Italian Edition
Literature
Il libro delle vergini
Italian BooksWhale Edition by Gabriele D’Annunzio
Una raccolta giovanile di D’Annunzio, tra sensualità, provincia, stile e decadentismo nascente.
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Book introduction
Il libro delle vergini
Il libro delle vergini presenta un D’Annunzio giovane, già attento al colore, alla sensazione, al desiderio e alle tensioni sociali. Questa edizione italiana originale è utile per seguire le origini della sua prosa e del decadentismo letterario italiano.
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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938 e Il libro delle vergini fu pubblicato nel 1884; questi dati confermano il dominio pubblico di questa edizione italiana originale.
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Il libro delle vergini
Gabriele D’Annunzio
Il libro delle vergini
//it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_libro_delle_vergini&oldid=- Il libro delle vergini Gabriele D'Annunzio Informazioni sulla fonte del testo
G. D'ANNUNZIO
IL
LIBRO DELLE VERGINI
6° Migliaio
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
VIA DELL'UMILTÀ
Le vergini Favola sentimentale Nell'assenza di Lanciotto Ad altare Dei
Il libro delle vergini/Ad altare Dei
//it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_libro_delle_vergini/Ad_altare_Dei&oldid=- Gabriele D'Annunzio - Il libro delle vergini (1884)
Ad altare Dei Informazioni sulla fonte del testo
Ad altare Dei
Dolce nella memoria. Quando le campane cominciarono a squillare e cominciarono le onde del suono a dilatarsi intorno su le terre benedette, noi ci fermammo nel mezzo del sentiero. — È la Purificazione - disse Giacinta.
Ave, Maria!
Io ricordo: ella era tutta bianca, in una veste di lana quasi monacale. Le pieghe abondavano su ’l petto, le si stringevano fitte alla vita, le ricadevano libere fino ai piedi. Ella aveva nella pelle del collo, della nuca, delle tempie, sparso un colore dolce di oro, qualche cosa d’indefinibilmente aureo e trasparente, sotto la peluria a pena visibile. Su ’l pallore delle guance le perle pendenti dalla conchiglia rosea dell’orecchio stillavano uno splendore vago, talvolta leggermente opaco. Era scoperta una parte della nuca, su cui fioriva una nebbia meravigliosa di capelli: il resto del collo era coperto dalla cravatta di velo bianco alta, sotto i giri delle perle; il resto dei capelli era fermato in un gran nodo fulvo e si diffondeva ai lati in una velatura di cipria che li faceva sembrare cinerei.
Ricordo tutto.
Ella disse: - Ave, Maria! - candidamente. Poi mi sorrise da quella bella bocca smisurata. E restammo un momento ad ascoltare le campane che sonavano nella grande solennità del mattino di febbraio.
Eravamo in vicinanza di Fontanella. Su quelle alture li ultimi vapori bianchi si sollevavano dal suolo e si fondevano nell’aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillamento di brina recente. Tutto il terreno pareva cristallizzato, e su quel fondo mobile di splendori li alberi nudi sorgevano come fredde efflorescenze di pietra. Da un lato un gran mucchio d’alberi di fico grigi aveva delle forme mostruose di ramificazione. Rammento ancora che certi altri alberi dai rami numerosi e sottili, forse olmi, forse pioppi, mi dettero l’impressione puerile di giganteschi millepiedi eretti su una estremità.
Giacinta pregava: vedevo le sue labbra muoversi al proferire sommesso delle sillabe. Io la guardavo. Ella non era veramente bella, di una bellezza pura; nel sorriso la bocca le si allargava salendo ai lati verso i lobi delli orecchi, ma i denti avevano una nitidezza gemmea; li occhi avevano l’iride piccola e il globo grande addolcito da quella tinta lieve d’indaco che è comune nei bambini. Così mi piaceva. Già ella aveva messo nella mia puerizia vergine un turbamento, qualche cosa che somigliava un germe d’amore. Ella usciva dai sedici anni, donna.
E dopo un momento disse: - Andiamo verso la chiesa.
Camminavamo al fianco, pe’l sentiero, rompendo a pena con qualche parola il silenzio. Da un lato si stendevano le vigne morte coi tralci rossi che aspettavano i tagli del ronco, poichè presentivano la primavera; dall’altro lato si allungavano i solchi di grano nell’infanzia verde e gentile. Quando sboccammo su la strada di Chieti, un branco di pecore ci guardò passare: le mansuete bestie nere e bianche stavano con la testa alta, con li orecchi rosei contro la luce, su l’erbe corte, nell’idillio mattinale; e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capézzoli tra le zampe delle madri.
Giacinta sorrise quasi teneramente, volgendosi; ella era pia.
II.
La chiesa stava in fondo a una strada protetta da querci che avevano una gravità di patriarchi ed una età di numi. Di fuori, li scrostamenti dell’intonaco lasciavano vedere il mattone rossastro; si aprivano ai lati le finestre semilunari. Su la cuspide ottusa della facciata una croce di ferro tendeva le braccia. Era una chiesa di architettura semplice e rude, simile a quelle che i fanciulli con poche linee tracciano su i margini dei libri odiosi. Si affacciavano attorno su la piazza le case dei coloni, i cumuli alti di paglia secca. Io conservo ancora un’impressione di colore: le pignatte di terracotta vermiglia su certi fusti d’albero contorti altissimi in quel cielo di un azzurro così spirituale. Ed ho ancora dinanzi la faccia cava di quella femmina malata che ci tese la mano per l’elemosina su la porta. Una faccia d’una tinta indefinibile, dove di vivo non restavano che due occhi tristamente glauchi di rospo solitario, nell’ombra di un fazzoletto nero a piccoli fiori gialli legato sotto il mento. Una mano che faceva pensare alla palma pellosa dell’anatra.
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Favola sentimentale Informazioni sulla fonte del testo
Favola sentimentale
Galatea levò dalle carte que’ suoi freddi occhi verdognoli, ergendosi al fine su la vita esile e lunga, facendo crepitare le dita esili e bianche. Disse, con un respiro: — Ho finito. — Grazie, Galatea. Siete stanca? — sussurrò Cesare con quella sua voce fioca, seguitando a voltar le pagine di un gran libro su ’l leggìo. — Un poco. Mi riposerò.
Ella s’immergeva così nel silenzio: sul fondo di cuoio scuro della spalliera la capellatura cinerea posava dolcemente e un’ombra attenuava la nitida marmoreità del viso. Intorno la biblioteca pareva dormisse un sonno buono e pacifico di vecchio, metteva un alito di cartapecora e di noce antico nell’aria, metteva turbinii di polvere nelle zone di sole.
Da tempo, Cesare e Galatea passavano le ore così, studiando, in una quiete augusta di monastero. Egli era venuto nella villa dello zio materno a cercarvi la solitudine, a sacrificarvi la bella gioventù, i belli amori: a poco a poco tutte le esuberanze, tutte le irrequietezze della sua natura si agguagliavano in una serenità alta e virile, s’illimpidavano in una veggenza felice; il culto dell’arte a poco a poco gli andava infondendo un non so che di spirituale e di sacerdotale anche nell’aspetto. Fu l’opera lenta della consuetudine, fu l’opera di quella luce mite in cui egli viveva, di quel crepuscolo ove li occhi suoi miopi languivano quasi di continuo, ove su la sua faccia i fiori del sangue impallidivano.
Galatea gli era una compagna taciturna e pensosa, un’aiutatrice, una gentile amanuense che non si sperdeva mai tra i labirinti e li arabeschi delle scritture sapienti. Ella cresceva come uno stelo, cresceva nella grande malinconia di quella casa ove ella non aveva mai veduto sorridere la madre...Povera madre morta! Con che lungo sospiro di amore e di dolore Galatea guardava il velo disteso sul ritratto della povera madre morta! Quel ritratto era in una larga stanza nuda, sopra una parete bianca, là, all’estremità della villa: nessun rumore vi giungeva, la luce penetrava a traverso le tende fievole e triste. Quando Galatea varcava la soglia, un filo gelido di terrore l’assaliva, un ribrezzo le strideva per le ossa; le pareva come d’entrare in un sotterraneo; tutto quel candore le dava la sensazione dell’immenso. Pure ella restava là lungo tempo, in ginocchio, a pregare, a pregare, mentre il lembo del velo ondeggiava a ogni alito di vento sopra quell’effigie di cadavere; ella teneva li occhi smarriti nel vano, e nel vano la preghiera si smarriva con un susurro debole di labbra. Lentamente i chiarori del giorno mancavano. Allora nella penombra pareva che l’ondeggiamento si allargasse, ingigantisse; a poco a poco un immane lembo di sudario si stendeva in tutta la stanza con un soffio impuro. Ella ne sentiva il contatto rabbrividendo; ella diveniva diaccia ed immobile come di pietra, restava là fin che non la traevano fuori tutta pallida, tutta tremante.
Ma tornava poi a quell’adorazione cupa e solitaria, ci tornava con impeti di lacrime, chiamando la morta fra i singhiozzi. Ella voleva vederla, vederla una volta, ma viva, ma con la vita nelle pupille, vederla bella e ridente, una volta sola! — Era bionda; è vero? bionda come me; è vero? chiedeva al padre, sollevando li occhi umidi, tentando fra la tenerezza delle lacrime un lampo di sorriso.
Ella era cresciuta così, nel dolore. Ella aveva in sè qualche cosa di quelle piante bianche, vissute al buio, che sembrano germogliare dal morbo di un corpo umano e ombreggiano della loro tristezza i sepolcri. Il gran sole, la gran luce la fastidivano: ella socchiudeva le lunghe ciglia, ella difendeva dalla ferita que’ poveri occhi infermi. Pure, amava i fiori. Dietro la villa, in un pezzo di terreno, una vegetazione malaticcia e pingue sonnecchiava nell’ombra: erano grosse foglie carnose di un bruno tendente al violetto, cosparse di pelurie come di una muffa; erano ramificazioni nane, ignude, simili a rettili morti o a bruchi enormi; erano lame piatte di un verde pallido, rigate di bianco e macchiate come dorsi di rane. Certi grandi fiori paonazzi si aprivano a coppa, sorgevano da terra su lunghi tubi, senza fogliame; certi calici di un roseo di pelle umana si gonfiavano su li steli contorti; certe bocche di uno scarlatto cupo emettevano stami simili a piccole lingue giallicce. I petali avevano come il viscidume dei funghi, gl’involucri sparsi di cavità erano favi di cera. Qualche tulipano si schiudeva pigramente in una striscia di sole; qualche peonia vinceva co’ larghissimi fiori carichi di carminio; e in torno, nell’autunno, le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre. Solo il sambuco odorava dalle ampie antele candide, fresco e mite, là entro. Le farfalle passavano fuggevoli; gruppi di chiocciole andavano qua e là strisciando tra le piante succose, lasciando le righe lucenti.
Preview chapterPart 3Preview
Ma no; ma dal suo cuore, ma dal fondo dell’anima sua l’immagine di Cesare prorompeva, vittoriosamente. — Dunque era vero? Dunque ella lo amava? Dunque ella sarebbe stata infedele alla sua povera morta? — O mamma! o mamma! - singhiozzò allora, affranta, torcendosi le braccia, nascondendo tra i cuscini la faccia riarsa dalle lacrime.
A poco a poco quel dolore cedette; sorgeva una passione più umana, sorgeva uno strazio più umano.
Le risa di Vinca parea vibrassero ancora nella vuota sonorità della volta. Era là Vinca dianzi, abbandonata su quel divano, tutta odorosa e luminosa.
Cesare la involgeva tutta del suo sguardo avido: egli non aveva mai avuto quel luccicore nelle pupille, mai. Erano andati soli, nel viale, la giù, sotto li alberi, soli.
Ella si tormentava così, da se stessa; aspettando. — Povera Galatea, come ti sarai tediata! - disse Vinca accarezzandole i capelli, insinuandole fra le ciocche le dita gemmanti di anelli. - Ma tu ardi, Galatea... Sentite, Conte; ha la febbre. — No, non ho nulla, babbo; nulla.
Ed ella teneva fitti li occhi su Cesare, li occhi ardenti nel mortale pallore del viso. Poi si passò una mano su la fronte: provava uno sfinimento, un affievolimento, per tutto il corpo, un freddo sottile sottile. — Ho tanto sonno; mi pesa tanto il capo.... Ma la febbre no! Sento che dormirei tanto tanto — sussurrava con una lentezza stanca, socchiudendo le ciglia, come se le venisse meno il respiro. - Dormirei... si... tanto...
Ella si abbandonò su la spalliera: un sopore invincibile le occupava quelle povere vene esauste, le intorbidava la vita. — Galatea! Galatea!
Le uscì un gemito dalle labbra bianche, come un soffio. — Galatea!
VI.
Fu un lungo letargo. Quando ella aprì li occhi ove ancora la nebbia del letargo fluttuava vide la testa calva del padre curva su di lei in un muto atteggiamento di timore e di dolore. — Dov’è Cesare? - gli chiese con una voce che le moriva nella gola. — Di là, figlia; con Vinca.
Ella richiuse le palpebre, come per affievolire l’intensità della fitta; le parve che le giungesse come un rumore lieve di risa soffocate.
Vinca e Cesare empivano tutta de’ loro amori e delle loro giovinezze la vecchia casa austera; i segreti dei loro amori si nascondevano all’ombra delli arazzi scolorati ove nella rosea lucidità della seta un bel popolo ignudo di ninfe e di cacciatrici aveva fiorito un giorno. Cesare in braccio a quel piacere si abbandonava con tutto l’impeto oblioso delle nature represse; egli se la vedeva sempre dinanzi quella bella e perversa maliarda a cui la gengiva vermiglia si scopriva sempre nel riso e nel sorriso; egli se la vedeva sorgere tra gl’immani candelabri di noce scolpito, tra i seggioloni stemmati, tra li specchi appannati e macchiati, sotto i baldacchini rigati d’oro, sotto le portiere pesanti, in mezzo a tutte quelle cose morte, da per tutto, erta e procace e sfidante.
Galatea sentiva quell’anelito nuovo; col maraviglioso istinto che a lei dava il morbo, aveva indovinato. — Fammi morire! fammi morire! - ripeteva ella fra i singulti, gittata come uno straccio dinanzi all’effigie della madre, guardando con li occhi stravolti dallo spasimo quel velo muto, là giù, nella stanza lontana. - Fammi morire!
Ma al fine Vinca partì: il marito la voleva. Fu una partenza improvvisa, in una mattina fredda e grigia di ottobre. — Addio, Galatea. Addio, Conte. Addio, Cesare.
Ella non era triste; ella era solo un po’ pallida, a traverso il velo nero. Baciò Galatea tante volte; tese la mano a Cesare che stava lì ritto senza parlare. — Ci rivedremo a primavera - gridò ancora affacciando la testa allo sportello della carrozza, agitando le dita. E il trotto dei cavalli si perse pel viale, sotto le robinie che si accasciavano nella grande umidità nebbiosa.
Allora Galatea sentì un sollievo dolce penetrarle a poco a poco nell’anima; sentì li antichi silenzi ridiscendere lenti e solenni a regnare su la casa; sentì co’l sollievo anche uno sfinimento placido ove la sua povera vita si estingueva come sommergendosi. Erano i giorni limpidi e tepidi dell’estate di San Martino; un velo di sopore aleggiava su la campagna godente in quelli ultimi abbracci del sole.
Table of contents
Inside this edition
- 01Part 1
- 02Part 2
- 03Part 3
- 04Part 4
- 05Part 5
- 06Part 6
- 07Part 7
- 08Part 8
- 09Part 9
- 10Part 10
- 11Part 11
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