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Italian Edition

Literature

Tigre reale

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Verga

Un romanzo giovanile di Verga su passione, gelosia, malattia e seduzione aristocratica.

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Tigre reale

Tigre reale precede il verismo maturo di Verga ma già mostra il conflitto tra desiderio, destino sociale e inquietudine morale. La vicenda di Giorgio La Ferlita e della contessa russa Nata offre parole chiave forti per narrativa italiana ottocentesca, passione e modernità sentimentale.

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Tigre reale

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Non sapevo più nulla di Giorgio La Ferlita allorchè ricevetti il biglietto che m’invitava alle sue nozze. Dacchè si era messo nella carriera diplomatica non ci eravamo visti che a rari intervalli, e come di sfuggita. L’ultima volta che l’avevo incontrato a Firenze, in tutta la pompa della sua cravatta bianca, arrivava dal Giappone, e ci stringemmo la mano alla tavola rotonda dell’Albergo della pace. Il mio amico era un bel giovane, pieno di brio, alquanto sarcastico e motteggevole, con una vernice di buona compagnia raccolta qua e là, a Londra e a Vienna, un

po’ commesso viaggiatore in uniforme d’addetto d’ambasciata. Fu gentilissimo verso di me, mi riconobbe subito, non mi parlò de’ suoi viaggi, e a mo’ di ringraziamento gli offersi un sigaro mentre prendevamo il caffè; me lo ricambiò con uno de’ suoi, accennandomene però la lontana provenienza: il discorso si metteva sul freddino, e finì lì; ci facemmo grandi promesse di vederci spesso, e ci incontrammo due o tre volte sul vestibolo, mentre egli sortiva ed io entravo, o viceversa. Un bel mattino poi mi capitò in camera come una bomba, parlandomi di non so che duello pel quale mi pregava di assisterlo con tali discorsi e tal viso da spiritato che dissi di no due volte invece di una, e naturalmente ci lasciammo meno amici di prima. Due giorni dopo seppi ch’era stato inchiodato al letto da un colpo di spada, e andai a trovarlo; egli aveva la febbre; mi narrò una storia la quale sembrava anch’essa un delirio febbrile, e che racconterò forse in seguito.

Durante la sua convalescenza andavo a trovarlo quasi tutti i giorni; egli mi teneva il broncio

, e per dir la verità un po’ di rimorso l’avevo anch’io. Un mattino lo sorpresi mentre in fretta e in furia stava facendo le sue valigie; non mi disse dove andava, non mi disse perchè partiva, mi rispose per monosillabi, con impazienza nervosa. L’accompagnai sino alla stazione, e in mezzo al gran brulichio della folla sembravami completamente sbalordito; al momento di prendere il biglietto mi domandò se quella corsa coincidesse colla partenza del piroscafo da Napoli per Costantinopoli.

— Ma dove vai? gli chiesi alfine.

— Non lo so; vado a Napoli per ora. To’, guarda! E con improvvisa risoluzione mi mostrò un biglietto di visita sul quale era scritto:

« Vi amo, parto, addio. »

Nient’altro; il nome era stato raschiato col temperino, e sul biglietto rimaneva soltanto una corona di conte, in alto, e quella sola linea fine, elegante, ondulante, che sembrava sdraiarsi mollemente sotto quella corona, stirandosi le braccia, proprio per far perdere la testa al mio povero

Giorgio, il quale di per sè non ne aveva già molta.

Lo rividi due mesi dopo al Doney, col naso al vento, come uomo cui il vento spiri secondo e imbalsamato di tutti i profumi della giovinezza. Mi fece una lunga chiacchierata di certi danari che aveva aspettato inutilmente a Napoli, e di certa Palmira che avea rapito ai trionfi del San Carlo per ingannare la noia della bolletta. — Quella del biglietto di visita? gli domandai. — Quale? — quasi non si rammentava più. — Ah! no! tutt’ altro! quella lì correva più lesta di me, e sì che non era il borsellino che mi dava peso! Non quella, pur troppo!

E si mise a fissare il fumo che svolgevasi dal suo sigaro. Poi si strinse nelle spalle.

— Ci rivedremo, mi disse, e non ci rivedemmo altro.

Giorgio era stato sempre uno di quei fortunati che attraversano la vita in carrozza, come soleva venire a scuola quando faceva troppo freddo, o quando faceva troppo caldo, ciò che per caso durava tredici mesi dell’anno. A vent’anni aveva pubblicato un volume di versi che posarono un’aureola precoce sui suoi capelli biondi; a trenta correva per le capitali e le alcove a spese dello Stato — è vero che babbo La Ferlita, pur brontolando, aiutava parecchio lo Stato. — Suo padre, onesto e forte lavoratore venuto su dal nulla, adorava con tenerezza materna cotesto ragazzo delicato e linfatico; avea dedicato tutto sè stesso e tutto il suo avere a spianargli la via che eragli sembrata la più bella perchè il figliuolo ci si divertiva, e a mettergli della bambagia sotto i piedi; se avesse potuto, con quell’esagerazione del sentimento di protezione, e nel tempo istesso di devozione verso il debole che c’è nei caratteri generosi e robusti, avrebbe portato sulle braccia

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Ignoro dove e come si fossero incontrati; certo è che si conoscevano da qualche tempo, e s’erano cercati cogli occhi in mezzo alla folla delle Cascine e della Galleria degli Uffizi. — Non saprei dirti se sia bella, mi aveva detto Giorgio, so che amo come un pazzo cotesta donna di cui ignoro persino il nome, e che mi ha detto cogli occhi che le piaccio.

Vanità, curiosità, simpatia fisica, non importa, — c’era l’ignoto dentro — il gran dio.

La prima volta che seppe il suo nome, in un ballo a Pitti, seppe anche molte cose di lei: era

civetta, orgogliosa, egoista, marmo di Carrara dentro e fuori; tal quale si vedeva, con quel sorriso glaciale, si diceva avesse spinto al suicidio il solo uomo che avesse mai amato, e amato alla follia, un amore da leonessa — si chiamava Nata, nome dolce come due note di musica.

— Vuol presentarmi a lei? disse Giorgio dopo avere ascoltato attentamente la viscontessa de Rancy.

— È inutile; ella lo conosce diggià.

— Ella?

— Sì, mi ha chiesto di lei ier l’altro, quando l’abbiamo incontrato a cavallo.

— Ebbene?

— Ebbene, no.

— Perchè no?

— Perchè ella non vuole.

— Ah!

— È innamorato di lei?

— Non so.

— Le piace?

— Molto.

— Per quel che le ho raccontato?...

— Forse sì.

— Vuole un buon consiglio, amico mio?

— Senz’obbligo di seguirlo però?

— Beninteso; non sarebbe un consiglio se fosse fatto per seguirlo. Qualora si sentisse disposto a montarsi la testa per la contessa, domandi d’essere destinato a Washington o a Costantinopoli, anzi a Washington addirittura, è più sicuro.

— Perchè mi vuole mandare tanto lontano, quando sto così bene qui! La contessa non vuole conoscermi, lei rifiuta di presentarmi; che pericolo c’è?

— Ebbene, eccole un altro consiglio — questo per esser seguito. — La contessa si è scusata col dirmi che partirà fra breve; io non posso dunque renderle questo servigio; ma cerchi del visconte, mio marito non è obbligato a sapere quello che Nata mi ha detto, e si faccia presentare da lui.

— Grazie, rispose La Ferlita collo stesso tono motteggevole.

Il visconte de Rancy era amico di Giorgio perchè si vedevano al Circolo ed all’Ambasciata di Francia, o al Ministero degli Esteri.

— Volontierissimo, rispose alla domanda di lui, ma è qui poi?

— Ci sarà di sicuro.

— Di sicuro?... Non sapete che viene a passare l’inverno in Italia per motivi di salute? È una donna andata, mio caro, e se volete farle la corte non avete tempo da perdere. Cerchiamo dunque.

Finalmente la scorsero in fondo ad una sala, al braccio del Ministro russo. In mezzo alla gran folla cotesta donna pallida e bionda a prima vista non era notevole che per una certa grazia delicata della persona; ma tutti si voltavano a guardarla, uomini e donne, forse per lo strano effetto di quei grandi occhi grigi, quasi verdastri, duri e splendenti come i diamanti della sua corona, o per l’eleganza della veste stretta e increspata sulle anche, che sembrava avvolgerla con abbracciamenti serpentini.

Allorquando i due amici si avvicinarono a lei ella si era fermata dinanzi a un camino; vedendoli venire aggrottò le sopracciglia con un rapido movimento, e fissò su di Giorgio, attraverso lo specchio, uno sguardo limpido e ghiacciato come il cristallo che lo rifletteva; poi si voltò intieramente, e gli piantò gli occhi in viso per due o tre secondi; sembrava che il consiglio della de Rancy fosse proprio giusto. La contessa accolse freddamente la presentazione, inchinò leggermente il capo, senza aprir bocca, senza guardar Giorgio, quasi senza badargli, e si allontanò appena egli ebbe scritto il suo nome sul taccuino che gli presentò. Qui accadde un garbuglio che i padrini di La Ferlita e del maggiore Guidoni, lo spadaccino famoso, non riescirono a mettere in chiaro, e che fu sciolto con un colpo di spada. Sembra che la contessa avesse avuto la bizzarria di offrire il suo taccuino a Giorgio quando la lista dei balli era piena zeppa, e che Giorgio avesse avuto l’altra bizzarria di sostituire il suo nome a quello del Guidoni, e costui a sua volta, da uomo ammodo,

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05Ella gli fissò in viso uno sguardo attonito.
  6. 06Ella
  7. 07Giorgio si strinse nelle spalle.
  8. 08Giorgio non sorrideva più.
  9. 09IV.
  10. 10V.
  11. 11Don Carlos
  12. 12Allorchè gli dava una di quelle risposte sembrava
  13. 13Anche motteggiando aveva sempre di queste lugubri allusioni.
  14. 14VI.
  15. 15Il freddo la faceva rabbrividire e tossire leggermente.
  16. 16Ella rimase cogli occhi fissi sulla fiamma.
  17. 17Giorgio sogghignò.
  18. 18Egli balzò in piedi.
  19. 19VII.
  20. 20E gli stese la mano.
  21. 21In quella sopraggiunse il visconte.
  22. 22VIII
  23. 23Giorgio che era entrato da qualche momento
  24. 24IX
  25. 25X
  26. 26Re d’Italia
  27. 27XI
  28. 28XII
  29. 29Egli rispondeva come fosse fuori di sè.
  30. 30XIII
  31. 31Giorgio sprofondò il capo nelle spalle.
  32. 32Giorgio chinò gli occhi.
  33. 33Finalmente apparvero i primi barlumi del giorno
  34. 34Giorgio rabbrividì.
  35. 35Gli teneva le mani.
  36. 36Egli uscì barcollando.
  37. 37XIV
  38. 38Ella non rispose.
  39. 39XV
  40. 40XVI
  41. 41Erminia ascoltava la madre senza fiatare.
  42. 42Erminia levò vivamente il capo.
  43. 43Ella gli strinse le mani senza dir nulla.
  44. 44XVII
  45. 45Non dissero più nulla.
  46. 46Infine Rendona lo lasciò stringendosi nelle spalle.
  47. 47XVIII
  48. 48Non rimaneva più altro del passato.

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