiori che intristivano nei vasi privi d’aria, il belvedere dal quale vedevasi un mucchio di tetti, e poi da lontano, come in una lanterna magica, la campagna, il mare e tutte le belle cose create da Dio, il nostro piccolo giardino, che par fatto a posta per lasciar scorgere i muri claustrali al disopra degli alberi, e che si percorre tutto in cento passi, ove ci si permetteva di passeggiare per un’ora sotto la sorveglianza della Direttrice, ma senza poter correre e trastullarci... ecco tutto! E poi, vedi... io non so se facevamo bene a non pensare un poco di più alla nostra famiglia! Io sono la più disgraziata di tutte le educande, è vero, perchè ho perduto la mamma!... Ma ora sento che amo il mio babbo assai più della Madre Direttrice, delle mie consorelle e del mio confessore; sento che io l’amo con più confidenza, con maggior tenerezza il mio caro babbo, sebbene possa dire di non conoscerlo intimamente che da venti giorni. Tu sai che io fui chiusa in convento quando non toccava ancora i sette anni, allorchè la mia povera mamma mi lasciò sola!... Mi dissero che mi davano un’altra famiglia, delle altre madri che mi avrebbero voluto bene... È vero, sì.... Ma l’amore che ho per mio padre mi fa comprendere che ben diverso sarebbe stato l’affetto della povera madre mia. Tu non puoi immaginarti quello che io provo dentro di me allorchè il mio caro babbo mi dà il buon giorno e mi abbraccia! Nessuno ci abbracciava mai laggiù, tu lo sai, Marianna!... la regola lo proibisce.... Eppure non mi pare che ci sia male a sentirsi così amate.... La mia matrigna è un’eccellente donna, perchè non si occupa che di Giuditta e di Gigi, e mi lascia correre per le vigne a mio bell’agio. Mio Dio! se mi proibisse di saltellare pei campi come lo proibisce ai suoi figli, sotto pretesto di evitare il pericolo di una caduta o di un colpo di sole: sarei molto infelice, non è vero? Ma probabilmente è più buona e più indulgente verso di me, perchè sa che non potrò godermi tutti questi divertimenti per molto tempo, e che poi tornerò ad esser chiusa fra quattro mura.... Intanto non pensiamo a quelle brutte cose. Adesso sono allegra, felice, e mi stupisco come tutta quella gente abbia paura e maledica il coléra.... Benedetto coléra che mi fa star qui, in campagna! Se durasse tutto l’anno! No, io ho torto! Perdonami, Marianna. Chi sa quanta povera gente piange mentre io rido e mi diverto!... Mio Dio! bisogna che io sia ben disgraziata se non devo esser felice che allorquando tutti gli altri soffrono! Non mi dire che son cattiva; vorrei esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere coteste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà! Vedi come la mia lettera si è fatta triste senza che io me ne avvedessi! Non ci badare, Marianna. Salta a piè pari questo periodo sul quale tiro una bella croce, così.... Ora in compenso ti farò vedere la nostra graziosa casetta. Tu non sei mai stata a Monte Ilice, poverina! Che idea fu mai quella dei tuoi genitori d’andarsi a seppellire in Mascalucia? Un villaggio!... delle case addossate ad altre case, delle vie, delle chiese!.... Ne abbiamo visto anche troppe. Bisognava venire qui in campagna, fra i monti, ove per andare all’abitazione più vicina, bisogna correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli, ove non si ode nè rumor di carrozze, nè suon di campane, nè voci di estranei, di gente indifferente. Questa è campagna! Noi abitiamo una bella casetta posta sul pendìo della collina, fra le vigne, al limite del castagneto. Una casetta piccina piccina, sai; ma così ariosa, allegra, ridente! Da tutte le porte, da tutte le finestre si vede la campagna, i monti, gli alberi, il cielo, e non già muri, quei tristi muri anneriti! Sul davanti c’è una piccola spianata e un gruppo di castagni che coprono il tetto con un ombrello di rami e di foglie, fra le quali gli uccelletti cinguettano tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Io occupo un amore di cameretta, capace appena del mio letto, con una bella finestra che dà sul castagneto. Giuditta, mia sorella, dorme in una bella camera grande, accanto alla mia, ma io non darei il mio scatolino , come la chiama celiando il babbo, per la sua bella camera, e poi ella ha bisogno di molto spazio per tutte le sue vesti e i suoi cappellini, mentre io, allorchè ho piegato la mia tonaca su di una seggiola ai piedi del letto, ho fatto tutto. Ma la sera quando dalla finestra ascolto lo stormire di tutte quelle fronde, e fra quelle ombre, che assumono forme fantastiche, veggo un raggio di luna agitarsi fra i rami come uno spettro bianco, e ascolto quell’usignuolo che gorgheggia lontano lontano, mi si popola la mente di tante fantasie, di tanti sogni, di tante dolcezze, che, se non avessi paura, aspetterei volentieri il giorno alla finestra. Dall’altra parte della spianata c’è una bella capannuccia col tetto di paglia e di giunchi, ove abita la famigliuola del castaldo. Se vedessi la bella capanna, com’è piccina ma pulita! come tutto vi è in ordine e ben tenuto! La culla del bimbo, il pagliericcio, il deschetto! Per quella capannuccia sì che darei il mio stanzino. Mi pare che cotesta famigliuola, riunita in due passi di terreno, debba amarsi dippiù ed essere maggiormente felice; mi pare che tutte quelle affezioni circoscritte fra quelle strette pareti debbano essere più intime, più complete; che il cuore commosso e quasi sbalordito del cotidiano spettacolo di codesto orizzonte ch’è grande, debba trovare un gaudio, un conforto nel ripiegarsi in sè stesso, nel rinchiudersi fra le sue affezioni, nel circoscriversi in un piccolo spazio, fra i pochi oggetti che formano la parte più intima di sè stesso, e che debba sentirsi più completo trovandosi più vicino ad essi. Che ti scrivo, che ti scrivo mai, Marianna? ... Tu riderai di me, e mi darai del sant’Agostino in gonnella. Perdonami, mia cara, ho il cuore così pieno che senza accorgermene cedo al bisogno di comunicarti tutte le nuove emozioni che provo. Nei primi giorni che uscii dal convento e venni qui, ero sbalordita, astratta, trasognata, come trasportata in un mondo nuovo; tutto mi turbava, tutto mi confondeva. Imaginati un cieco nato che per miracolo riacquisti la vista! Ora mi sono assuefatta a tutte codeste nuove impressioni. Ora mi pare di trovarmi il cuore più leggero, l’anima più pura. Parlo con me stessa, mi rispondo, faccio l’esame di coscienza; non quell’esame timido, pauroso, pieno di pentimenti e di rimorsi, quale lo facevamo al convento; ma un esame di contentezze, di felicità, benedicendo il Signore che me lo concede, sentendomi sollevare sino a Lui da una lagrima, o col solo fissare gli occhi nella luna e nel firmamento stellato. Mio Dio! se queste gioie fossero un peccato! se il Signore si sdegnasse di vedermi preferire al convento, al silenzio, alla solitudine, al raccoglimento, la campagna, l’aria libera, la famiglia!... Se fosse qui quel buon vecchio del nostro confessore, scioglierebbe il mio dubbio, dissiperebbe il mio turbamento, mi consiglierebbe, mi conforterebbe forse.... Allorchè mi assalgono questi scrupoli, allorchè son tormentata da codeste incertezze, io prego il Signore che m’illumini, che mi consigli, che mi aiuti. Pregalo anche tu per me, Marianna. Intanto io lo lodo, lo ringrazio, lo benedico, lo prego di farmi morir qui, o di darmi la forza, la vocazione, la rassegnazione, se dovrò proferire i voti solenni e rinunziare per sempre a tutte queste benedizioni, per chiudermi in convento e dedicarmi a Lui, a Lui solo, intieramente. Non sarò degna di tanta grazia; sarò una peccatrice.... ma allorchè sul far della notte, veggo la moglie del castaldo, che recita il rosario col suo figliuoletto più grandicello fra le ginocchia, seduta accanto al fuoco che cuoce la minestra di suo marito, dimenando col piede la culla in cui dorme il suo bimbo, mi pare che la preghiera di quella buona donna, calma, serena, piena di riconoscenza per la felicità prodigatale dal buon Dio debba salire sino a Lui assai più pura della mia, che è piena di turbamenti, di ansie, di desiderii che non convengono al mio stato, e dai quali non posso difendermi intieramente. Vedi la lunga lettera che ti ho scritto! Non mi tenere più il broncio adunque, e rispondimi con una letterona più lunga della mia. Parlami di te, dei tuoi genitori, dei tuoi divertimenti e dei tuoi piccoli dispiaceri, come facevamo tutti i giorni, laggiù al convento, nelle ore di ricreazione, tenendoci abbracciate. Vedi, mi pare che io abbia chiacchierato a lungo con te, stringendoti le mani come allora, e che tu mi abbia ascoltato col tuo solito risolino allegro e maliziosetto sulle labbra. Parlami dunque, parla a quattro bei fogli di carta (bada! che non mi contenterò di meno), essi mi racconteranno tutto quello che tu avrai detto loro per me. Ciarlami un po’ di tutto e a lungo. Dimmi quello che vedi, quello che pensi, che te ne fai del tuo tempo, se ti annoi, se ti diverti, se sei contenta, felice come me, se pensi alla tua Maria; dimmi il colore della tua veste, perchè già so che hai una veste come una signorina! Dimmi se hai dei bei fiori nel tuo giardino, se a Mascalucia ci son castagneti come qui, se hai assistito alla vendemmia. Parla dunque, ti ascolto. Non mi fare aspettar tanto a bocca aperta. Addio, addio, Marianna mia, sorella mia: ti mando cento baci col patto di averli ricambiati. La tua Maria.
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19 Settembre. Marianna mia, Qui non arrivano che cattive notizie, non si vedono che volti spaventati. Il coléra infierisce a Catania. È un terrore, una desolazione generale. Del resto se non fossero questi timori, se non fossero queste angosce, qual vita più beata di quella che si mena qui? Il babbo va a caccia, o mi accompagna nelle lunghe passeggiate, quando potrei aver paura di smarrirmi pel bosco. Il mio fratellino, Gigi, corre, grida, fa chiasso, si arrampica sugli alberi, e vi lascia appeso tutti i giorni qualche brandello del suo vestito, e la mamma.... (Marianna, se sapessi come mi vien difficile dare questo dolce nome alla mia matrigna! Mi pare di fare un torto alla memoria della mia povera madre.... Ma pure bisogna chiamarla così!) e la mamma a sgridarlo, a dargli dei confetti, dei baci e degli scappellotti, a rammendargli gli abiti, a ripulirlo venti volte al giorno. Ella non sa che agucchiare e accarezzare i suoi figli, beati loro!... e spesso mentre dà un’occhiata alla cucina o alla domestica che prepara il desinare, mi rimprovera che io non son buona a nulla, nemmeno a far la cucina.... Pur troppo è vero! ella ha ragione. Non faccio altro che correre pei campi, raccogliere i fiorellini, e ascoltare il canto degli uccelletti.... alla mia età! Ho quasi venti anni!... capisci? Ne arrossisco io stessa; ma il mio caro babbo non ha cuore di sgridarmi; egli non sa far altro che accarezzarmi e dire: Povera piccina! lasciatele godere questi giorni di libertà! Ogni volta che penso alla mia povera mamma che dorme laggiù nel camposanto di Catania, mi vengono le lagrime agli occhi. Ma qui ci penso più spesso, perchè mi par di essere straniera nella casa di mio padre. Nessuno ci ha colpa. Non sono abituati a vedermi, ad avermi fra i piedi: ecco tutto. La mia matrigna poi, se mi rimprovera che io non son buona a nulla, ne ha le sue buone ragioni; gli è pel mio bene, e il torto è sempre mio. Mia sorella non è molto espansiva, perchè non è pazzerella come me: ma mi vuol bene e non si lagna del disagio che io le arreco occupando quel piccol camerino ov’è rincantucciato il mio lettuccio e che altre volte le serviva da guardaroba, mentre adesso tutte le sue scatole e le sue vesti ingombrano la sua camera. Gigi è sempre quel caro fanciullo allegro e chiassone che conosci; mi salta al collo venti volte al giorno, e mi consola con un bacio allorchè la mamma mi sgrida per ragione dei suoi vestiti laceri. Ma che colpa ci ho io se al convento non mi hanno insegnato a rattopparmi i vestiti! Veramente toccherebbe a me. Giuditta è una signorina, e per altro ella è troppo occupata tutto il giorno fra i suoi abiti e le sue acconciature, ed ha ragione di occuparsene tanto, perchè le vesti, i bei nastri, le stanno così bene che sembrano fatti apposta per lei.... E poi ella è ricca della dote di sua madre; il mio babbo, come sai, non è che un modestissimo impiegato. A che dovrebbe pensare ella dunque alla sua età? L’altro ieri, mentre si provava una veste nuova, le domandai il permesso di abbracciarla, tanto era bella! Ella non volle permetterlo, ed ha ragione, per non gualcire la stoffa. Quanto sono sciocca, Marianna! Come se si fosse trattato della mia meschina tonaca di saja che non corre mai il rischio di gualcirsi! Ah! ma la famiglia è una benedizione del cielo! La sera, quando il babbo chiude le porte, io provo un sentimento ineffabile di contentezza, come se si restringessero i legami che mi uniscono ai miei cari nell’intimità della vita domestica. Invece qual penoso sentimento di tristezza non provavamo tutte noi, povere recluse, te ne rammenti? allorché si udiva suonare il mazzo delle chiavi del portinaio, e stridere i chiavistelli! Allora il mio pensiero correva ai poveri carcerati e il cuore mi si stringeva; me ne son confessata cento volte, ne ho fatto cento penitenze, e giammai ho potuto difendermi da coteste idee. La mattina, prima di aprire gli occhi, allorchè mi risveglia il cinguettìo degli uccelletti che si disputano le miche di pane che io lascio apposta per loro sul davanzale della finestra, il mio primo pensiero si è la contentezza di trovarmi in mezzo alla mia famiglia, accanto al mio babbo, al mio fratellino, a Giuditta, che mi abbracceranno e mi daranno il buon giorno; che io non avrò uffizi da recitare, nè meditazioni da fare, nè silenzi da serbare; che io aprirò la mia finestra, appena salterò giù dal letto onde far entrare quell’aria imbalsamata, quel raggio di sole, quello stormire di fronde, quel canto di uccelli: che io uscirò sola, quando vorrò, a correre e saltellare ove meglio mi piacerà, che non incontrerò volti austeri, nè tonache nere, nè corridoi oscuri.... Marianna! ti confesso all’orecchio un gran peccataccio!... Se mi facessero una bella vestina color caffè! senza crinolina, veh! Oh! questo poi no!... Ma una vestina che non fosse nera, con la quale potessi correre e scavalcare i muricciuoli, che non mi rammentasse ad ogni momento, come questa brutta tonaca, che laggiù a Catania, quando sarà finito il coléra, mi attende il convento!... Non ci pensiamo. Sono una scapata, sono una matta! ... Perdonami, mia cara Marianna, ho scherzato; ma intanto non ti ho detto ancora che ho un bell’uccelletto, un grazioso passerotto, allegro, vispo, che mi vuol bene, che mi risponde, che vola a prendere l’imbeccata dalle mie mani, e mi pizzica le dita, e si diverte ad arruffarmi i capelli. La sua storia è un po’ triste, è vero, dapprincipio: il babbo me lo portò un giorno avvolto nel fazzoletto, e il fazzoletto era macchiato di sangue! poverino! era forse quella la sua prima volata ed un colpo di fucile l’aveva ferito in un’ala! fortunatamente la ferita non era grave. Che cattivi e barbari divertimenti hanno mai gli uomini! Vedendo quel sangue, udendo quel pigolare.... il poverino si lamentava del gran dolore che doveva provare!... io piansi con lui ed arrivai sino a dar torto al mio caro babbo. Tutti ridevano di me, persino Gigi. Lavai la ferita del meschinello, ma non sperai che campasse. Invece eccolo lì che saltella e fa il chiasso! Qualche volta il poverino si duole ancora della sua ferita e viene a rannicchiarsi nel mio grembo pigolando e strascinando la sua aluccia, come se volesse narrarmi il suo guaio. Io lo conforto coi baci, l’accarezzo, gli dò delle miche di pane e del miglio, ed egli se ne va tutto vispo a posarsi sul davanzale per volgersi di nuovo verso di me cinguettando, sbattendo le ali e allungando il collo a bocca spalancata. Ieri l’altro un brutto gattaccio mi fece provare un grande spavento. Il mio Carino , sai che si chiama Carino ? era sul tavolo a ruzzare, poiché egli fa mille buffonerie! a sconvolgere e disordinare tutte le carte, cinguettando sempre, e poi si volgeva a guardarmi coi suoi occhietti arditi, il furbo, come se provasse gusto a farmi dispetti, quand’ecco d’un balzo sul tavolino quel gattaccio nero, e allungare lo zampino per adunghiarlo! Io misi un grido, il povero Carino strillò anche lui, e fu assai lesto a rifugiarsi in seno a me. Non so come lo ascondessi fra le mie mani, nel mio grembiule; ma tremavamo tutt’e due. Al mio grido accorsero tutti di casa. Mia matrigna mi rimproverò di averla spaventata per un nulla, dicendomi che non sono più nell’età delle fanciullaggini, e che il gatto avrebbe fatto il suo dovere acchiappando il mio Carino ; Giuditta rideva, e quel pazzerello di Gigi instigava il gatto a ghermirmi l’uccelletto che mi tenevo in grembo. Quel poverino lo sentivo tremare nelle mie mani dalla gran paura avuta, e il cuore gli batteva forte forte. Mi sarei fatta uccidere piuttosto che abbandonarlo! Da quel giorno non dimentico mai di chiudere l’uscio della mia camera ove lascio il mio Carino . Io l’odio quel gattaccio! Invece voglio un gran bene al cane del castaldo, un bel cane da pagliaio, tutto nero, alto così, che nei primi giorni mi faceva una gran paura coi suoi latrati, ma che adesso mi accarezza dimenando la coda, leccandomi le mani, fregandosi i fianchi alla mia tonaca e dicendomi coi suoi occhi intelligenti che mi ama. Infatti egli è il mio guardiano, mi accompagna nelle mie passeggiate, non mi lascia di un passo, corre innanzi ad esplorare il terreno, e ritorna a gran salti dimenando la coda e abbaiando allegramente. Quando io lo chiamo, egli già sa ch’è l’ora della nostra passeggiata (quest’ora arriva venti volte al giorno) e vorresti vedere che urli, che salti, che carezze! Ti ho parlato del mio cane, del mio passerotto, di quel brutto gattaccio, e non ti ho ancora detto che abbiamo dei vicini di campagna che vengono a trovarci spesso, e che passiamo quasi tutte le sere a giocare in loro compagnia e facciamo delle belle passeggiate nell’ora del tramonto. Essi abitano una casetta in fondo alla valle, a poca distanza dalla mia finestra. Sono i signori Valentini; li conosci? Il babbo e la mamma dicono che sono brava gente. Io e l’Annetta, loro figlia, che ha quasi la mia età, siamo amiche; ma non come fra te e me, vedi! Non esserne gelosa, perchè io ti amo assai più di lei, e voglio che tu mi ami assai più di tutte le altre tue amiche. Quando mi scriverai? Mi hai fatto aspettare la tua lettera quattordici lunghissimi giorni! Vedi come io ti rispondo subito e a lungo? Se mi farai aspettare altri quattordici giorni per dirmi che mi vuoi tutto il bene che io ti voglio, che mi rimandi cento e cento baci che ti mando, allora io amerò la mia nuova amica più di te. Pensaci! P. S. Dimenticavo di dirti che i signori Valentini, oltre l’Annetta, hanno pure un figlio, un giovanotto ch’è venuto spesso con sua sorella, e che si chiama Antonio; però lo chiamano Nino.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02I
- 03II
- 04III
- 05IV
- 061.° ottobre.
- 07V
- 08VI
- 09VII
- 10VIII
- 11IX
- 12X
- 13XI
- 14XII
- 15XIII
- 16XIV
- 17XV
- 18XVI
- 19XVII
- 20XVIII
- 21XIX
- 22XX
- 23XXI
- 24XXII
- 25XXIII
- 26XXIV
- 27XXV
- 28XXVI
- 29XXVII
- 30XXVIII
- 31XXIX
- 32XXX
- 33XXXI
- 34XXXII
- 35XXXIII
- 36XXXIV
- 37XXXV
- 38XXXVI
- 39XXXVII
- 40XXXVIII
- 41XXXIX
- 42XL
- 43XLI
- 44XLII
- 45XLIII
- 46XLIV
- 47XLV
- 48XLVI
- 49XLVII
- 50XLVIII
- 51XLIX
- 52L
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