
Italian Edition
Literature
Suor Giovanna della Croce
Italian BooksWhale Edition by Matilde Serao
Una religiosa anziana affronta la perdita della vita conventuale e la precarietà materiale nella società urbana italiana.
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Book introduction
Suor Giovanna della Croce
Matilde Serao segue suor Giovanna della Croce quando le strutture che hanno sostenuto la sua esistenza vengono meno. La memoria della clausura si confronta con la necessità di trovare riparo, lavoro e riconoscimento fuori dal convento. Il romanzo osserva la povertà e l’isolamento attraverso gesti quotidiani, rapporti difficili e progressivi mutamenti della protagonista, senza separare la fragilità individuale dalle condizioni sociali.
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Matilde Serao morì nel 1927. Questa edizione utilizza il testo originale italiano di pubblico dominio disponibile su Project Gutenberg, senza note editoriali o illustrazioni successive.
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Suor Giovanna della Croce
Preview chapterA PAOLO BOURGETPreview
Mio amico e mio Maestro.
Questa che viene a Voi, come un puro e schietto invio di amicizia, è un'anima semplice. Così assolutamente semplice che, avendo portato due nomi, nella vita del secolo e nella vita della Chiesa, la poveretta non può che ricordarne uno solo, alla volta: soffrendo profondamente quando l'altro suo nome, quando l'altra sua vita le si presentano alla memoria, in singolar contrasto col presente. Quest'anima semplice di cui io, con mano umile, ho tentato di fissare la figura nelle pagine, che il mio riconoscente cuore a Voi dedica, non ha per sè che il suo patimento. Non è bella, non è giovane, non è ricca, non è elegante, suor Giovanna della Croce: l'amore dell'uomo, con la sua luce di poesia, è appena appena trascorso, come ombra fuggente, nel suo lontano passato; il dramma della passione, clamoroso o sordo, non ha sconquassato e non ha consumato i suoi migliori anni di esistenza; quanto è possente attrazione, nella compagine fisica di una donna o nella sua coscienza morale, le manca. È una vecchia monaca, suor Giovanna della Croce, sempre più vecchia e più caduca, dal principio alla fine della sua istoria: il suo corpo, già curvo, s'inchina ogni giorno di più, verso la fossa e non vi cade ancora; i suoi neri abiti claustrali, si lacerano e si struggono, senza che ella possa mutarli, rinnovarli; la sua misera anima semplice, si fa sempre più tristemente puerile, come ella è travolta dal destino, lentamente, troppo lentamente. Non ha, dunque, nulla per attirare la gente innamorata della giovinezza, delle belle forme, delle vesti sontuose, nelle parvenze dell'arte letteraria; non ha, dunque, nulla, suor Giovanna della Croce, per la gente singolarmente avida e mai sazia, e mai stanca, delle istorie di amore: nulla, nulla, per coloro che vogliono ritrovare, nelle prose di romanzo, i tumulti supremi delle ore altissime umane. E allora, a chi piacerà mai, la storia di suor Giovanna della Croce? Chi s'interesserà a lei? Chi ne seguirà i dolenti episodii, sino alla fine dolente? Sono io, dunque, troppo audace, con chi legge? Vado, forse, incontro alla sua noia e al suo disgusto? E, ancora, ancora, oso io troppo, mettendo innanzi a Voi questa istoria, innanzi a Voi, creatore, animatore, poeta di figure leggiadre, squisite, affascinanti?
No, io non temo che suor Giovanna della Croce vi faccia ribrezzo. Qualunque sia il vostro magico libro, chiuso, dopo la lettura, dalle mani di una persona di talento e di cuore, qualunque sia, questo libro, piccola novella o grande romanzo, gioiello minuto e prezioso o fascio di luce spirituale, chi lo ha letto, giunto all'ultima pagina, ha il cuore riboccante di una ammirazione segreta, l'ammirazione che gli viene per l'alto, purissimo sentimento Vostro: la pietà! Voi conoscete tutti gli errori umani, o mio amico e mio Maestro, e nessuno di essi vi lascia indifferente, e ognuno di essi prende da Voi la sua parte d'indulgenza e la sua parte di dolcezza. Tutta la debolezza della creatura umana, e tutta la sua miseria, con tutte le sue perfidie e tutte le sue viltà, vive nelle opere vostre, ma vi nasce, accanto, per medicina, per balsamo, per assoluzione, questa compassione che Dio mise in Voi, come un dono supremo. Tutto l'orrore del male che ci nausea e che ci sgomenta, quest'orrore che gitta al pessimismo e all'ateismo, tante menti fatte per credere e per amare, quest'orrore del Male, voi non lo sfuggite, voi gli andate incontro, voi lo affrontate, e lo combattete con la bella carità di uomo e di poeta, e con la stessa carità, lo vincete. Felice voi, che come artista non foste mai duro e non foste mai crudele! Felice voi che, come artista, non faceste mai versare delle lacrime e trovaste sempre il modo di rasciugarle, con una sublime filosofia morale, ove rifulge tutta la vostra bontà! Questo potere benefico circondi il povero capo di suor Giovanna della Croce e gli dia l'aureola della compassione umana: aleggi intorno alla sua vecchiaia, al suo abbandono e alla sua miseria e dia loro il fascino dei dolori compresi: sollevi, elevi la sua oscura e ignota tristezza: e il poeta avrà fatto opera di poesia, e l'uomo, opera di cuore!
Preview chapterI.Preview
Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
Fuor mi rapiron della dolce chiostra
Dio lo si sa, qual poi mia vita fusi.
Ciò che io dico di me, di sè intende.
Sorella fu e così le fu tolta
Di capo l'ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
Contra suo grado e contra buona usanza,
Non fu dal vel del cor giammai disciolta.
Paradiso, Canto III.
Scoccarono le cinque. La pesante porta del coro, di antico oscuro legno scolpito, si schiuse, stridendo, si spalancò, sospinta dalle magre e lunghe mani di suor Gertrude delle Cinque Piaghe: anche l'altro battente fu aperto e respinto lentamente contro il muro, dalla monaca. Ella attraversò a passo rapido tutto il coro, avendo nascosto, con un moto familiare, le mani nelle ampie maniche di lana nera della sua tunica, e si andò ad inginocchiar dietro la fitta grata metallica del coro. Dall'alto, da un'altezza grande, ella gittò uno sguardo quasi inquieto nella chiesa di suor Orsola Benincasa, che si allargava e si allungava, giù, giù, in una penombra di tempio dalle finestre velate, dove il crepuscolo quasi pare notte. Non vi era nessuno, in chiesa. Quel coro così alto, posto a livello della seconda fila dei finestroni della chiesa, chiuso nei suoi tre lati da una parete di ottone, singolarmente lavorata a traforo, nulla lasciava vedere, di più, ai fedeli che volessero scorgere, per curiosità, anche l'ombra di una delle Trentatre; mentre le istesse suore che portavano con umiltà ed obbedienza profonda, ma anche con orgoglio mistico, il secondo nome di Sepolte Vive, appena appena, di sopra, poteano scorgere delle figure umane entrare, sedersi, inginocchiarsi, orare, laggiù, laggiù, innanzi all'altare maggiore e nelle due larghe navate laterali, che fiancheggiavano la principale. Suor Gertrude restò con la fronte appoggiata alla grata, con gli occhi socchiusi, un po' curva l'alta e scarna persona: sulla fronte cinta dalla benda di tela bianca, sul petto coperto dal colletto bianco, sulla tunica nera, ricadeva, innanzi, il grande velo nero, mentre indietro, come era prescritto, ricadeva il mantello di lana nera. Ella pregava mentalmente: a un certo momento, un sospiro le sollevò il petto. Al suo sospiro un altro ne rispose, poichè, accanto a lei, senza far rumore, era venuta a prostrarsi, dietro la grata, un'altra delle Trentatre: suor Clemenza delle Spine, una monaca piccola, minuta, sotto la tunica nera, sotto il velo nero, il mantello nero, e la benda bianca. Pian piano, a passi silenziosi, altre suore erano apparse nel coro, erano venute a inginocchiarsi intorno intorno alla grata, con larghi segni di croce, sotto il loro velo nero: adesso, se ne contavano quattordici, in giro. Nessuna parola era stata scambiata fra loro: solo, ogni tanto, fra una preghiera e un'altra, un sospiro dolente si udiva uscire, di sotto qualche velo, a cui qualche altro sospiro, subito, faceva eco. Poi, sulla porta del coro, una monaca apparve, sorretta da un'altra: doveva essere di grande età, curva assai, quasi piegata in due, lentissima, sostenuta nei suoi passi piccoli e stanchi da una suora più giovane, più forte, che la guidava attentamente, misurando il suo passo su quello della vecchissima che a lei si appoggiava. La monaca vecchissima anche era vestita della tunica nera, della benda bianca che le stringeva la fronte, coperta dal mantello nero sino all'orlo della veste, velata fino ai piedi dal velo nero: ma sul petto, sul goletto bianco, sospesa a un largo nastro di seta nera, una croce di argento pendeva; sulla mano scarna, ossea, dalla pelle giallastra che si raggrinzava, appoggiandosi al braccio della suora giovane, nell'anulare, era una fascia di argento, un anello su cui stava scritto: La badessa.
La badessa non andò ad inginocchiarsi alla grata del coro; si arrestò, un po' indietro dalle sue monache, e tutta tremante, tutta vacillante, si prostrò sovra un inginocchiatoio di legno, adorno di un cuscino di velluto rosso cupo. La monaca che l'aveva condotta sin là, si arretrò, rispettosamente, sino alla porta del coro: altre due monache la raggiunsero, restando sulla soglia, senza entrare. Non portavano, queste tre, nè il mantello, nè il velo nero. Sulla benda bianca avevano un cappuccio di lana nera, ad ampie falde. Erano tre converse, non avevano ancora pronunciati i rigorosissimi voti claustrali delle Trentatre, delle Sepolte Vive: ancora tenevano il viso scoperto e il loro corpo serrato nella tunica, senza il gran mantello.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02A PAOLO BOURGET
- 03I.
- 04II.
- 05III.
- 06IV.
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