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Italian Edition

Literature

Trionfi

Italian BooksWhale Edition by Francesco Petrarca

Un’edizione italiana originale su amore, pudicizia, morte, fama, tempo, eternità, allegoria morale e poesia trecentesca.

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Trionfi

Trionfi di Francesco Petrarca è presentato in un’edizione italiana originale e leggibile. L’opera mette in primo piano amore, pudicizia, morte, fama, tempo, eternità, allegoria morale e poesia trecentesca. Il testo conserva valore per storia letteraria, pensiero, cultura italiana e ricerca di classici in pubblico dominio.

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Francesco Petrarca morì nel 1374, e Trionfi fu pubblicato o composto nel 1351. Queste date sostengono la base di pubblico dominio del testo italiano originale usato in questa edizione.

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Trionfi

Trionfi/Triumphus Cupidinis/I

Al tempo che rinnova i miei sospiri per la dolce memoria di quel giorno che fu principio a sì lunghi martiri, già il sole al Toro l’uno e l’altro corno 5 scaldava, e la fanciulla di Titone correa gelata al suo usato soggiorno. Amor, gli sdegni, e ’l pianto, e la stagione ricondotto m’aveano al chiuso loco ov’ogni fascio il cor lasso ripone. 10 Ivi fra l’erbe, già del pianger fioco, vinto dal sonno, vidi una gran luce, e dentro, assai dolor con breve gioco, vidi un vittorïoso e sommo duce pur com’un di color che ’n Campidoglio 15 triunfal carro a gran gloria conduce. I’ che gioir di tal vista non soglio per lo secol noioso in ch’i’ mi trovo, voto d’ogni valor, pien d’ogni orgoglio, l’abito in vista sì leggiadro e novo 20 mirai, alzando gli occhi gravi e stanchi, ch’altro diletto che ’mparar non provo: quattro destrier vie più che neve bianchi; sovr’un carro di foco un garzon crudo con arco in man e con saette a’ fianchi; 25 nulla temea, però non maglia o scudo, ma sugli omeri avea sol due grand’ali di color mille, tutto l’altro ignudo; d’intorno innumerabili mortali,

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30

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Vago d’udir novelle, oltra mi misi tanto ch’io fui in esser di quegli uno che per sua man di vita eran divisi. Allor mi strinsi a rimirar s’alcuno 35 riconoscessi ne la folta schiera del re sempre di lagrime digiuno. Nessun vi riconobbi; e s’alcun v’era di mia notizia, avea cangiata vista per morte o per prigion crudele e fera. 40 Un’ombra alquanto men che l’altre trista mi venne incontra e mi chiamò per nome, dicendo: - Or questo per amar s’acquista! - Ond’io meravigliando dissi: - Or come conosci me, ch’io te non riconosca? - 45 Et ei: - Questo m’aven per l’aspre some de’ legami ch’io porto, e l’aer fosca contende agli occhi tuoi; ma vero amico ti son e teco nacqui in terra tosca. - Le sue parole e ’l ragionare antico 50 scoverson quel che ’l viso mi celava; e così n’assidemmo in loco aprico, e cominciò: - Gran tempo è ch’io pensava vederti qui fra noi, ché da’ primi anni tal presagio di te tua vita dava. - 55 - E’ fu ben ver, ma gli amorosi affanni, mi spaventar sì ch’io lasciai la ’mpresa; ma squarciati ne porto il petto e’ panni. - Così diss’io; et ei, quando ebbe intesa la mia risposta, sorridendo disse: 60 - O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa! - Io nol intesi allor, ma or sì fisse sue parole mi trovo entro la testa, che mai più saldo in marmo non si scrisse; e per la nova età, ch’ardita e presta 65 fa la mente e la lingua, il dimandai: - Dimmi per cortesia, che gente è questa? - - Di qui a poco tempo tel saprai per te stesso - rispose - e sarai d’elli: tal per te nodo fassi, e tu nol sai; 70 e prima cangerai volto e capelli che ’l nodo di ch’io parlo si discioglia dal collo e da’ tuo’ piedi anco ribelli. Ma per empier la tua giovenil voglia dirò di noi, e ’n prima del maggiore, 75 che così vita e libertà ne spoglia. Questi è colui che ’l mondo chiama Amore: amaro come vedi e vedrai meglio quando fia tuo com’è nostro signore: giovencel mansueto, e fiero veglio: 80 ben sa chi ’l prova, e fi’ a te cosa piana anzi mill’anni: infin ad or ti sveglio. Ei nacque d’ozio e di lascivia umana, nudrito di penser dolci soavi, fatto signor e dio da gente vana. 85 Qual è morto da lui, qual con più gravi leggi mena sua vita aspra et acerba sotto mille catene e mille chiavi. Quel che ’n sì signorile e sì superba vista vien primo è Cesar, che ’n Egitto 90 Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba; or di lui si triunfa, et è ben dritto, se vinse il mondo et altri ha vinto lui, che del suo vincitor sia gloria il vitto. L’altro è suo figlio; e pure amò costui 95 più giustamente: egli è Cesare Augusto, che Livia sua, pregando, tolse altrui. Neron è il terzo, dispietato e ’ngiusto; vedilo andar pien d’ira e di disdegno; femina ’l vinse, e par tanto robusto. 100 Vedi ’l buon Marco d’ogni laude degno, pien di filosofia la lingua e ’l petto; ma pur Faustina il fa qui star a segno. Que’ duo pien di paura e di sospetto, l’un è Dionisio e l’altr’è Alessandro; 105 ma quel di suo temer ha degno effetto. L’altro è colui che pianse sotto Antandro la morte di Creusa, e ’l suo amor tolse a que’ che ’l suo figliuol tolse ad Evandro. Udito hai ragionar d’un che non volse 110 consentir al furor de la matrigna e da’ suoi preghi per fuggir si sciolse, ma quella intenzïon casta e benigna l’occise, sì l’amore in odio torse Fedra amante terribile e maligna, 115 et ella ne morio: vendetta forse d’Ippolito, e di Teseo, e d’Adrianna, ch’a morte, tu ’l sai bene, amando corse. Tal biasma altrui che se stesso condanna; ché chi prende diletto di far frode, 120 non si de’ lamentar s’altri lo ’nganna. Vedi ’l famoso, con sua tanta lode, preso menar tra due sorelle morte: l’una di lui, ed ei de l’altra gode. Colui ch’è seco è quel possente e forte 125 Ercole, ch’Amor prese; e l’altro è Achille, ch’ebbe in suo amar assai dogliose sorte. Quello è Demofoon, e quella è Fille; quello è Giasone, e quell’altra è Medea ch’Amor e lui seguio per tante ville; 130 e quanto al padre et al fratel più rea, tanto al suo amante è più turbata e fella, ché del suo amor più degna esser credea. Isifile vien poi, e duolsi anch’ella del barbarico amor che ’l suo l’ha tolto. 135 Poi ven colei ch’ha ’l titol d’esser bella: seco è ’l pastor che male il suo bel volto mirò sì fiso, ond’uscir gran tempeste, e funne il mondo sottosopra vòlto. Odi poi lamentar fra l’altre meste 140 Enone di Parìs, e Menelao d’Elena, et Ermïon chiamare Oreste, e Laodamia il suo Protesilao, et Argia Polinice, assai più fida che l’avara moglier d’Anfïarao. 145 Odi ’l pianto e i sospiri, odi le strida de le misere accese, che li spirti rendero a lui che ’n tal modo li guida. Non poria mai di tutti il nome dirti, che non uomini pur, ma dèi gran parte 150 empion del bosco e degli ombrosi mirti. Vedi Venere bella e con lei Marte, cinto di ferri i piè, le braccia e ’l collo, e Plutone e Proserpina in disparte; vedi Iunon gelosa, e ’l biondo Apollo 155 che solea disprezzar l’etate e l’arco che gli diede in Tessaglia poi tal crollo. Che debb’io dir? In un passo men varco: tutti son qui in prigion gli dèi di Varro; e di lacciuoli innumerabil carco 160 ven catenato Giove innanzi al carro. -

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  1. 01Full text
  2. 02parte presi in battaglia e parte occisi,
  3. 03parte feriti di pungenti strali.

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