
Italian Edition
Literature
Le piacevoli notti
Italian BooksWhale Edition by Giovanni Francesco Straparola
Le piacevoli notti è un classico italiano di pubblico dominio su racconti rinascimentali, fiabe letterarie e novelle popolari.
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Book introduction
Le piacevoli notti
Le piacevoli notti di Giovanni Francesco Straparola è un’opera italiana originale legata a racconti rinascimentali, fiabe letterarie e novelle popolari. Questa edizione BooksWhale privilegia un testo classico, ricercabile e selezionato con un criterio conservativo di pubblico dominio globale.
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L’autore è morto nel 1558 e l’opera originale fu pubblicata nel 1550; selezionata con un controllo conservativo di pubblico dominio globale: morte non oltre il 1925 e prima pubblicazione non oltre il 1930.
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Le piacevoli notti
Giovanni Francesco Straparola
Prefazione (vol. I)
Preview chapterORFEO DALLA CARTAPreview
alle piacevoli ed amorose donne, salute.
Meco pensando, amorevoli donne, quanti e quali siano stati quelli celesti e sollevati spiriti, i quali cosí ne gli antichi come ne’ moderni tempi hanno descritte varie favole, delle quali voi, leggendole, ne prendete non picciolo diletto, io comprendo, e voi parimente lo potete comprendere, che da altra causa non sono mossi a scrivere, se non a consolazione vostra e per compiacere a voi. Essendo adunque cosí sí come io giudico, anzi certissimo tengo, voi come piacevoli ed amorose non arrete a sdegno se io, vostro buon servo, a nome vostro darò in luce le favole e gli enimmi dell’ingenioso messer Gioanfrancesco Straparola da Caravaggio, non men elegante che dottamente descritti. E quantunque la loro materia non porgesse a vostre orecchie quel piacere e diletto che nelle altre solete trovare, non però per questo le sprezzarete, ponendole da canto e dandole totalmente ripulsa, ma con allegro viso l’abbracciarete, sí come le altre solete abbracciare. Perciò che, se voi leggendole considerarete la diversitá di casi e le astuzie che in quelle si contengono, almeno vi saranno di ammaestramento non picciolo. Appresso di ciò voi non risguardarete il basso e rimesso stile dello autore, perciò che egli le scrisse, non come egli volse, ma come udí da quelle donne che le raccontarono, nulla aggiongendole o sottraendole. E se in cosa alcuna egli fusse stato manchevole, non accusarete lui, che ha fatto ciò che puote e seppe, ma me che contra il voler suo le diedi in luce. Accettate adunque con lieto viso il picciolo dono del vostro servo, il quale se intenderá esservi, come egli spera, grato, si sforzerá per lo innanzi di donarvi cose che vi saranno di maggior piacere e contento. State felici, memori di me. Da Vinegia alli ij di Gennaio. M. D. L.
Notte prima
Comincia il libro delle favole ed enimmi di messer Giovanfrancesco Straparola da Caravaggio,<brintitolato Le Piacevoli Notti.
Proemio
In Melano, antica e principal cittá di Lombardia, copiosa di leggiadre donne, ornata di superbi palagi e abbondevole di tutte quelle cose che ad una gloriosa cittá si convengono, abitava Ottaviano Maria Sforza, eletto vescovo di Lodi, al quale per debito di ereditá, morto Francesco Sforza Duca di Melano, l’imperio del stato ragionevolmente apparteneva. Ma per lo ravoglimento de’ malvagi tempi, per gli acerbi odij, per le sanguinolenti battaglie e per lo continovo mutamento de’ stati, indi si partí, ed a Lodi con la figliuola Lucrezia, moglie di Giovan Francesco Gonzaga, cugino di Federico Marchese di Mantova, nascosamente se n’andò, ivi per alcun tempo dimorando. Il che avendo presentito li suoi, non senza suo grave danno il perseguitorono. Il miserello vedendo la persecuzione de’ parenti suoi ed il mal animo contra lui e la figliuola che dinanzi era rimasa vedova, prese quelle poche gioie e denari che egli si trovava avere, ed a Vinegia con la figliuola se n’andò: dove trovato il Ferier Beltramo, uomo di alto legnaggio, di natura benigno, amorevole e gentile, fu da lui insieme con la figliuola nella propia casa con strette accoglienze onorevolmente ricevuto. E perchè la troppa e lunga dimoranza nell’altrui case il piú delle volte genera rincrescimento, egli con maturo discorso indi partire si volse, ed altrove trovare propio alloggiamento. Laonde ascese un giorno con la figliuola una navicella, ed a Morano se n’andò. Ed adocchiatovi un palagio di maravigliosa bellezza che allora vuoto si trovava, in quello entrò; e considerato il dilettevole sito, la spaziosa corte, la superba loggia, l’ameno giardino pieno di ridenti fiori e copioso de vari frutti ed abbondevole di verdeggianti erbette, quello sommamente comendò. Ed asceso sopra le marmoree scale, vidde la magnifica sala, le morbide camere ed un verone sopra l’acqua, che tutto il luogo signoreggiava. La figliuola, del vago e piacevole sito invaghita, con dolci ed umane parole tanto il padre pregò, che egli a compiacimento di lei il palagio prese a pigione. Di che ella ne sentí grandissima allegrezza, perciò che mattino e sera se ne andava sopra il verone mirando li squamosi pesci che nelle chiare e maritime acque in frotta a piú schiere nuotavano, e vedendogli guizzare or quinci or quindi sommo diletto n’apprendeva. E perchè ella era abbandonata da quelle damigelle che prima la corteggiavano, ne scelse dieci altre non men graziose che belle, le cui virtú e leggiadri gesti sarebbe lungo raccontare. De’ quai la prima fu Lodovica, i cui begli occhi, risplendenti come lucide stelle, a tutti, che la guardavano, ammirazione non picciola porgevano. L’altra fu Vicenza, di costumi lodevoli, bella di forma e di maniere accorta, il cui vago e delicato viso dava grandissimo refrigerio a chiunque la mirava. La terza fu Lionora, la quale, avenga che per la sua natural bellezza alquanto altera paresse, era però tanto graziosa e cortese, quanto mai alcun’altra donna trovar si potesse. La quarta fu Alteria dalle bionde treccie, la quale con fede e donnesca pietá di continovo alli servigi della Signora dimorava. La quinta fu Lauretta, vaga di aspetto, ma sdignosetta alquanto; il cui caro ed amoroso sguardo incatenava ciascuno che fiso la mirava. La sesta fu Eritrea, la quale, quantunque picciola fusse, non però si teneva alle altre di bellezza e di grazia inferiore; per ciò che in lei erano duo occhi scintillanti e lucidi piú che ’l sole, la bocca piccola e ’l petto poco rilevato, nè cosa alcuna in lei si trovava che di somma laude degna non fusse. La settima fu Cateruzza per cognome Brunetta chiamata; la quale tutta leggiadra, tutta amorosa con le dolci ed affettuose sue parole non pur gli uomini nelle amorose panie invescava, ma il sommo Giove avrebbe potuto far giú discendere da l’alto cielo. L’ottava fu Arianna, giovane di etá, di faccia venerabile, di aspetto grave e di eloquenza ornata; le cui divine virtú accompagnate da infinite lodi, come stelle in cielo sparte, rilucono. La nona fu Isabella molto ingeniosa; la quale con le sue argute e vive proposte tutti e circostanti ammirativi rendeva. L’ultima fu Fiordiana, prudente e d’alti pensieri adornata, le cui egregie e virtuose opere avanzano tutte quelle ch’in ogn’altra donna si vedessero giamai. Queste adunque dieci vaghe damigelle tutte insieme, e ciascheduna da per sè, servivano alla generosa Lucrezia sua Signora. La quale insieme con esso loro elesse due altre matrone di venerando aspetto, di sangue nobile, di etá matura e pregiate molto, acciò che con suoi sani consigli, l’una alla destra, l’altra alla sinistra, sempre le fusse. L’una de quai era la signora Chiara, moglie di Girolamo Guidiccione, gentiluomo ferrarese, l’altra la signora Veronica, fu giá consorte di Santo Orbat, antico e nobile di Crema. A questa dolce ed onesta compagnia concorsero molti nobili e dottissimi uomini, tra, quai il Casal bolognese, vescovo e del re d’Inghilterra ambasciatore, il dotto Pietro Bembo, cavaliere del gran Maestro di Rodi, e Vangelista di Cittadini melanese, uomo di gran maneggio, il primo luoco appresso la Signora tenevano. Dopo costoro vi erano Bernardo Cappello, fra gli altri gran versificatore, l’amoroso Antonio Bembo, il domestico Benedetto Trivigiano, il faceto Antonio Molino detto Burchiella, il cerimonioso Ferier Beltramo, e molti altri gentiluomini; i cui nomi ad uno ad uno raccontare sarebbe noioso.
Preview chapterFAVOLA I.Preview
Salardo, figliuolo di Rainaldo Scaglia, si parte da Genova, e va a Monferrato, dove fa contra tre comandamenti del padre lasciatili per testamento, e condannato a morte vien liberato ed alla propia patria ritorna.
— Di tutte le cose che l’uomo fa over intende di fare, o buone o rie che elle si siano, doverebbe sempre il termine maturamente considerare. Laonde, dovendo noi dar cominciamento a’ nostri dolci e piacevoli ragionamenti, assai piú caro mi sarebbe stato, se altra donna che io al favoleggiare avesse dato principio; perciò che a tal impresa non molto sofficiente mi trovo, perchè di quella facondia che in tai ragionamenti si richiede al tutto priva mi veggio, per non mi essere essercitata nell’arte dell’ornato e polito dire, sí come hanno fatto queste nostre graziose compagne. Ma poichè cosí piace a voi, ed emmi dato per sorte ch’io a ragionare sia la prima, acciò che ’l mio tacere a questa nostra amorevole compagnia non cagioni disordine alcuno, con quella maniera di dire, che mi sará dal divino favore concessa, al nostro favoleggiare darò debole cominciamento, lasciando l’ampio e spazioso campo alle compagne, che dopo[1] me verranno, di poter meglio e con piú leggiadro stile sicuramente raccontare le loro favole di ciò che da me ora udirete.
Beato, anzi beatissimo è tenuto quel figliuolo che con ogni debita riverenza è ubidiente al padre, perciò che egli adempisce il comandamento datoli dallo eterno Iddio, e lungamente vive sopra la terra, ed ogni cosa che egli fa ed opera li riuscisce[2] in bene. Ma pe ’l contrario quello che gli è disubidiente, infelice anzi infelicissimo è riputato, perciò che a crudele e malvagio fine riusciscono le cose sue, sí come per la presente favola, che raccontarvi intendo, agevolmente potrete comprendere.
Dicovi adunque, graziose donne, che in Genova, cittá antiquissima, e forse cosí dilettevole, o piú, come ne sia alcun’altra, fu, non è gran tempo, un gentiluomo, Rainaldo Scaglia per nome chiamato, uomo nel vero non meno abondevole de’ beni della fortuna che di quelli dell’animo. Egli, essendo ricco e dotto, aveva uno figliuolo nominato Salardo, il quale amando il padre oltre ogni cosa lo ammaestrava ed accostumava, come dee fare un buono e benigno padre, nè li lasciava mancare cosa che li fusse di utile, onore e gloria. Avenne che Rainaldo, essendo giá pervenuto alla vecchiezza, gravemente s’infermò, e vedendo esser giunto il termine della vita sua, chiamò un notaio, e fece il suo testamento, nel quale instituí Salardo suo universal erede; dopo pregollo, come buon padre, che egli volesse tenere a memoria tre precetti nè mai scostarsi da quelli. De’ quai il primo fu che, per l’amor grande ch’egli alla moglie portasse, secreto alcuno mai non le palesasse. L’altro, che per maniera alcuna figliuolo da sè non generato non allevasse come suo figliuolo ed erede de’ suoi beni. Il terzo, che non si sottoponesse a signore, che per la sua testa sola lo suo stato reggesse. Questo detto e datali la benedizione, rivolse la faccia al pariete, e per spazio di un quarto d’ora spirò.
Morto adunque Rainaldo e rimaso Salardo erede universale, vedendo che egli era giovane, ricco e di alto legnaggio, in luogo di pensare all’anima del vecchio padre ed alla moltitudine de’ maneggi che come a nuovo possessore de’ paterni beni gli occorrevano, diterminò di prendere moglie, e trovarla tale e di sí fatto padre, che egli di lei ne rimanesse contento. Nè passò l’anno dalla morte del padre, che Salardo si maritò, e tolse per moglie Teodora, figliuola di messer Odescalco Doria, gentiluomo genovese e de’ primi della cittá. E perciò che ella era bella ed accostumata, ancor che sdegnosetta fusse, era tanto amata da Salardo suo marito, che egli non pur la notte, ma anche il giorno non si scostava da lei. Essendo amenduo piú anni dimorati insieme, nè potendo per aventura aver figliuoli, parve a Salardo, contro agli ultimi paterni aricordi, di consenso della moglie, adottarne uno ed allevarlo come suo legittimo e natural figliuolo, ed al fine lasciarlo erede del tutto. E sí come nell’animo suo aveva proposto, cosí senza indugio eseguí, e prese per adottivo figliuolo un fanciullo di una povera vedova, Postumio chiamato, il quale da loro fu piú vezzosamente che non se li conveniva nodrito ed allevato.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02ORFEO DALLA CARTA
- 03FAVOLA I.
- 04FAVOLA II.
- 05FAVOLA III.
- 06FAVOLA IV.
- 07FAVOLA V.
- 08NOTTE SECONDA
- 09FAVOLA I.
- 10FAVOLA II.
- 11FAVOLA III.
- 12FAVOLA IV.
- 13FAVOLA V.
- 14NOTTE TERZA.
- 15FAVOLA I.
- 16FAVOLA II.
- 17FAVOLA III.
- 18FAVOLA IV.
- 19FAVOLA V.
- 20NOTTE QUARTA
- 21FAVOLA I.
- 22FAVOLA II.
- 23FAVOLA III.
- 24FAVOLA IV.
- 25FAVOLA V.
- 26NOTTE QUINTA
- 27FAVOLA I.
- 28FAVOLA II.
- 29FAVOLA III.
- 30FAVOLA IV.
- 31FAVOLA V.
- 32NOTTE SESTA
- 33FAVOLA I.
- 34FAVOLA II.
- 35FAVOLA III.
- 36FAVOLA IV[1]
- 37FAVOLA V.
- 38NOTTE SETTIMA
- 39FAVOLA I.
- 40FAVOLA II.
- 41FAVOLA III.
- 42FAVOLA IV.
- 43FAVOLA V.
- 44NOTTE OTTAVA
- 45FAVOLA I.
- 46FAVOLA II.
- 47FAVOLA III.
- 48FAVOLA IV.
- 49FAVOLA V.
- 50FAVOLA VI.
- 51NOTTE NONA
- 52FAVOLA I.
- 53FAVOLA II.
- 54FAVOLA III.
- 55FAVOLA IV.
- 56FAVOLA V.[1]
- 57NOTTE DECIMA
- 58FAVOLA I.
- 59FAVOLA II.
- 60FAVOLA III.
- 61FAVOLA IV.
- 62FAVOLA V.
- 63NOTTE UNDECIMA.
- 64FAVOLA I.
- 65NOVELLA II.
- 66FAVOLA III.
- 67FAVOLA IV.
- 68FAVOLA V.
- 69NOTTE DUODECIMA
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