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Italian Edition

Literature

Una nobile follia

Italian BooksWhale Edition by Iginio Ugo Tarchetti

Un romanzo della Scapigliatura contro militarismo, conformismo e retorica sociale.

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Una nobile follia

Una nobile follia unisce passione, critica antimilitarista e tensione morale nello stile inquieto della Scapigliatura. Questa edizione italiana è adatta ai lettori di narrativa ottocentesca, dissenso e letteratura civile.

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Iginio Ugo Tarchetti morì nel 1869, e Una nobile follia fu pubblicato nel 1867. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio del testo italiano originale.

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Una nobile follia

Iginio Ugo Tarchetti

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...Tant’è; non potevo prestar fede a me stesso: tornai a rileggere quella lettera: «Ho il cuore teneramente commosso. Da un giovane ufficiale che ti conosce, al quale ho offerto ospitalità nella mia famiglia, ho inteso che tu sei a..., a venti miglia di qui, e sulle mosse per recarti in Francia. Questa notizia mi ha tutto agitato. Sono sette anni che non ti vedo. Potrò ora abbracciarti? Mia moglie, i miei figli ti attendono; non sono più solo: la fortuna ha collocato un abisso tra la mia vita passata e la mia vita attuale; ma per quella misteriosa attrazione che l’uomo ha poi sempre verso il dolore, io desidero di rivivere teco nel passato, fosse un’ora soltanto; tu non negherai questa ineffabile consolazione al tuo amico.» Mi rincantucciai nell’angolo della carrozza per nascondere l’alterazione del mio viso, e mi portai una mano sul cuore, come per contenerne il sussulto: il mio amico, l’amico della mia infanzia, Vincenzo!... Ed era stato detto che un amore sventurato, che un rovescio di fortuna irrimediabile l’avevano tratto ad uccidersi. Io l’avevo pianto morto, io lo avevo quasi dimenticato; non credevo di rinvenirlo più sulla terra. Oh! la terribile sorpresa di rivedere viva una persona che credevamo estinta, la solenne mestizia di un ritrovo dopo sette anni di una vita ignorata e sofferente. E non dovevo rivederlo più solo... una moglie, dei figli... Quale sarà dunque il segreto di questo esistenza misteriosa? Quali le fila di questo destino imperscrutabile? E guardai il cielo, e mi sentivo gli occhi pieni di lagrime, e dissi fervorosamente: — Oh mio Dio, fate che io possa trovare il mio amico felice! Su per la salita del colle, i passeggieri discesero dalla vettura, e discesi io pure con essi. Mi incamminavo avanti a passi accelerati per rimanermene solo: era un bel mattino di maggio, la primavera era nel suo pieno sviluppo; e quelle praterie, e quei colli che le cingevano come un anfiteatro gigantesco, parevano uno di quei quadri mera vigliosi che la natura ha disseminati qua e colà sulla terra, quasi per attestare il vigore della sua potenza creatrice: prati tutti rosati leggermente di margherite, siepi di biancospino fiorite, padiglioni di clematidi e di caprifogli; e lungo i filari dei salici alcune tordelle di montagna che andavano e venivano a piccoli voli da un albero all’altro, e folate di passeri a migliaia. Tornai indietro per quindici anni nella mia vita: la mia imaginazione mi trasportò in quel piccolo paradiso della mia patria, che non avevo più riveduto da lungo tempo, e risentii quella sensibilità vergine e squisita che è propria della prima giovinezza. In quei luoghi avevo spesso folleggiato con Vincenzo... spesso! Noi vi avevamo passato la nostra infanzia. Ve lo rividi fanciullo come in quel tempo, co’ suoi occhi del colore della pervinca, col suo viso sorridente e gentile, coronato di capelli ricciuti e biondissimi: rividi quelle lunghe siepe di rovi dove venivamo a raccogliere assieme i frutti del lampone selvatico, e quella viuzza serpeggiante a precipizio, e quei molinelli di giunco sospesi sopra il ruscello, e quei vecchi pioppi vestiti di licheni secolari, dove le piche dalla coda azzurra collocavano, sfidandoci, i loro nidi. Oh, i primi anni dell’infanzia! Questo affacciarsi alla vita colla baldanza che dà una felicità non contesa; e la cieca imprevidenza, la piena sicurezza dell’avvenire, la felice ignoranza del dolore... chi può rammentare quell’età senza lagrime? Ma gli affetti rimangono allora assopiti, il cuore non si è ancora aperto: le sensazioni dell’infanzia sono vaghe, indefinibili, incomprese; sono un fremito di tutte le potenze intellettuali che si sviluppano e tentano di soverchiarsi nella lotta; sono le note di una musica divina, ma echeggianti tutte ad un tempo, senza legge di accordo e senza misura; e quando l’anima si apre agli affetti, quando incomincia la conoscenza dell’esistere, e le note di questa musica armonizzano coi numeri e colla poesia dell’universo, il labbro che si accosta al calice del piacere vi sugge i primi sconforti e le prime amarezze della vita. Il dolore è una scienza che non ha d’uopo di lunghi ammaestramenti per essere appresa. Il primo affetto nasce sempre col primo dolore, quando pure il dolore non preesisteva all’affetto. — Vincenzo ed io fummo separati a dodici anni; io non rammenterò qui lo strazio di quella separazione: ciascuno di noi fu chiuso fra le pareti di un collegio, e quando ci rivedemmo ne contavamo venti caduno. Uno spazio di tempo assai lungo ci aveva dunque divisi; non erano più due amici che si rivedevano, ma due sconosciuti avvinti da un solo e fragile legame, quello di una rimembranza. Infatti io non lo avrei potuto riconoscere: — indarno avrei tentato di ravvisare in quel giovane maschio ed elegante quel piccolo Vincenzo dai capelli d’oro e dagli occhi del color della pervinca: indarno egli avrebbe voluto riconoscere in me quel fanciullo debole, timido e pensieroso di un tempo. Ma quanto le nostre anime avevano altresì deviato l’una dall’altra nel loro sviluppo! quanta differenza nella nostra indole e nei nostri costumi! Nè io credo che se quell’incontro fosse stato il primo della nostra vita, le nostre anime avrebbero simpatizzato l’una per l’altra. Esiste generalmente tra gli uomini una specie di repulsione naturale e istantanea che, una volta superata, lascia poi scorgere le qualità intime del nostro carattere, e dà luogo all’amore, o almeno alla tolleranza; giacchè il fondo del cuore umano è sempre uguale, sempre le medesime virtù, sempre gli stessi vizi; nè i misantropi sono per altro misantropi, che per la loro ripugnanza a superare questa prima ripulsione. Vincenzo ed io eravamo cresciuti insieme, e quantunque ci rivedessimo mutati di sembianze e di cuore, vi erano ancora le memorie di un passato comune che ci univano. Lo riabbracciai come un fratello, e provai una specie di orgoglio tacito e delicato, e un intenerimento di cuore ineffabile nel rivederlo così giovane, così avvenente, e presumibilmente felice. Felice? Egli certamente lo era; era ciò che si dice un giovane di mondo; i suoi modi parevano acquistati al contatto della più eletta società, il critico più severo in fatto di moda non avrebbe segnalata una menda nel suo abito o nella spartitura della sua zazzera: un pittore lo avrebbe tolto a modello per le sue forme: un romanziere ne avrebbe tratto lo schizzo fisiologico del libertino; tutto accennava in lui a quella baldanza giovanile e a quella petulanza innocente che nasce dalla prosperità e dalla fortuna. — Tu mi sembri malato, egli mi aveva detto osservando il profilo melanconico del mio viso; per il cielo! si direbbe che tu soffri. Hai tu penuria di donne o di danaro? E mi aveva offerta la sua borsa, e mi aveva indicato un ciondolo del suo orologio che era, diceva egli, la sua impresa; e consisteva in un grosso cuore di corallo sanguigno, con una piastrella d’argento orlata d’oro su cui era scritto da una parte — à louer — e dall’altra disponible . Egli era lo spirito più bizzarro del mondo. Io mi sentiva tratto ad amarlo, quantunque nessuno de’ suoi sentimenti potesse trovare un’eco nella mia anima; egli mi amava perchè trovava in me una diversione alle sue idee, e talora un consigliere affettuoso e cordiale. Ma ciò non ha che fare col mio racconto. Passerò di volo su questi due anni, chè tanti ne vivemmo uniti, e non aggiungerò altro, se non che all’epoca della nostra separazione egli era divenuto tacito e pensieroso: un amore profondo e verace agitava per la prima volta il suo cuore; il dileguarsi improvviso della sua fortuna lo aveva richiamato alla vita domestica e solitaria: io assistevo in lui a quella reazione che suol succedere in tutte le anime rette, condotte sulla via del libertinaggio non da malvagità di natura, ma da istinto d’imitazione e da difetto della scienza sperimentale della vita. Ci lasciammo con molte lagrime: quell’abbandono ci rivelava tutta la forza della nostra amicizia. Un anno dopo, trovandomi in un gabinetto di lettura a Strasburgo, avevo letto in un giornale italiano queste parole: «Un giovane di distinta condizione, Vincenzo D..., si uccise la scorsa notte nella sua camera, esplodendosi ad un tempo due pistole nel viso. Dicesi che un grave dissestamento de’ suoi interessi lo abbia tratto a questa triste risoluzione.» Ed ora? Io stavo per rivederlo, io stavo per riabbracciarlo... E non più solo.. una moglie, dei figli... E potevo io ingannarmi? Osservai ancora la sua lettera; erano ben quelli i suoi caratteri; non v’era luogo a dubitarne... Vincenzo viveva. ⁂ Picchiai leggermente alla porta — il cuore mi batteva per l’impazienza e per una certa sensazione sconosciuta che non sapevo definire a me stesso. Udii il fruscio d’un abito femminile, e le grida echeggianti di bambini nel corridoio, e un istante dopo, una donna giovane e bellissima venne ad aprire. — Vincenzo..., mormorai io trattenendomi sulla soglia dell’uscio tra l’incertezza e la confusione. — Ugo..., diss’ella, non m’inganno, io vi riconosco bene dal ritratto che me ne fece mio marito. E mi porse la mano come se ci fossimo conosciuti da lungo tempo. Teresa era una di quelle creature privilegiate che sembrano collocate dal cielo quaggiù per attestare in faccia alla società, spesso corruttrice e corrotta, la santa e nobile missione della donna. Io non avevo veduto mai un sorriso più dolce, un viso più aperto, due occhi più ingenui e verecondi. — Vedete, mi diss’ella con orgoglio santissimo di madre, ecco i miei figli; e mi spinse tra le ginocchia il maggiore che poteva contare sei anni mentre fece cenno a un biondino, che si stava rincantucciato in un angolo, guardandomi tutto timoroso di traverso, perchè mi si accostasse. E stringendo la mia mano prima di abbandonarla, aggiunse: trattenetevi un istante con essi, volo a chiamare mio marito. Chi non ha avuto un amico, chi non ha provato tutta la forza di questo sentimento assai più nobile dell’amore, assai più forte dell’affetto domestico; chi non ha ricevuto dalla natura quella delicata sensibilità che ci lega al passato e ne rinverdisce e ne concretizza quasi le memorie, non può imaginare quelle sensazioni indefinibili che il mio amico ed io provammo nel rivederci. Si direbbe che l’amicizia riassuma in sè sola tutto il vigore e tutte le proprietà che l’amore mostra di possedere nei vari aspetti sotto cui si presenta nei cuori umani: a quindici anni si amano gli uomini, a venti le donne, a trenta la famiglia, e più oltre sè stessi; ma in tutte le fasi di questi affetti, e nell’egoismo abituale che li domina, rimane pur sempre un lato del cuore incontaminato, una parte incorrotta che l’amico serba all’amico, un altare dove la fiamma divina dell’amicizia arde inestinguibile per rammentare agli uomini la loro missione di carità e di amore. Vincenzo aveva certo subito delle dure prove nel mondo; qualche grande amarezza, di quelle che non si dimenticano più nella vita, doveva averlo travagliato nei primi anni della nostra separazione. Io lessi sul suo viso una storia che mi struggevo di ascoltare dal suo labbro: — non era più quel viso ardito e gioviale, quelle guancie non solcate dal pensiero, quell’occhio vivace e inquieto; ma nella sua stessa serenità vi era qualche cosa di pensieroso e di malinconico, la sua espressione tradiva un segreto mal celato, accusava in lui quello strazio lento, continuo, irrimediabile, che cagiona qualche terribile rimembranza... La sera era limpida e profumata: ci sedemmo sotto un pergolato nel piccolo cortile. — Tu vuoi che io ti narri la mia storia, mi diceva il mio amico, e forse l’aver tu ascoltato la notizia della mia morte ti fa supporre degli strani avvenimenti nella mia vita. Ma io non ne fui che l’oggetto: non è la mia storia quella che mi accingo a raccontarti, ma quella di un uomo generoso, di cui nessuno ha conosciuto la virtù, di cui nessuno ha apprezzato la nobiltà dell’animo e la dolce mitezza del cuore. Quell’uomo fu creduto pazzo, visse e morì da pazzo; così avrebbero giudicato gli uomini se la sua esistenza non fosse sparita ignorata, se il mistero non avesse celato in parte, o mostrate sotto aspetto diverso dal vero le singolari abitudini della sua vita. Io non istarò a confrontare le opere sue, non i suoi giudizi, non le sue aspirazioni, non i suoi disegni, con quelli suggeriti dalla saviezza: la società ha stabilito delle norme fisse per riconoscere quei limiti, oltre i quali la ragione umana è creduta deviare dal suo scopo, e l’intelligenza sconvolgersi e mutare la sua natura. Elevatevi al disopra di questi limiti, spingetevi oltre quel termine raggiunto dallo spirito umano nella via della sua perfezione, allontanatevi dalle vecchie idee, slacciatevi dalle viete opinioni, e la saviezza vi giudica perduti; gli uomini vi condannano alla morte del pensiero: rimarrete soli, individualità giganti e incomprese, a lottare nel grande oceano dell’idea per una palma che non vi sarà mai dato di conseguire. Io ti accennerò la vita di un uomo che fu degno di appartenere a questo numero, che avrebbe svelato agli uomini delle grandi verità, e affrettato il trionfo di un grande principio, se una disillusione precoce non gli avesse mostrata anzi tempo la terribile vanità di tutte le cose. Ma tu sorriderai forse di questo giudizio quando ti leggerò fra poco le sue memorie, quando conoscerai che quest’uomo tremava per uccidere un insetto, che si arrestava davanti alla gabbia di un passero colla stessa trepidazione di cuore con cui si sarebbe fermato dinanzi alla Bastiglia, che avrebbe voluto abbattere e sconvolgere tutte le leggi di comunanza sociale per riordinarle sopra una base così divina, che il carattere umano avrebbe trovato nella sua stessa natura un ostacolo ad aderirvi. — La sua nascita fu una colpa, la sua vita un’espiazione, un dolore, una lotta; la sua morte il più generoso e il più nobile dei sacrifici. Ma veniamo all’essenza del mio racconto: io narrerò dei fatti, non emetterò alcun giudizio su lui: della sua indole, de suoi principi, del suo fine, eleggo a giudice te stesso. ⁂ Ricorderai quell’ultimo anno in cui ci separammo; io amavo allora Teresa, e fu quell’amore che mi richiamò ad un’amara riflessione sul mio passato, e mi sottrasse a quella vita inutile ed agitata, in cui la gioventù d’oggi consuma ed esaurisce le sue forze intellettuali e morali per dare più tardi alla società un uomo disonesto o impotente. Io contemplai con orrore me stesso; conobbi che potevo tuttavia riabilitarmi, ma le mie sostanze erano dileguate; misurai in tutta la sua estensione la mia sciagura; il disquilibrio de’ miei interessi era irrimediabile. Eppure io amavo disperatamente quella fanciulla — fanciulla del popolo, buona, intelligente, gentile — compresi che una separazione era impossibile; essa mi era divenuta necessaria; nè d’altronde avrei potuto offrirle un nido ed un pane sicuro... Che decidere? Furono quelli i miei primi dolori: dolori mentali e salutari che modificarono la mia indole, e mi guarirono di quella fatua leggerezza ch’era stata l’origine di tutte le mie sciagure. Quando io andai ad abitare una piccola camera nella via di ***, non so veramente cosa potessi ancora sperare dalla fortuna: i miei genitori estinti, le mie ricchezze dissipate, il mio coraggio dileguato, la mia giocondezza svanita, un amor disperato e molte migliaia di franchi di debito... tali erano i punti culminanti del mio quadro. In quello stato di cose, osservai un giorno sul balcone sottoposto una signora assai bella e vestita di un abito assai elegante: un fisionomista avrebbe dato della sua virtù un giudizio poco lusinghiero, eppure trapelava dal suo viso una certa dolcezza, una melanconia pensierosa che pareva implorare il perdono delle colpe svelate in quel giudizio. Conviveva con un vecchio libertino dall’occhio vitreo e quasi crudele, dall’espressione tetra e sinistra; una carrozza elegante si arrestava seralmente a quella porta, la signora ne usciva e vi era ricondotta puntualmente un’ora dopo; ogni giorno nuovi abiti, nuovi ornamenti; la sua vita pareva tutta tessuta di rose. Or m’accadde in quel tempo di dover dare a guarentigia d’una somma assai lieve l’unico mio abito, ed esser costretto ad un ritiro forzato di un mese. Dopo soli otto giorni, l’amarezza di quella vita mi parve insopportabile: la mia impazienza e la mia scherzosa indole antica mi porsero uno strano consiglio. Scrissi a quella signora un biglietto così concepito: «Un inquilino del terzo piano, che avete qualche volta degnato dei vostri sguardi, è costretto già da otto giorni ad una prigionia forzata per avere contratto un prestito di poche lire, e datone a guarentigia l’unico suo abito, ora depositato nel guardaroba del creditore. Egli è giovane e sano, — ama ed è riamato — va pazzo della natura, dei fiori, della campagna, e muore lentamente di spasimo nella sua gabbia. «Rispettabile signora!... Egli ha osato osservare che voi mutate ogni giorno un magnifico abito di seta. Potreste indossare per due soli giorni lo stesso abito, e mandargli di che riscattare il suo frak , il suo gilet e i suoi calzoni turchini? La sua riconoscenza non potrebbe mai elevarsi all’altezza di questo beneficio.» Un’ora dopo, un mio vicino misterioso che avevo osservato più volte dalle gretole delle mie persiane, entrò senz’altro nella mia camera, e senza mostrare di meravigliarsi del mio abbigliamento incompleto, mi si avvicinò, mi offerse la sua mano, mi strinse la mia; e sedendosi, mi disse: — Non vi chiamate voi Vincenzo D...? — Precisamente. — È strano, noi portiamo lo stesso nome; e fu per ciò che ricevetti per errore questa lettera e questo involtino dalla signora del primo piano a cui vi siete indirizzato. Mi porse il tutto. Quello strano biglietto diceva: «L’inquilina del primo piano che avete più volte onorata dei vostri sguardi, sente tutta l’amarezza della vostra prigionia, e vorrebbe ridonarvi alla libertà e alla natura, giacchè siete giovane e amate, e andate pazzo dei fiori e della campagna; ma essa non può mandarvi di sotterfugio che un povero abito di velluto del suo guardaroba d’inverno. Riscattate con esso il vostro frak , il vostro gilet e i vostri calzoni turchini, e rammentatevi anche talora di lei, ma Iddio non vi faccia mai conoscere quanto le costino i suoi abiti di seta.» Terminata questa lettura, alzai gli occhi in volto al mio vicino, sicuro di trovarvi un sorriso di scherno, e deciso a rinfacciarnelo amaramente; ma non vi lessi invece che una nobile compassione, una compassione che non aveva nulla di umiliante, nulla di simulato, e pareva provenire tutta dal cuore. Quell’affanno represso che trapelava dalle espressioni giocose di quel foglio mi aveva tutto attristito: ci guardammo alcun tempo senza parlare. — Povero giovane, diss’egli finalmente chinando il capo e guardando altrove come parlasse a sè stesso: poi rialzandosi e porgendomi la mano, aggiunse con fuoco: — Ella à una terribile battaglia questa che voi combattete colla società; io ho osservato da parecchi giorni il tenore della vostra vita, ho partecipato col cuore alle vostre privazioni, e se non siete entrato per vostra colpa in questa battaglia, non vi è nulla quaggiù che possa confortarvi di una lotta, in cui sarete sempre perdente e sempre disonorato. — Vi entrai per mia colpa, io dissi; ho dissipato una sostanza considerevole... — Cioè, voi avete disseminata, suddivisa la vostra sostanza: nulla si dissipa quaggiù, e sotto questo titolo modesto di dissipatore, voi nascondete il diritto a quello d’umanitario: cessate di rinfacciarvi un’azione che forma il vostro più splendido elogio. — Ma io ho profuse le mie ricchezze senza beneficare. — Come ciò? La profusione stessa genera il beneficio. Avete voi mangiato dei prodotti della natura per cento bocche? avete portato cento ferraiuoli ad un tempo? Le vostre facoltà distruttive sono pari a quelle di qualunque altro uomo: voi avete tolto dalla natura ciò che vi spetta; nessun mortale può consumare più della sua parte: bensì coll’aver profuse, come dite, le vostre ricchezze, avete offerto a molti sventurati il mezzo di riacquistare questa parte che i potenti avevano loro usurpata. Chè, se voi poteste consumare le forze produttive della natura più di quanto sia dato a ciascun uomo di fare, sareste colpevole di questo preteso delitto che vi rinfacciate; ma il denaro non fa che rappresentare il valore di questi prodotti ed agevolarne il commercio: voi, restituendolo alla società, l’avete beneficata e tanto meglio per voi se non avete fatto pompa di quell’ipocrisia che suole accompagnare il beneficio. Io ammutolivo dalla meraviglia. — E non vi affliggete, aggiunse egli con espressione d’interessamento ineffabile, non vi affliggete, mio caro giovane, del vostro passato; non vi create delle colpe che non avete, rischiarate coll’intelletto la vostra coscienza. Voi siete uno di quegli eletti, che il cielo ha destinati per esempio agli altri uomini: voi siete uno strumento della giustizia, siete una vittima a cui si dice: Venite, lottate, noi siamo un esercito di egoisti e di usurpatori che vogliamo togliervi il vostro pane, il vostro tetto, il vostro raggio di sole; e guai a voi se perdete; voi sarete anche infelice e disonorato. Ditemi, che cosa è che assicura la proprietà? — Le leggi. — E che cosa è la proprietà? Io pendevo incerto nella risposta. — La proprietà è l’usurpazione, egli disse, la proprietà è il furto. Chi ha rogato il testamento di Adamo? Ora, se le leggi difendono un’usurpazione, se le leggi basano sopra un falso principio, la vostra coscienza non vi può impedire di violarle. Io vorrei che mi diceste che cosa è il debito. Io non risposi, ed egli riprese: — Il debito è il riacquisto di una parte della vostra proprietà (intendo dell’eredità comune a tutti gli uomini) — non v’ha debitore che non sia già creditore; che se voi siete costretto a contrarre il debito, egli è perchè siete tuttora creditore di questa parte che vi è dovuta; ed è ragionevole che non potendola riavere colla forza, la riacquistiate a brano a brano coll’astuzia: ella è cosa poi più nobile ancora il riaverla colla violazione della legge, che abbiamo veduto non esser altro che l’immorale difesa dell’usurpazione. E vi è ancora una via di mezzo, per la quale gli usurpatori timidi e perdenti si ritirano dalla lotta, ed è il prestito volonteroso. Questo è il primo risultato, sono le prime condizioni che sorsero dall’incertezza dell’esito di questa battaglia in tempi più remoti, quando l’usurpazione non era ancora tutelata e guarentita dalla legge. Non vi parlerò dell’elemosina, che è il termine stabilito per vilipendere quei pochi generosi, che la vecchiaia, le sventure e le continue perdite hanno posto per sempre fuori di combattimento. Costoro rimangono monumenti spaventevoli che i potenti ci schierano dinanzi allo sguardo per atterrirci e per disarmarci nella lotta. L’elemosina! Ah! colui che primo inventò questa parola doveva essere sbranato; gli uomini dovevano divorargli il cuore, perchè ogni fibra di esso, scomponendosi, non fecondasse la terra di altri scellerati. «Oh! miei fratelli, aggiunse egli con entusiasmo, nobili veterani, martiri gloriosi, poveri martiri mendicanti sopra una terra vergine, ricca, feconda; sempre allettati dal godimento e sempre respinti; condannati alla morte dell’intelligenza e a un’agonia perenne della vita... nobili reliquie di generosi rigettati dal seno della società, avviliti, torturati, derisi, a cui non è serbata una degna ricompensa che in cielo! Egli pareva profondamente oppresso nel pronunciare queste parole, e il suo petto si sollevava per la rapidità e per lo sforzo del respiro. Quel suo volto, che pareva volto di apata e di scettico, aveva acquistata un’espressione di dolore e di tenerezza sublime, e parvemi di scorgere che le sue lagrime stessero per prorompere. Quando si sentì più calmo, tornò a porgermi la sua mano, dicendomi con quella flessione di voce che manifesta il dubbio della nostra domanda: — E credete voi alla gratitudine? — Io credo, dissi, che vi siano azioni meritevoli d’essere ricordate con riconoscenza. — Sta bene, diss’egli, forse vi sono taluni casi in cui il sacrificio è così disinteressato, che può e deve dar luogo a questo sentimento; ma credete voi che i nostri doveri e le nostre leggi naturali di fraternità non ci costringano per sè stesse al sacrificio scambievole dei beni e della vita? L’aver voluto costringere il beneficato alla gratitudine, fu causa che il beneficio non fosse più considerato come un dovere, e che si spegnesse nell’uomo quanto la natura gli aveva dato di più nobile e di più divino, l’istinto del sacrificio. «Per me non vedo più in questa parola che un’altra testimonianza dell’egoismo e dell’ipocrisia del cuore umano; che se voi mi parlate della gratitudine che vorrebbesi derivare da un preteso beneficio d’interessi, essa mi pare una pretesa così mostruosa e scellerata, che la mia anima si annienta nel tentativo di concepirla. — Le vostre opinioni, io dissi, hanno in sè un fondo di retto e di buono, ma voi le spingete oltre i confini del possibile. — Ohimè! noi non c’intendiamo, diss’egli. E dopo un intervallo di silenzio riprese: — No, noi non c’intendiamo. Voi vedete tuttora il mondo attraverso quel velo che la società ha collocato dinanzi ai vostri occhi per trasfigurarvelo: voi non avete ancora spogliato il vostro discernimento di quelle credenze superstiziose e crudeli che avete attinte dalla vostra educazione. «E non hanno forse tentato d’instillarvi i primi sentimenti di generosità e di amor di patria colla storia di quei Romani che furono i più grandi ladri e i più grandi assassini del mondo? Non vi hanno magnificato Alessandro come un eroe? E l’avolo vostro non vi avrà forse dipinto come una nobile vittima del livore degli uomini quel grande scellerato che fu Napoleone? Ma ciò non basta. Passiamo alla parte più pura e più sublime dell’educazione morale: entriamo nel campo della religione. «Noi vediamo proposto ai giovanetti l’esempio di quel Giacobbe che usurpa l’eredità a suo fratello per un piatto di lenti, che ruba con la più vile astuzia la pecora a Labano, che gli fa trafugare da sua moglie i vasi sacri: noi vediamo prediletto dal Signore quel Davide che tiene mille concubine, che passa a filo di spada trecentomila nemici: e voi stesso non siete stato forse avvezzato fino dai vostri anni più teneri, quando il cuore è dolce e gentile e l’anima è tutta aperta all’amore, a concepire pensieri di sangue, a cingere una sciabola, a maneggiare un fucile, a considerare come nemici tante migliaia di vostri fratelli, perchè nati al di là delle Alpi? Bensì, sotto questo amore simulato della patria, e questo istinto mendace della grandezza, si nascondono l’egoismo e la crudeltà instillatavi dall’educazione, e quella sete ardente della proprietà che inebria tutti gli uomini! «Ecco, vedete..., proseguì con calore udendo sulla via il suono di una fanfara militare ed affacciandosi impetuosamente alla finestra: ecco degli uomini che sono desti nati ad uccidere degli altri uomini; ecco ottocentomila braccia tolte all’agricoltura e all’industria, quattrocentomila giovani strappati alla loro famiglia, alla loro madre, alla loro capanna per farne degli omicidi... sì, degli omicidi! Ah, per il cielo! Se vi ha un pericolo pel mio paese, io pure ho il diritto di difenderlo: i petti dei cittadini sono le mura del loro paese. Parvemi che il suo volto si scolorisse e i suoi occhi assumessero un’espressione strana e indecisa. — Eccoli, laggiù..., continuò egli con suono di voce appena intelligibile, guardateli, guardateli... — Li vedo, io dissi. — E così, che ne dite? Marciano in fila..., vestono una livrea..., portano al fianco una lama di ferro..., hanno delle lastre di metallo da cui fanno uscire dei suoni..., maneggiano un’asta di legno con un tubo da cui esce una palla che uccide... Sì, sì, io vi dico che quella palla uccide... per il cielo! essa uccide... Io l’ho provato..., tratteneteli, fermateli, essi vanno a distruggere degli altri uomini... — Calmatevi, per carità, io gli dissi vedendolo in preda ad un terribile parossismo, io vi giuro sul mio onore ch’essi non vanno che ad eseguire la più innocente delle loro evoluzioni. Egli non rispose; parevami travagliato da una convulsione nervosa simile all’epilessia; i suoi occhi vitrei e spalancati seguivano con una rotazione appena visibile la marcia di quei soldati; e quando non giunse più a discernerli, si lasciò cadere sopra una sedia, e chinò il capo sul petto... era svenuto. Dopo una lunga mezz’ora di penosa aspettazione, rinvenne. Il suo volto parevami mutato; mi guardò con espressione di affanno intentissimo, e accennando di voler uscire, mi disse: — Perdonate, fu un’imprudenza la mia; non avrei dovuto venire, perchè quando non si può giovare agli altri, è almeno in nostra facoltà il non affliggerli collo spettacolo delle nostre sventure; perdonatemi, non posso far nulla per voi, ma pregherò almeno il cielo perchè vi faccia uscire illeso da questa lotta in cui la società vi ha trascinato vostro malgrado. — Voi non uscirete così subito, gli dissi, voi mi sembrate ancora sofferente. — Il mio dolore non può estinguersi che colla vita. Ma che cosa è ciò? Voi sentite forse compassione di me? Voi mi amate? — Con tutto il cuore, io dissi: i vostri sentimenti, quan tunque esagerati, mi piacciono, e il vostro stato cagionevole m’interessa vivamente. — Ma avete esperimentato il vostro cuore? — Io lo conosco retto e sincero. — E conoscete altresì quella via per la quale la rettitudine si separa dalla malvagità; o credete che il bene ed il male non esistano per sè stessi, e non siano tali che nella nostra imaginazione? — Io credo fermamente che esistano, dissi; sento innato in me l’istinto del bene e lo seguo. Egli mi abbracciò con trasporto esclamando: — Sì, sì, il bene esiste, perchè Dio esiste. Oh! mio amico, oh mio fratello..., e avrei io trovato un uomo? Ora, mentre stavo per riabbracciarlo, m’intesi presso l’orecchio il ronzio d’uno scarafaggio che era entrato per la finestra lasciata aperta: mi rivolsi, fu un istante, lo colpii col mio fazzoletto, egli cadde rotolando sul pavimento, e ve lo schiacciai col piede. Tornai a volgermi al mio amico, ed egli si era già allontanato da me, aveva già preso il suo cappello; lo scorsi sulla soglia della porta nell’istante che ne usciva, cogli occhi fuor dell’orbita, coll’aspetto così turbato che ne fui atterrito. Chiuse dietro di sè l’uscio con violenza, esclamando: — Assassino, assassino! ⁂ Io non starò a descriverti la mia sorpresa: passai tutta la notte fantasticando sull’indole e sulla pazzia di quell’uomo singolare. Il domani ricevetti un suo biglietto così concepito: «Approfitto d’un intervallo di lucidità nella mia mente per chiedervi perdono delle mie offese di ieri. Se il vostro cuore è buono, come mi è in parte sembrato, compatitemi, e serbate il segreto della mia sventura. È una terribile rimembranza, una rimembranza di sangue che s’interpone fra me e la mia ragione, e mi rende spesso demente; ma se l’umiliazione è accettata dagli uomini come una riparazione, e se il vostro orgoglio se ne compiace, io vi dichiaro che sono profondamente umiliato di avervi offeso.» Quel biglietto mi cagionò un’agitazione più viva e più intensa di prima; non potevo frenare in me il desiderio di conoscere più dappresso quell’uomo, e di scrutare il mistero singolare che si nascondeva in quel cuore. Stetti più giorni senza rivederlo: ero ripassato spesso dinanzi alla sua porta e mi v’ero trattenuto ad origliare: nessuna voce, nessun indizio che quelle camere fossero abitate; avevo abbassato più volte lo sguardo alle sue finestre; le gretole mobili delle persiane erano rimaste fisse allo stesso luogo: allora fui atterrito da non so quali sospetti; temevo che l’ultimo avvenimento di quel giorno avesse alterato la sua salute che m’era parsa sofferente... e poi sentiami quasi trascinato verso di lui, pareami di amarlo... E potevo io ritenermi offeso di quell’insulto? Più volte mi struggevo d’indovinarne il motivo, di conoscere quella causa misteriosa che aveva potuto provocare un cambiamento così assoluto nelle disposizioni del suo animo a mio riguardo. — Assassino! — La era una terribile parola. E come avevala io meritata? Certo non v’era luogo a dubitarne; quell’uomo soffriva d’un’alienazione mentale che cessava e riappariva, o modificavasi ad intervalli. Tornavami alla mente quel suo volto affilato e severo, quel rapido alternarsi d’un rossore vivace e d’un pallore cadaverico, quell’occhio lucido e fisso che dilatavasi nella sua orbita ad ogni pensiero che ne esaltasse la mente; quella rapidità del gesto, quella facile alterazione della voce, quel tutto inesplicabile che si rivela in un uomo la cui ragione è alterata o smarrita. La sua pazzia... ecco l’unica supposizione che poteva diradare in parte le tenebre di questo mistero, che poteva giustificarmi in qualche modo il suo contegno. Ma per altro lato, quanta virtù non avevo io letta nella sua anima! quanta nobiltà di mente e di cuore, quanta assennatezza di criterio, quanta profondità in alcuni dei suoi pensieri! No, quell’uomo non poteva essere pazzo: egli doveva aver provata bensì qualche grande sventura; egli aveva sofferto, egli soffriva, ciò era palese; e i suoi dolori gli presentavano tutte le cose sotto un aspetto mendace, gli dipingevano il mondo coi colori più foschi e più tetri. L’uomo — come colui che tende sempre all’ideale — raramente si arresta in un giusto punto di mezzo su quella via che egli percorre nella sua esistenza, e alle cui estremità stanno il bene assoluto ed il male assoluto. Sono per lo più le anime grandi ed irrequiete per esuberanza di genio che vi corrono con ardore e ritornano affannose sulle loro traccie senza posarsi, ma le anime mansuete e volgari camminano a passi misurati sul sentiero della vita, e giungono senza volerlo a quella mèta su cui le altre avevano sdegnato di soffermarsi. E giova avvertire che molti uomini compiono assai spesso il bene, per ciò solo che hanno l’impotenza esecutrice del male. Ma forse Vincenzo era una di quelle menti robuste e straordinarie che la società non ha avuto potere di corrompere, e che si struggono da sè stesse in quel terribile isolamento di pensieri cui furono condannate. Ho veduto un giovane tiglio di montagna, cresciuto, sull’orto di una gola, lottare per vent’anni coi venti senza piegarsi e senza perdere un solo de’ suoi rami, ma egli si spense poi lentamente nello sforzo mai interrotto di questa resistenza. Così è di molti uomini, nè so se più giovi ad essi il piegarsi o il resistere: si tratta di scegliere tra la prosperità e la coscienza, due cose che non possono conciliarsi l’una coll’altra; e chi non si atterrebbe alla prima? Eppure vi hanno molti che esitano, che oscillano perpetuamente nella scelta, che si afferrano poi disperati alla coscienza. Se ciò sia bene o male i prosperi solo lo sanno; ad ogni modo son essi sempre delle creature sciagurate, e il cielo abbia almeno compassione di loro. Qualunque supposizione io potessi tuttavia concepire sull’indole di quell’uomo, quell’incertezza tormentosa del suo destino non poteva allontanarsi dalla mia mente un istante: io non lo avevo più veduto: era egli partito? era egli malato? non aveva egli abbastanza riparato a quelle offese colla sua lettera? Io doveva finalmente risolvermi, e un giorno esitai, poi decisi, discesi, e picchiai risolutamente alla sua porta. Venne ad aprirmi un uomo già noto, quello stesso che mi aveva recata la sua lettera; e accennandomi di trattenermi sulla soglia, sollevò il cortinaggio d’un’alcova e l’udii chiedere: — Deve entrare?... è quell’inquilino di sopra. — Ditegli solamente che io non odio e che soffro, rispose l’interrogato; e nell’agitarsi delle cortine lo travidi giacente sul suo letto, col volto incadaverito, e con quell’immensa rivelazione di vita nello sguardo che precede e accompagna sempre la consunzione. La mia natura si sentì tutta agitata, mi precipitai verso di lui, e afferrando le sue mani e portandomele al cuore, gli dissi: — Le vostre parole mi rivelano un uomo e ambisco di averlo rinvenuto: io vengo a piangere con voi e a dividere l’amarezza dei vostri dolori. Egli non rispose, e due grosse lagrime caddero da’ suoi occhi. Passarono così alcuni istanti... Nessuno di noi osava interrompere quel silenzio solenne, durante il quale le nostre due anime, sprigionate per quella virtù d’intrinsecazione che è la proprietà delle anime elevate e sensibili, e che sembra presagire fino dalla vita il loro de stino immortale, compievano la loro rivelazione di amore e di amicizia. E Vincenzo parevami dominato dallo stesso pensiero, perchè un momento dopo mi si rivolse col volto quasi sereno, come se la nostra riconciliazione fosse compiuta e le prime confidenze esaurite; poi sorridendo di quel sorriso d’infermo, che è ciò che vi è di più triste o di più eloquente nel linguaggio dell’anima umana, mi disse: — Mi amate voi dunque? non vi sgomentate della mia esaltazione mentale? non arrossite di porgere la vostra mano ad un uomo che gli altri sfuggirebbero, conoscendolo, come insensato e demente? Osservate. E indicandomi colla mano nella parete opposta una porta socchiusa, mi fece cenno di entrarvi. Osservai con stupore. Su quella porta era scritto a grandi caratteri quel motto di Crebillon: Conosco l’uomo , e nell’aprirla che io feci, uno stuolo di passeri e di colombi che stavano beccando in un mucchio di frumento nel mezzo della camera s’involarono fragorosamente per la finestra; e alcuni si posarono invece sulle aste di ferro che assicuravano le pareti, come fossero avvezzi da lungo tempo alla vista e alla compagnia dell’uomo. Era una camera vasta e silenziosa, con lunghe travi curvate dagli anni e rose a mezzo dal tarlo, da cui pendevano nidi di rondini a migliaia. Sul davanzale della finestra erano disposti dei torsi di pere fradicie, coperti da sciami innumerevoli di vespe e di mosconi: su e giù per le pareti, lunghe processioni di formiche andavano e venivano trasportando nelle loro gallerie i semi del frumento risseminati sullo spazzo; in un vasto canile collocato in un angolo, alcuni cani di razza comune, la maggior parte malati e decrepiti, dormicchiavano in vari atteggiamenti singolari e graziosi; vi erano dei conigli bianchi e pezzati, due gatti di Angora, una piccola tartaruga, un riccio, un alveare e un vespaio; e mentre mi trattenevo ad osservare lo strano spettacolo di quella camera, che pareva destinata a soggiorno di tutta quanta l’immensa famiglia animale, un serpente domestico uscì da un involto collocato in un angolo, e venne ad attortigliarsi a’ miei piedi. Quantunque non atterrito dall’aspetto umile e mansueto di quel rettile stavo allora per rientrare nella stanza del mio vicino, quando osservai che lungo le pareti erano disposte in bell’ordine alcune iscrizioni manoscritte, e alcune pagine stampate, lacerate dai loro volumi e ordinate in guisa da fingere una strana tappezzeria. Mi trattenni ad osservarle. Erano per la maggior parte brani di storia naturale, e pagine di Plinio, di Daubainton e di Cuvier, che contenevano lunghe dissertazioni sulle qualità morali degli animali, sulla loro intelligenza e in ispecial modo sulla bontà della loro indole: qua e là erano rammentati, a foggia di annotazioni, alcuni di quei fatti animosi, di quegli atti di nobiltà e di coraggio che la tradizione ha reso popolari, e di cui ha esagerato il valore fino a collocarli nel regno delle favole. Eranvi riportati per intero i capitoli di Buffon sui cani e sulle scimie; e per ciò che riguardava le osservazioni speciali del mio vicino, mi colpirono, fra gli altri pensieri, cotesti. Le formiche che vi erano mentovate con onore per quello spirito di uguagliauza e di ordine che regna nella loro società, vi erano colpite di acerbi, ma dignitosi rimproveri per la loro avidità dell’avere; e per altro lato l’inoperosità e la spensieratezza delle mosche veniva, con molta mitezza di giudizio, considerata come la conseguenza d’una loro supremazia morale sugli altri insetti (asserzione che egli avvalorava con argomenti speciosissimi) e d’una certa filosofia scettica e ardita che le traeva a consumare la loro esistenza nella dissolutezza e nell’ozio. Ogni fatto che riferivasi a qualche animale aveva riscontro con altri fatti commessi da uomini, sotto l’impulso degli stessi motivi e delle stesse circostanze; in ogni caso era palese lo scopo che si proponeva il mio amico: la prevalenza morale dei primi. Nel centro della parete di fronte era scritto, con maggiore eleganza e con una speciale distinzione di caratteri, un elogio degli inseparabili, piccoli pappagalli americani che vivono costantemente appaiati; e di cui nessuno sopravvive alla morte del suo compagno. La malinconia e lo sconforto che trapelavano da quelle parole erano un’allusione commovente all’isolamento del giovane che le aveva vergate. Poco più in su, una funebre iscrizione era così concepita: «Giacciono qui gli avanzi di una bubbola, uccello prudente, economo, meditativo. Rinunciando per un istinto generoso a quella parte di alimenti che le spettava dalla natura, visse delle feccie degli altri animali. Eternino essi nei loro animi la memoria del nobile sacrificio.» E altrove: «Fedele, cane maltese misto, morì in questa camera l’8 settembre 1858. La sua vita fu una sequela di sventure non interrotte: mutilato delle orecchie e della coda, e più tardi amputato d’una gamba per frattura, tollerò con sempre crescente coraggio i suoi mali. Fu dolce, onesto, generoso — pochi uomini hanno meritato questo epitaffio di un cane. — La cancrena lo tolse alla vita in età d’anni quattro.» E altrove ancora: «Leggesi nei viaggi di Der-Derlingback, che Fifis , pappagallo della regina Paverana, salvò la vita al principe ereditario, coprendone la culla con uno zendado, e offrendo sè stesso in olocausto a un avoltoio nero che era entrato dalla finestra per divorare il fanciullo.» Ma le inscrizioni di questo genere vi erano in numero infinito, e quantunque ve ne fossero delle pregevoli e delle curiosissime, io le ho in gran parte dimenticate. Cesserò quindi di rammentartene altre, per quanto esse potrebbero darti un’idea assai elevata del suo genio e ad un tempo de’ suoi dolori. Bensì premevami, di ritornare a lui e d’intendere dalle sue labbra il segreto di questa follia: il modo con cui egli mi aveva accennato di entrare in quella camera mi lasciava indovinare in lui la risoluzione d’una confidenza più intima e piena: — io aveva tuttavia creduto di indovinarla; e la supposizione, non interamente fallace, che egli soffrisse d’una pazzia innocente e ipocondriaca, mi suggerì un contegno moderato e prudente, un sistema di approvazione assoluta che avrebbe lusingato il suo amor proprio e cattivato la sua affezione a mio riguardo. ⁂ — Ebbene, gli diss’io rientrando, vedo che voi amate molto le bestie, e ne avete per verità delle singolari. Sono lieto di scorgere in voi questa passione che noi dividiamo da gran tempo senza saperlo. Vincenzo sorrise con aria d’incredulità, e dopo qualche istante mi chiese seriamente: — Che ne pensate voi delle bestie? — Io credo, risposi nel massimo imbarazzo, che esse siano per la maggior parte delle amorevoli creature, fornite d’un’intelligenza che non può bensì rivelarsi alla nostra, ma che tuttavia può anche esservi uguale; e, aggiunsi esitando, io penso, a dirvi il vero, che... esse sieno assai migliori degli uomini. Pronunciando queste parole inalzai gli occhi nel suo volto, e ve li tenni fissi un istante, ansioso di leggervi un’impressione che supponevo favorevole; ma egli sorrise ancora tristamente, poi si mostrò come impazientito, e quindi, calmandosi ad un tratto, mi porse la sua mano con atto dolce e affettuoso, e mi disse: — Io vi ringrazio. — E di che? gli chiesi io stupefatto. — Voi lo sapete, egli disse. Voi avete compassione di me: è impossibile che i casi della vostra vita, giovane e felice quanto voi siete, vi abbiano già tratto a questa considerazione sconfortante; nè io vi posso reputare così cattivo da incolparvi di una simulazione che non vi sia tutta suggerita dalla pietà e dall’amicizia; sì, aggiunse egli con suono di voce che indarno mi attenterei ora a definire, dall’amicizia; perchè voi siete mio amico, non è vero? perchè voi mi amate, perchè io ho letto nella vostra anima che voi mi amate. — Oh sì! esclamai io profondamente commosso io vi amo; ogni vostra parola mi rivela in voi una virtù, mi dice che voi avete un’anima dolce e generosa. Egli si coperse il volto col suo fazzoletto, e intesi che singhiozzava e piangeva, e faceva indarno violenza a sè stesso per contenersi. Io udivo tutto tacendo. Dopo qualche istante, sollevando verso di me il suo viso sereno e sorridente, mi disse: — Voi siete, dacchè io vivo, la seconda persona da cui io intendo queste parole, e non dovete meravigliarvi se esse sole hanno potuto agitare così tutta la mia povera anima, e richiamare su questi occhi delle lagrime che non avevano più versate da lungo tempo. Per chi era vissuto per amare e per essere onesto, la è una tremenda condanna quella che c’infliggono gli uomini: le convenienze sociali che ci conducono all’apatia, e la disparità delle fortune che ci conduce alla colpa. In questa indefessa simulazione che è la vita, in questo deserto immenso, in cui i poveri onesti errano smarriti, assetati di verità e di amore, non è senza una predestinazione segreta del cielo che due di essi possano incontrarsi e parlarsi il linguaggio dell’uomo, la parola dell’amico e del fratello. Cercate nella vostra anima e vi troverete qualche cosa che vi spinge indefessamente verso gli altri uomini; vi troverete degli affetti che non possono posarsi interamente sopra una sola creatura troverete qualche cosa in voi che vi trascinerà a versarli, vostro malgrado, su tutti; più crederete di averli esauriti, e più saranno diventati inesauribili; l’amore è eterno, l’amore è cosmopolita, perchè egli è così nel cielo come nella natura. Ebbene, tutta la vostra sventura è in voi, l’inganno che voi soffrite è vostro: voi credete di essere simile a loro, ecco tutto! Uscite un giorno sulla via e gridate: — Io vi amo, abbracciatemi; quanti voi siete qui, voi siete miei fratelli, lasciate che io legga in quei cuori che mi avete nascosti finora. «Vana illusione! Non vi sarà un’eco che vi riporti all’orecchio quella voce, non una mano che si stenda a stringere la vostra; voi sarete deriso, avvilito;... chi sa, vi si dirà fors’anche che... siete pazzo... perchè... veramente... dicono che io lo sono!... perchè ho cercato l’amore e la gratitudine di altri esseri, perchè li ho sottratti a quella codarda persecuzione che soffrivano dagli uomini. Voi li avete veduti: io ho dei cani che mi lambiscono le mani, che vegliano alla mia sicurezza; degli insetti che mi rallegrano colla loro famigliarità, degli uccelli che mi allietano coi loro canti, delle rondini che trillano al mattino sul mio balcone, e mi richiamano all’amore e alla vita... oh! quegli esseri sono buoni, nobili, riconoscenti; essi soli sono riconoscenti: se io ne dubitassi, se non avessi trovato in loro di che spegnere in parte questa sete di affetti, questa avidità di giustizia, questa febbre di beneficio che mi divora, mi sarei già gettato nel gran nulla, anzichè appagarmi di questa apatia forzata che ci degrada e ci consuma nello sforzo di temperarla colle nostre passioni, e d’immedesimarla colla nostra stessa natura. — Voi dovete aver provato delle grandi sventure, gli dissi, perchè gli uomini abbiano potuto apparirvi così perversi; ma forse i casi variabilissimi della vita vi ci hanno portato, non essi, credetelo; io non li conobbi cattivi; a meno che l’ignoranza in cui vissi finora del dolore, e le gioie e le dissipazioni in cui ho consumato la mia gioventù mi abbiano impedito di conoscerli, e mi vietino ora di giudicarne con giustizia. — Voi avete detto una saggia parola: voi non li avete conosciuti. Molti sono quegli uomini i quali non pensarono mai a ciò che avrebbero dovuto essere, e a ciò che sono; molti che cedono alle venture, all’esempio, alle seduzioni, e camminano sul sentiero della vita senza volgersi indietro, senza interrogare la loro natura, senza chiedere ad essa: era tale la nostra via? non abbiamo noi deviato dalla nostra missione? Dite, potete voi riconoscere nell’attuale ordine di cose quell’armonia che era destinata dal cielo a governarle? ove vi trovate l’amore, la fede, l’abnegazione? l’aspetto di ciascun uomo che si presenta dinanzi a voi non è egli l’aspetto di un nemico? — ditemi se per l’uomo onesto, se per l’uomo di genio la società non ha creato questo terribile dilemma: o prostituirsi o morire? — Vi sono ben molti, egli aggiunse, che credono di avere degli affetti, e ne pre tendono, e ne vantano, ma, sciagurati!... io vi dico che essi non hanno che dell’egoismo! — Io vorrei potervi smentire, gli dissi, perchè le vostre parole abbattono il mio coraggio e disertano la mia gioventù di quelle ultima illusioni che sino ad ora le rimanevano. Vincenzo stette un momento pensieroso come si dolesse della acerbità celata di quel rimprovero; poi rianimandosi mi disse: — No, voi non dovete affliggervi, la verità non può affliggere; vi è un altro mondo per gli onesti, quello che ciascuno si crea per sè stesso, quel piccolo centro ove egli restringe e definisce la sua esistenza, e vi colloca i suoi affetti e ne vive. Vi è ancora un altare per l’amore, vi è ancora un mezzo di felicità possibile nella vita, la famiglia: e guai a coloro che ne rifuggono! — Voi siete però solo? gli chiesi. — Solo! diss’egli, e ricadde nel suo silenzio. Conobbi che questa domanda aveva risvegliato in lui delle rimembranze che non avrei dovuto evocargli: vidi che egli impallidiva e tremava; e voleva parlare e pareva che non potesse: la voce moriagli nel pensiero come sotto l’oppressione di un incubo. — Perdonate, gli diss’io curvandomi su di lui in atto premuroso e compassionevole, perdonate alla mia domanda: io non credevo richiamarvi con essa qualche memoria affliggente. Vincenzo mi guardò come avesse voluto dirmi: «Voi non mi avete fatto nulla di male; attendete e vi dirò tutto, verserò nella vostra anima tutto il segreto della mia sciagura.» Dopo un altro intervallo di tempo mi si rivolse e mi chiese con aspetto conturbato: — Non avete voi mai dubitato di voi stesso? dei vostri pensieri, delle vostre azioni? non avete mai pensato che quell’ideale della virtù cui avete sacrificata tutta la vostra felicità possibile sulla terra, non potesse essere che un’illusione deplorevole della vostra mente, un nome vano e crudele? ditemi, lo avete voi pensato? Io mi accingevo a rispondergli, quand’egli si sollevò repentinamente dal letto e mi afferrò a forza le mani, esclamando con suono di voce supplichevole e disperato: — Deh! no, non me lo dite, non mi assicurate che ciò possa essere, che io possa, che io debba ancora dubitare di me stesso! non mi contraddite, per carità, non mi contraddite..., perchè la mia mente può sconvolgersi... perchè la mia ragione si altera e si spegne ad intervalli — voi lo avete altra volta veduto —; ve lo dirò, sì, questo mistero della mia vita, giacchè io ho bisogno di una confidenza espansiva e abbandonata, giacchè io ho bisogno di voi... E voi mi saprete comprendere, non è vero? voi mi considererete con imparzialità, voi giudicherete con clemenza della giustizia del mio dolore e della mia colpa. «Abbiate compassione di me, ascoltate senza abbandonarmi il più tremendo dei miei segreti: io sono pazzo. «Sono trascorsi ormai quattro anni, dacchè un terribile avvenimento, un avvenimento di sangue ha turbato per sempre quella calma delicata e gentile della mia anima, che mi era stata fonte di mille soavi sensazioni nella mia fanciullezza. E avete voi indovinato quale sia quest’idea fissa, insistente, irremovibile che viene così a sconvolgere la mia ragione? questo tarlo assiduo che la divora? questo pensiero indefinibile che ora si riveste di forme e si interpone fra me e me stesso, ora s’insinua come un veleno nel mio sangue, e vi crea l’ebrezza e il delirio? Essa è un’ idea spaventevole, vasta, immensa, infinita come l’universo, come esso gigante; l’idea del deperimento inesorabile delle cose, l’idea della distruzione. Per essa io ho vissuto questo lungo periodo di tempo, abituandomi a tali sacrifici, cui gli altri uomini non avrebbero potuto rassegnarsi; condannandomi ad un ritiro assoluto; raccogliendo presso di me tutti quegli esseri che perseguitati e soffrenti parevano domandarmi un soccorso che la pietà mi vietava di rifiutare. Ovunque io rivolgevo il mio piede, mi si affacciavano scene di sangue: le guerre, le caccie, le abitudini prepotenti e feroci degli uomini... io stesso era divenuto fatale a mille esistenze: la più innocente delle mie passeggiate costava la morte a migliaia di piccoli esseri organizzati, viventi, felici, aventi tutti diritto alla prosperità e alla vita. Io mi vedevo collocato nella società tra questi esseri che anelano a tutto distruggere, come un complice mostruoso dei loro delitti; io medesimo divenuto una causa di distruzione, forzato ad agire con essi, o contro di essi, costretto a prolungare la mia esistenza colla distruzione o colla schiavitù delle altre creature; una sorgente di rimorso e di ribrezzo a me stesso. Fu allora che mi ritrassi nella solitudine: pensai di sciogliere in questo modo i legami che mi univano agli altri uomini, di sottrarmi in questa guisa alla tirannia crudele delle loro abitudini; ma io non avevo preveduto che mi sottoponevo ad un tempo alla più tormentosa delle schiavitù; alla schiavitù e al martirio della meditazione. Credete, la società ha almeno ciò di utile nell’orrenda trasformazione ch’ella fa subire al carattere umano, che impedisce agli uomini di riflettere, e spesso ancora di pensare. Guai a coloro che vogliono eliminarsi da essa, guai a coloro che il cielo ha condannato, per l’insistenza dei loro principi morali, per l’inflessione della loro natura, ad eliminarsene! Costoro rimangono isolati nella gran vita che si agita intorno a loro, e oppressi da quella esuberanza di vita che si agita e tenta di sprigionarsi in sè medesimi; sempre attratti da una potenza irresistibile a scrutare nei destini dell’umanità e a compiangerli: essi sono le menti che cercano le vie del cielo, sono le scolte che vegliano alla tutela del pensiero e dell’intelligenza; ma poichè la scienza è inaccessibile all’uomo senza il dolore, essi portano con sè la punizione della loro colpa: i misantropi sono i più sventurati degli uomini. Havvi ciò non ostante una sventura che è superiore a tutte le altre, che sfugge a qualunque manifestazione di parole, che si eleva al disopra della stessa disperazione, fredda, severa, impassibile, quasi feroce nella sua calma, ed è il dubbio, il dubbio tremendo di sè stessi. Quando si ha sacrificato tutta l’esistenza ad un solo principio; quando ci siamo composti con una sequela interminabile di dolori questo fragile edificio, che è il soddisfacimento e la stima di noi medesimi, allora viene spesso a collocarsi tra noi e le nostre opere una terribile convinzione, la convinzione della loro vanità, dell’inutilità e del ridicolo dei nostri sforzi: allora vediamo come la coscienza si faccia giuoco di noi, e tutto ci si spezzi fra le mani come i giocattoli dei fanciulli. Certo il pentimento di una colpa ben nota è doloroso, ma il pentimento della virtù, di quella virtù che può dubitare di sè stessa, non è meno straziante e severo. E dove la natura ha collocato i caratteri essenziali della virtù e della colpa? Come li potremo noi riconoscere? Chi può discernere con sicurezza il bene dal male? Ove è la sapienza presuntuosa e impudente che oserà dirmi ciò è buono e ciò è cattivo? D’onde lo avrà essa appreso? Forse dalla coscienza? Questa voce segreta che ci bisbiglia all’orecchio, come un codardo, qualche avvertimento pauroso, e subito si confonde e ammutolisce alle rampogne della volontà stabile e risoluta? Che è la coscienza se non ci dà anche la convinzione? Se essa è dissimile in tutti gli uomini, labile, incerta, menzognera? No! quand’anche le si fosse eretto un altare nel cuore, essa non ha formato mai la felicità di alcun uomo, essa non ne ha costituito che il tormento!... Ebbene, io le ho sacrificato tutte le gioie della mia gio ventù, tutto il mio benessere, tutti i piaceri del vivere sociale: questo attaccamento ostinato ad un principio ha corroso, come il verme del sepolcro, la mia ragione vacillante e dubbiosa... Sì, io ho potuto credere che gli uomini mentissero quando il loro abbandono e il loro disprezzo accusavano l’alterazione della mia intelligenza, quando essi mi dicevano che io ero pazzo; ma oramai il dubbio è venuto a dissipare la mia illusione; egli si asside come uno spettro sulla mia tomba, e mi guarda sogghignando, e vi spegne quegli ultimi fuochi della mia fede che mi avevano alimentata finora una convinzione sì consolante e sublime. Io non ignoravo, prosegui egli, che in alcuni istanti, la mia ragione, eccitata dal ridestarsi di una rimembranza troppo fatale, deviava sfrenata dal suo cammino, ma io ne riprendevo tosto il dominio; e la coscienza della mia saggezza, traendomi soltanto a compiangere questa instabile infermità della mia mente, mi confortava spesso della vita e della mia sventura. Voi mi conosceste in uno di quei momenti di alienazione; ma il linguaggio con cui vi espongo ora i miei sentimenti e la loro stessa natura, vi diranno invece che la mia ragione è giusta e ordinata. Di questi due stati che si succedono in me senza posa, mi era sembrato che l’ultimo soltanto, quel periodo di calma che segue ai trasporti smoderati della mia anima, costituisse il fondo retto e naturale del mio carattere: or bene, io dubito oramai quale sia veramente quello, tra questi due stati, che la saggezza illumina ancora della sua luce; perocchè le opere mie, le mie aspirazioni sono in entrambi sì diverse da quelle degli altri uomini, che io devo struggermi di celarle alla loro vista per non esserne deriso o compianto. La saggezza! E chi ne sa definire i caratteri? In questo oceano infinito del pensiero chi ne afferra i profili indecisi e variabili? Sono io pazzo, o sovrasto invece io solo a tutta l’umanità traviata da un accecamento che ignora? Non potrebbe ella sorgere dalla sola comunione dei loro giudizi quella forza di unità, quella arroganza pretenziosa e severa che ne costituisce l’assolutismo? L’esistenza del dubbio, il suo terribile intervenire in tutti gli atti della vita, l’amareggiarne i conforti, e travolgere le nostre virtù nella notte dell’ignoto e del nulla: ecco la sola, la stabile verità che emerge viva e incrollabile dalla sapienza. Le anime elevate lo sanno, e il dubbio vi ha tutto violato, tranne sè stesso. Ma udite la mia storia, continuò egli, rivolgendosi verso di me con aspetto più sereno, e se v’ha in essa di che l’umana pietà possa inorridire e confondersi, vedrete come gli uomini mi vi hanno spinto, non io; io vi dissi che vi sono in me due stati e che la loro esistenza costituisce infallibilmente la mia pazzia, giacchè la verità non può essere che una e invariabile; ma qualunque, sia quello, tra essi, che ne rifugge, io mi sento ora sì calmo e la mia ragione parmi sì lucida e ordinata, che non temo di tesservi con inesattezza il racconto della mia vita agitata e infelice. Voi siete il primo uomo che l’ascolta, e la cui compassione non avrà la triste proprietà di umiliarmi: l’amore è dolce, egli disse, ma il compianto delle persone che si amano è ancora più dolce dell’amore. ⁂ Io non conobbi nè mio padre, nè mia madre; non ebbi nè le loro benedizioni, nè i loro affetti; non ebbi nè una patria, nè un nido, nè una famiglia: io non ho conosciuto nulla di tutto ciò; io sono un figlio della ruota. Buttato là tra gli uomini come un essere increscioso ed inutile, come un arnese uscito imperfetto dall’officina, come una creatura che si fosse usurpata un’esistenza che non le spettava e che dovesse essere condannata a scontarla, io mi trovai subito in lotta cogli uomini: venuto tra di essi per ama specie di guerra, sentii che non potevo esimermi dal continuarla e dal combatterla risoluto fino alla morte. Per quante indagini io abbia praticato finora, non giunsi mai a scoprire i nomi di coloro che mi diedero loro malgrado, questo dono sciagurato della vita. Suppongo tuttavia di essere nato in un piccolo villaggio dell’alto littorale del Mediterraneo, giacchè fui posto alla ruota di Genova, allorquando poteva già contare da otto a dieci giorni; e siccome vi fui portato in uno di quei piccoli cesti di giunchi che adoperano in quelle località i pescivendoli, mi è dato supporre che i miei genitori appartenessero a quella classe infima ed operosa del popolo. Le loro fanciulle sono in quei paesi assai belle; hanno gli occhi come il mare e le guancie come le rose campestri delle sue rive, e forse io fui il frutto di una virtù venduta più che di un amore colpevole; forse mia madre ha scontato con lunghi dolori la sua colpa; e prima di porgermi la vita mi ha alimentato nel suo seno con delle lagrime, poichè da essa sola mi venne questa eredità di malinconia che mi ha seguito per tutta l’esistenza. Lo scherno si assise, folleggiando, pel primo alla mia culla. Seppi più tardi che il mio battesimo di trovatello aveva avuto luogo con delle circostanze singolari. Siccome non era stata posta meco alcuna dichiarazione di nascita e di nome, sospettandosi che io avessi già ricevuto il battesimo, si temeva di rinnovarlo, e temendosi del paro che ciò non fosse, si paventava lo scandalo e il sacrilegio. Si convenne, dopo lunghe esitazioni, che, qualunque fosse stato il caso, sarebbe riuscito più utile alla salute dell’anima mia il ricevere due battesimi che non riceverne alcuno; e siccome le suore di carità si bisticciavano per la disparità dei loro gusti nella scelta del mio nome, il curato di cappella, che si sentiva struggere dall’impazienza, impose silenzio all’uditorio, e chiese alla madre direttrice con un tuono di voce energico e risoluto: — Che santo corre oggi? Badate un momento al calendario. — Ventitrè agosto, disse la madre di carità, San Filippo Neri. — Sta bene, riprese il curato, uno dei santi di primo ordine; resta dunque convenuto che lo porremo sotto il suo patrocinio; e in quanto al cognome, proseguì egli con aria di serietà e di compiacenza, giacchè ci fu portato in una sporta, lo chiameremo Filippo Sporta. Io fui dunque battezzato con questo nome, e con esso fui conosciuto nel mondo, prima che gli avvenimenti che mi accingo a raccontarvi non mi avessero costretto a mutarlo. Se avete avuto una madre, voi non potete imaginare quale sia la fanciullezza di un orfano, quale l’intera sua vita. La natura ci dà l’esistenza fisica, la donna ci dà l’esistenza morale; l’una si sviluppa colla luce, cogli anni, colla operosità, col lavoro; l’altra cogli affetti di madre e di amante. Sono due correnti che attingono le loro onde a due sorgenti diverse, ma che si prestano nel corso le loro acque e si ricongiungono in una, poichè ciascuna di esse scorrerebbe senza l’altra solitaria e deserta. Non è l’amante che divinizzi la donna, è la madre: la luce di cui rivestiamo la prima ha dei bagliori profondi, ha degli sprazzi che inebriano, ma è luce della terra e svanisce; l’altra è calma e immutabile; non ha che il sereno dell’azzurro, ma è luce del cielo e perdura. Spesso negli anni più adulti, quando la scienza della voluttà ci ha appreso delle dure rivelazioni, e nella bellezza sfiorata, e nella guancia pallida, e nei lineamenti procaci, e nella pupilla dilatata e profonda, non ravvisiamo più che le traccie palesi del vizio, ci assale uno sprezzo doloroso della donna, e tutto quello splendido edificio della nostra fede e delle nostre illusioni si dis compone e si fascia; ma noi non possiamo accoppiare l’idea di una colpa all’idea di una madre, non possiamo travolgerla, come le altre, nel vortice dei nostri dubbi e delle nostre investigazioni; una madre non è più una donna, essa è sempre una santa. E mi vorrei trattenere su questo pensiero, poichè nessuno, meglio di un orfano, può comprendere l’infinita sublimità di questo affetto, e misurarlo e sentirlo nel sentimento della sua stessa privazione, come l’ampiezza di una sfera apparisce meglio dal vuoto che ella può imprimere che dalla sua superficie medesima. Una madre! Oh! solamente colui che non ne ha avuta una, colui che ne è stato ripudiato, può dire di essere passato solitario nel mondo, come in un immenso deserto; può dire di non aver vissuto, nè amato; gli altri tutti amarono e vissero; intravidero dalla terra, attraverso all’azzurra pupilla di una madre, gli azzurri infiniti del cielo. E vi fu un tempo, in cui i miei sogni erano ripieni di canti e di baci, di effusioni e di ebrezze infantili. Un’imagine di donna coi lineamenti dolci e affilati, col volto bianco e patito, veniva a vedermi tutte le notti; si sedeva presso il mio letto, mi diceva mille cose affettuose e soavi; poi mi prendeva per mano e mi conduceva attraverso delle lunghe praterie tutte fiorite — era sempre di primavera, cantavano molti uccelli..., camminavamo, camminavamo senza stancarci: — spesso incontravamo dei fanciulli che venivano verso di noi, tenendosi per mano e piangendo — erano soli — io guardavo il loro abitino di trovatelli, e dicevo: Poveretti, essi non hanno una madre». Questi sogni riempirono per dei lunghi anni tutte le mie notti; io lavoravo di giorno e attendevo le tenebre con impazienza; mi addormentavo pensando a quell’imagine, la chiamavo ed essa veniva: — stavamo insieme, — se io avevo freddo mi riscaldava sul suo seno, che era sempre caldo, ma le sue mani erano tremanti e gelate. Una notte — fu l’ultima — io sentii che la sua persona era tutta irrigidita. — Voi avete freddo, le dissi. Essa non rispose, mi prese per mano e mi condusse ancora attraverso quei prati; ma i fiori ne erano tutti avvizziti; camminavamo senza parlare; un vento gelato ci spingeva innanzi così veloci che i grandi alberi delle siepi, al nostro avvicinarsi, parevano sfuggirei impauriti — attraversammo molti paesi — finalmente sostammo, e allora mi avvidi che ero solo; mi guardai intorno e conobbi di trovarmi in un cimitero; chiamai e nessuno rispose; gridai, e spunto dalla terra una testa di donna coi capelli rosi dall’umido ed aggruppati dal fango e dalle pioggie, che mi disse: — Che vuoi? Tu sei un orfano, tu sei un miserabile, vattene. Tua madre è morta e ti ha abbandonato. Mi svegliai urlando e piangendo: non ho mai più sognato di mia madre. Così passò la mia infanzia. Non ebbi alcuno di quei piaceri così facili e così comuni ai fanciulli, e che in tutte le condizioni possono essere loro procurati. Quando questa parte dell’esistenza è svanita senza gioia, tutto il resto è un’ombra: le sorgenti sono già intorbidite, l’effettività della vita è già paralizzata e consunta. A dieci anni avevo raggiunto uno sviluppo intellettuale completo: il dolore precorre, — io mi era prevenuto: scuotete un albero quando i suoi frutti sono ancora teneri e acerbi, e ne cadranno tuttavia dei maturi; guardateli, saranno quelli ròsi dal tarlo. Fino a quel tempo ero vissuto pensando a mia madre ed alla mia libertà, due cose avute e perdute; d’allora in poi mi divisi da quel mondo ideale e fittizio per gettarmi nella realtà della vita, per approfondirmivi. Scrutai nel mio destino senza piangere, esaminai e inacerbii le mie piaghe con quel conforto disperato che dà una grande risoluzione, benchè fatale — soffrivo — avevo ancora degli istanti di abbandono e di tenerezza, ma li superavo reagendo. Fu l’ultima volta: un giorno scorgendo sulla via una donna che conduceva per mano un fanciullo, avevo esclamato a me stesso: «Oh se quella mano posasse nella mia! se io potessi passeggiare con lei lungo le strade, parlarle, udire la sua voce, sentirmi chiamare col nome di figlio!... Certo quel fanciullo avrà una casa una stanza, un letto, dei giocattoli, un’aiuola o un giardino.... chi sa!... forse anche una gabbia con dei piccoli uccelli... e che bel cappello, che piume, che scarpettine, che bella camicietta di bucato!» Li seguitai per tutta la via, e poi rientrai nell’ospizio desolato, sconfortato fino a morirne: non v’era dubbio, io non avevo nulla di tutto ciò, io non potevo sperare di averlo. E che cosa avevo fatto? Ero un orfano, un miserabile trovatello, un bastardo. Avevo sentito ripetermi questo nome dai fanciulli, non potevo più dubitarne: ciò era vero. Guardai il mio farsetto verde, i miei calzoni verdi, il mio berretto verde, il mio numero..., avevo veduto una volta il Bagno; quegli sventurati portavano tutti lo stesso uniforme... Credei per un momento che la mia sorte fosse accomunata colla loro, che la società mi avesse condannato e ripudiato come essi: sentii che diventavo cattivo... una fanciulla venne a salvarmi. Mi obliai coll’amore. Coll’amore! E strano a dieci anni. E pure io amai con tutto il trasporto dell’età adulta, con tutta la tenacità d’un’anima esperta e costante. Fu l’esplosione di un affetto accumulato e trattenuto suo malgrado fino a quel tempo. Gli infelici amano molto: — non si può amare che essendo sventurati; i prosperi desiderano di amare, gli infelici amano. Coll’amore della donna venne l’amore dell’arte: le due grandi contemplazioni — riempii con essi il vuoto della mia anima; l’abisso era chiuso, il cuore colmo, l’affetto esuberante. Mi sentivo buono, forte e felice. Se quello stato avesse durato! Due anni prima di questo avvenimento, mi era stato imposto di scegliermi un mestiere: io amavo di fare delle scatole di legno, e mi piaceva il rumore della sega; scelsi di fare lo stipettaio, e vi attesi per due anni, finchè l’amore venne a dilucidare le mie inclinazioni, e a tracciarmi una via nuova e insperata. Accompagnavamo un mattino, come era nostro costume, un convoglio funerario: io ero l’ultimo della mia fila; venivano dietro di noi le fanciulle, e la più bella era la prima di esse. Ogni interruzione nella nostra marcia faceva sì che ci arrestassimo restringendoci, onde io mi trovavo sovente presso di lei, e la guardavo. Non saprei dire perchè la guardassi; l’amore è un’astrazione, un sentimento che non sa rendersi conto di nulla quando egli può prevedere, agire e giudicare, non è più amore, non è che un artificio od un’ombra. Quella fanciulla non aveva alcuna di quelle tinte vivaci della salute che tolgono alla gioventù il migliore de’ suoi titoli al nostro interessamento. Vi sono delle attrattive irresistibili, e sono il pallore, l’atteggiamento esitante della persona, la mobilità dei lineamenti quasi tremanti: sono, in una parola, le attrattive della sventura. La gioventù le possiede di rado: ciò che la esclude dalla vera intimità della vita che è la confidenza, e dalla vera virtù dell’amore che è la compassione. L’uomo non entra di fatto nella grande famiglia sociale che entrando nella virilità. Noi diciamo spesso ai giovani: — Che bell’età! non badiamo a loro, lasciamoli fare: essi sono felici! Ci guardammo spesso lungo la via, credo che ci siamo anche parlati; non lo ricordo, non lo ricordavo più in quella sera medesima; rammentavo solamente che era una fanciulla esile e pallida, più adulta di me e che mi aveva guardato con occhi pietosi. Me ne sognai tutta la notte, e mi destai che la sua imagine mi stava ancora presente allo sguardo. Era un profilo quasi impercettibile che mi seguiva dovunque come una visione: era una linea raggiante che spariva e tornava dinanzi a’ miei occhi, e mi precedeva come avesse voluto additarmi qualche cosa di lontano, qualche punto luminoso al di là delle tenebre che ci circondano. Al disopra della luce della terra vi è una luce profonda e abbagliante; non vi sono più aurore e tramonti, vi sono degli abissi di raggi, vi sono degli oceani sterminati di soli — la luce del mondo è la tenebra di quella luce. Fortunati coloro che la vedono. Mi ero avvezzato a sbozzare i disegni dei lavori dell’arte mia, e mi venne in animo di ritrarre quel profilo colla matita. Di mano in mano che io proseguivo, mi si riaffacciavano tutte le fattezze di quel viso: la fronte pura e serena benchè malinconica, le ciglia lunghe e socchiuse come di chi medita, i capelli molti, ma riuniti e chiusi nel cappuccio, le labbra grandi e vivaci, i denti piccoli e lucidi, le gengive del color della ciliegia matura; dimenticai la mano breve ed affilata, piena di sentimento e di grazia; quella mano che non pareva sporgersi che per stringerne un’altra; da cui sembravano piovere, nello schiudersi, della luce, delle benedizioni e dei fiori. L’amore mi rese artista: quello schizzo era riuscito quasi perfetto, era un capolavoro per un fanciullo di dieci anni. Lo vide il direttore dell’ospizio, ne parve meravigliato, e mi disse: — Voi avete molta inclinazione pel disegno; volete lasciare senz’altro la vostra rasiera, volete cambiare il vostro tornio in una buona tavolozza? Ciò sarebbe vietato dalle regole dello stabilimento, ma faremo un’eccezione per voi: vi manderemo alla scuola di disegno. Accettai con riconoscenza. Divenni pittore. A venti anni promettevo di farmi valente; avevo tutto l’ardimento del genio, e, ciò che è più, ne avevo la coscienza: vedevo un arco dinanzi a me, parevami di poter salire tutta la sua curva di fuoco; parevami che avrei potuto rintracciare l’altra metà nelle tenebre: ero gigante allora, ora sono un fanciullo; gli uomini hanno rovinato il mio edificio, hanno rovesciato tutti i miei monumenti con un soffio. Voi mi vedete ora quale sono, — guardatemi. Ma non è l’amore dell’arte che io rimpiango, è l’amore della donna: il primo è una divagazione, un conforto l’altro è una necessità ed una legge, spesso ancora un dovere. Tutti gli uomini nascono con una famiglia; gli orfani debbono formarsene una. La donna ne è l’angelo, bisogna che ella ne vegli l’altare. Amai quell’orfana con l’abbandono confidente di un fanciullo, con l’avidità dell’uomo che no ha mai amato, e che non intese mai suonare all’orecchio una sola parola d’amore. Essa aveva quattro anni più di me, ciò che aggiungeva al mio affetto una specie di venerazione e di culto. Fino a diciotto anni si amano le donne più attempate di noi, dopo quell’epoca si prediligono le più giovani: la natura ha formato l’accordo e l’armonia di queste tendenze, dandone una opposta alla donna. Benchè le fanciulle abitassero uno stabilimento assai remoto dal nostro, io potevo vederla ogni sera nell’uscire per recarmi alla scuola di disegno. Essa cessava in quell’ora di lavorare, e usciva da un ampio magazzino di telerie per rientrare nell’ospizio. Attraversava in via, e si perdeva sotto le vòlte di un corridoio ampio ed oscuro, dove io la vedevo allontanarsi e sparire come una visione fugace di sogno. L’amai un anno senza sperare e senza domandare di più: io la vedevo ogni sera, ci guardavamo, e ciò mi bastava. Diventavo buono: l’amore mi sollevava verso il cielo: sentivo come delle potenti attrazioni verso la divinità e verso l’infinito; pregavo spesso piangendo; incominciavano le fasi di quell’ascetismo che doveva svanire più tardi, per dar luogo alla più mostruosa delle negazioni religiose, all’apatia. Credevo di aver raggiunto tutta la possibile felicità: non era vero. Una sera ci parlammo. Non so come ciò accadesse. Ci trovammo soli, l’uno di fronte all’altra: le domandai esitando: — Come vi chiamate? — Margherita. E voi? — Filippo. E aggiunsi tutto tremante: — Siete contenta che io vi veda ogni sera? Se voi sapeste... E non potei dire di più: fuggii come un insensato; pareami d’aver compiuto un delitto sì grande, che le sue conseguenze non avrebbero tardato a colpirmi e a schiacciarmi. Mi buttai sul letto: sognai tutta la notte vegliando: ero oppresso dal peso di una felicità troppo viva; pregai fino al mattino con fervore — ero come demente. Ero amato. Ecco la gran parola, ecco il grande avvenimento. Non tutti gli uomini lo furono, o meritarono, o compresero di esserlo: ma molti sono coloro che amarono e furono buoni ed onesti, e provarono i deliri feb brili della passione, e derisero più tardi, o simularono, o tacquero quest’unica e solenne sublimazione della vita. Ingrati! Essi non l’hanno meritato. Ripudiarono le memorie più sante della giovinezza per tributarne il sacrificio ad un nome, alle esigenze di un orgoglio vano o crudele. L’amore è una debolezza... Oh la forte, la nobile debolezza! A venti anni si ama e si è grandi: il resto della vita è nulla, è espiazione. Allora si era forti e severi! Quando conobbi di essere amato, conobbi di essere artista. Non so quale rapporto esista tra l’arte e l’amore, ma egli è ben certo che vi sono delle fila invisibili che li congiungono: l’uno conduce all’altra; sono la causa e l’effetto, il principio e la fine; l’una è il mistero e l’altra la rivelazione. Nessuno di noi può indovinarle o vederle; bisogna salire sino a Dio: egli è il grande artefice e il grande amatore. Mi gettai in un mondo sconosciuto: divenni osservatore accurato e profondo: appresi la scienza dei dettagli: avvezzai l’occhio al bello, al vero, alla luce: imparai a colpire, a riunire, a comprendere, ad abbracciare d’uno sguardo le masse: mi famigliarizzai colla natura: appresi i segreti dei lumi e dei colori: di mano in mano che io procedevo ne’ miei studi, si rialzava un lembo della cortina vietata: ogni sguardo di lei aggiungeva una nuova potenza d’intuizione all’anima mia: i miei occhi parevano toglierle qualche cosa, come della luce: ogni volta che ella mi aveva guardato, la mia pupilla si era aperta e aveva rapito un nuovo segreto alla natura. Sparve per me il mondo reale — lei ed io — ecco tutto, ecco la grande famiglia. L’amore ci fa prediligere la solitudine, che è la società di noi stessi: io pensavo quindi le mie ore d’ozio nei campi; esaminavo le foglie, le loro ramificazioni, la loro forma, il loro verde; sfogliavo dei fiori per esaminarne i pistilli e le antere: cacciavo delle farfalle per studiarne le tinte svariate delle ali, e abbozzavo delle scene campestri, che più tardi mi valsero la fama di pittore di paesaggio valente. Sopravvenne un avvenimento. Toccai i quindici anni: Margherita ne aveva diciannove; ancora un anno e sarebbe uscita dall’ospizio. Questo pensiero occupava tutte le mie ore con un’insistenza penosa. Che cosa era ciò? Io non osavo dirlo a me stesso, ma temevo che la fanciulla mi avrebbe dimenticato. Quale rapporto esisteva tra di noi? Ci eravamo stretta la mano ogni sera... timidi, silenziosi, tremanti..., non ci avevamo pur detto di amarci; forse io lo aveva pensato soltanto, forse io mi ero sempre ingannato: ella era più adulta, più severa, più avvenente di me; imaginai che non potesse amarmi che come un fanciullo. Decisi di aprirle il mio cuore. Meditai a lungo su ciò, e mi rafforzai nella mia risoluzione. Avrei saputo tutto, avrei conosciuto finalmente il mio destino. Mi sentivo sollevato da questo pensiero. Oh le sublimi viltà dell’amore! Come mai questo sentimento che paralizza, che immiserisce le nostre facoltà quando aspira ad una parola confidente, ad una stretta di mano, ad un bacio, ci eccita e ci rende onnipotenti quando vagheggia la colpa, il pericolo, la morte, o un avvenimento fatale a tutta la vita? L’amore ha delle grandi codardie e dei grandi ardimenti, ma le sue viltà sono più grandi, e sono più nobili ancora. L’attesi per un numero infinito di sere. Mi proponevo di gettarmi a’ suoi piedi, di afferrare lo strascico del suo abito, di dirle tutto piangendo: il mio lungo amore, i miei sogni, le mie aspirazioni; quell’eterno imaginare e scrivere, e pensare, e parlare meco stesso di lei; quei progetti sì vaghi, sì dolci, accarezzati sì a lungo, e che ella poteva ora distruggere o realizzare con una sola parola per sempre. Mi appostavo sul suo passaggio e dicevo a me stesso: «Ora è tempo, ora viene, ora sono preparato. Avrò certo il coraggio di farlo. E come non l’ho fatto finora? Ma il rumore de’ suoi passi mi faceva trasalire, il fruscio del suo abito mi faceva battere il cuore con violenza; il suo sguardo, il contatto della sua mano mi annientavano, tornavo alla mia stanza più solo, più afflitto, più sventurato che mai; avrei odiato me stesso, mi sarei sottratto per sempre allo sguardo di lei e di tutti, se quell’amore sì ardente non me lo avesse vietato. Parevami tuttavia che da quell’epoca in poi ella mi guardasse con maggiore tenerezza; pareami che soffrisse; mi era sembrato una volta che la sua mano avesse tremato nella mia; non sapevo cui accagionarne, e lo attribuii a compassione; pensai che fosse pietà del mio stato, perocchè io ero divenuto sì pallido, sì sofferente sì triste, che si poteva temere a ragione della mia vita. Ma io mi ero ingannato. Quella buona fanciulla mi amava; si approssimava, più che io non credessi, l’epoca della grande rivelazione, l’epoca della casta intimità di pensieri, della confidenza piena, espansiva, assoluta Ebbi un momento di celeste felicità nella mia giovinezza. Non vorrei vivere che per rammentare quell’istante. Se il tempo potesse essere arrestato... se egli ci dicesse: «Dammi dieci anni, venti, la tua vita, ed io ti concedo quest’ora...» oh come sarebbe dolce il sacrificio dell’esistenza per un simile istante! Ma la vita non può averne che uno; lo si aspetta; esso viene e passa; dopo non vi è più nulla; tutto il resto è dolore. Una sera sentii non so quale turbamento nel più profondo dell’anima; tutta la mia natura era scossa; avevo come un presagio vago e lontano di qualche avvenimento fatale. Attesi che Margherita passasse: mi sentivo finalmente risoluto a confessarle il mio amore e i miei disperati progetti, qualunque effetto avessi io potuto produrre nel cuore della fanciulla. Trascorse l’ora usata e non venne. Attesi, ma indarno: imaginai ch’ella fosse partita e per sempre. Mi gettai a terra singhiozzando e vi rimasi assai tempo. Il dolore, come quello che conduce alla morte, cagiona per primi effetti l’immobilità e l’astrazione, cose che sentono già della natura della morte medesima, la quale non è altro se non che un’inazione assoluta ed eterna. Rimasi così accasciato non 60 quante ore: quando mi riscossi, la notte era già molto avanzata. Mi inoltrai sotto le vòlte dell’atrio per uscirne, e, oh sorpresa! la fanciulla veniva dal lato opposto verso di me..., sola, in quell’ora... Mi arrestai esitante; ella mi raggiunse; io rimasi silenzioso ed immobile, ed ella mi gettò le braccia al collo piangendo. Sentivo ondeggiare sopra di me il suo petto pieno di singhiozzi, fremere tutta la sua persona agitata dall’anelito affannoso; sentivo che ella voleva parlare e non poteva; le parole le uscivano dal seno rotte, acute, stridenti; erano qualche cosa tra il grido e la parola, e dicevano dolcezze infinite; una lotta enorme si combatteva in quell’anima. Passarono alcuni momenti. Dopo un istante divenne più calma, e mi disse con accento vivace e precipitoso: — Imaginate... volevano separarmi da voi.... mi hanno cacciata via...; ma io ho detto: «È pur necessario che io lo veda... ci andrò lo stesso, è tutt’uno... già, egli lo sa bene che io l’amo. Se sapeste... erano molte notti che io piangevo, che non dormivo, che non sapevo darmi pace. Che credete? Vi ho veduto da piccino, vi vedevo tutte le sere; e come si fa a dimenticare tutto questo? Dio buono!... Voi non mi caccerete, non è vero? Sono così disgraziata... siamo così disgraziati noi; non abbiamo nè padre nè madre... Avevo un uccello, e anch’esso mi è volato via... La direttrice mi ha detto: «Voi cucite per bene, potete fare due camicie al giorno, guadagnerete quat tordici soldi,» ma i ribattuti non li posso fare, io.... guardate, ne ho l’indice tutto sciupato. E poi... quelle fanciulle sono sì diverse dalle altre, cantano tutto il giorno, dicono delle cose che io non capisco... oh si stava così bene qui! Vi vedevo tutte le sere... io non pretendevo di più: non è vero che voi eravate contento che vi vedessi tutte le sere? Non lo crederete, non vi è una imagine della Madonna in quella stanza... dormiamo in quattro... quelle fanciulle ridono spesso di me, stamattina mi dicevano: Pare impossibile, avete venti anni e sembrate sgusciata oggi; Dio, come siete scipita!» Ecco come stanno le cose; volevo dirvi tutto; mi hanno messa a dozzina in quella casa, ci sono stata tutt’oggi, stasera sono fuggita e son venuta a vedervi. Ma non mi dite nulla..., sembrate molto abbronciato; che avete? siete forse offeso che io sia venuta a vedervi? Se il paradiso si fosse aperto a’ miei occhi con tutte le sue ebrezze di suoni, di luce, di canti; con tutti i tesori delle sue grazie; con tutte le sue legioni di serafini e di arcangeli; e mi avessero detto: «Eccolo, vedilo, egli è tuo», non avrei provato un atomo di quella dolcezza ineffabile, di quella gioia piena, colma, opprimente, smisurata, che inondò in quell’istante il mio cuore; tutto ciò non sarebbe stato che un inferno al confronto di quella gioia. Devo dirlo: in quel momento medesimo in cui le più energiche attrattive della vita mi trattenevano sulla terra colle loro fila dorate, la mia anima era tutta nel cielo; un sentimento di gratitudine mi sollevava fino a Dio; io lo vedevo attraverso quelle volte annerite dell’atrio, attraverso la volta azzurra del cielo tempestata di miriadi di stelle L’occhio dell’anima trapassa gli spazî, Dio li apre a quelle pupille che lo cercano. E mi sarei prostrato a terra gridando: «Nume, Dio, Jehova» E non avrei potuto dire di più: — la preghiera mormora e piange; la gratitudine non ha altro accento che il grido, l’adorazione tace. Ma ohimè! l’amore è idolatra; tutti gli amanti pregano, ma un inganno inavvertito, una forza d’istinto ineluttabile governa le loro preghiere: essi credono di pregare Iddio, e non pregano che l’amore. Pure, che cosa è Iddio, se non che amore? Compresi tutto in un istante: quelle parole tronche, rapide, disordinate, mi svelavano, nella loro nudità, tutto il suo cuore, e la sua indole affettuosa e gentile, e la sua anima pura ed innocente, inesperta degli inganni crudeli della vita, scevra di quel ritegno forzato di con venzione che accusa troppo spesso una virtù artificiale e corrotta. — Oh Margherita! o angelo!... io dissi stringendola sul mio cuore, e non potei aggiungere una sola parola. Non era timidezza, era quella paralisi di annichilimento che cagiona una felicità eccessiva. In quell’istante io non avevo più quindici anni, io mi sentivo uomo; la differenza delle nostre età era scomparsa; Margherita non era più che una bambina, un essere dolce, fragile, accarezzevole, che io avrei protetto ed adorato. Era una notte di maggio... non so come avvenisse; fu disegno, o fu istinto? lo ignoro; noi ci trovammo soli nella campagna. La natura era piena di profumi e di sibili; gli ultimi germi degli alberi si muovevano impazienti nelle loro gemme rigonfie; le corteccie crepitavano sotto la pressione della linfa che scorreva nelle fibre vive dei tronchi; i venti recavano misteri infiniti d’amore; — non v’era fiore che non si curvasse a vagheggiarne un altro; — nei seni delle foglie e lungo le curve ondeggianti degli steli, miriadi di insetti andavano e venivano mormorando di nozze, di voli e di roseti; le piante piene di nidi, i ruscelli traboccanti di pioggie come un vaso ripieno, le migliaia di lucciole che si gettavano a stormi sui fiori, le valli che risuonavano di voci e di susurri compievano l’incanto di quella festa solenne della natura. Tutto viveva: — era la grande trasformazione, la grande apoteosi della terra; l’idillio della materia vivente: — il cielo contemplava con mille occhi di fiamma lo svolgersi di quella scena incantevole. Margherita ed io camminavamo tenendoci per mano; ignoravamo dove andassimo; colle dita intrecciate, cogli occhi ora rivolti a noi, ora al cielo, coll’estasi nel cuore ci lasciavamo guidare da quell’istinto che dirige i passi degli amanti, dove le siepi erano più fiorite, profumi più inebrianti e la solitudine più profonda. La luna gettava qua e là delle grandi ombre, ma tracciava dinanzi a noi un sentiero bianco e solitario che pareva direi: «Venite; lungo i miei margini non vi sono che delle rose, nelle mie rive non cantano che degli uccelli, al mio termine vi sono delle porte dorate, io vi conduco alla vita, al paradiso, all’amore.» Ci ponemmo per quella via, Margherita mi disse: — Ove andiamo? — Ad amarci. — E che fanno tutte quelle lucciole? — Si amano. — E tutte quelle stelle? — Si amano. — Dio, come è bella la notte! — E l’amore che l’abbellisce. E tacemmo di nuovo; affidammo l’espressione dei nostri pensieri al linguaggio più eloquente dell’amore, al silenzio. Pervenimmo all’estremità di quel sentiero che metteva nel mare. Le onde lo troncavano e si versavano sopra di lui. Chi lo passava? Coloro che hanno visitato spesso le rive dell’oceano, hanno osservato non pochi di questi sentieri che sembrano condurre all’infinito, all’eternità, all’ignoto. Chi li ha designati? Chi ha impresso le orme di quegli ultimi passi che le onde riempiono nel giorno di arena, e che si trovano rinnovate al mattino? Sembra che quelle vie attendano dei viaggiatori invisibili, i quali vengono dalla terra e proseguono il loro cammino sotto quella volta immensa delle acque. Di tutte le meraviglie che circondano le rive dei mari, nulla è più atto di quelle vie misteriose a colpire l’imaginazione degli uomini, ad arrestarne ed ingigantirne i pensieri. L’oceano è l’infinito; quei sentieri sono le vie dell’infinito. Due amanti si arresteranno sempre compresi di un dolce sgomento a quella vista; e subiranno, senza volerlo, l’attrazione irresistibile di quell’abisso. Noi vi ci avvicinammo di tanto che le onde venivano lambire i nostri piedi. Margherita guardò il mare, poi mi guardò in volto, e parve che volesse dirmi: — Entriamo. — Oh il mare è infedele, io esclamai stringendola tra le mie braccia, quasi ella avesse tentato di sfuggirmi; egli non ama la vita, egli inghiotte tutto; egli non nutre nel suo seno che dei mostri, e non apre nelle sue voragini che delle tombe. In quell’istante l’ultimo cerchio di un’onda venne a balzare con violenza presso di noi, e bagnò il piccolo piede e la calza della fanciulla. Margherita gettò un grido; io mi curvai per istinto, ella volle fuggire, scivolò e cadde. Allora io provai non so quale trasporto inconsiderato e selvaggio: — avevo quindici anni, ma ero alto e robusto, la sollevai tra le mie braccia, e mi allontanai dalla riva correndo. Ella era sì sottile e sì fragile che io la potevo portare sul mio seno come avrei portato uno stelo di giunco. Mi addentrai in una piccola macchia di larici; Margherita diceva nulla e sorrideva di quel sorriso di chi non sa se debba confidare o temere; — io le mormorava all’orecchio parole colme di amore; le dicevo che ella era la mia vita, la mia felicità, il mio an gelo; le dicevo cose inenarrabili, e non so quale arcana virtù le suggerisse allora al mio cuore. Adagiai finalmente la fanciulla sopra un sasso coperto di musco, e mi sedetti sull’erba ai suoi piedi. — Come siete forte, mi diss’ella meravigliata; m’avete quasi fatto paura; e girando lo sguardo intorno a se, aggiunse: — Come è nero! Io non risposi, e strinsi le sue mani tra le mie, quasi a riconfortarla. Ella mi guardò affettuosamente e mi disse: — Mi amate voi dunque tanto? Ma perchè ve lo chiedo? Voi me lo avete detto. Perdonate, io non so dirvi nessuna di queste parole; sono sì ignorante, io; e poi mi sento così felice... Essere qui sola con voi, di notte, passeggiare con voi, essere portata sulle vostre braccia, sentirmi dire che mi amate..., ah, sì, io sono così oppressa da questa felicità che temo quasi di morire! E interrompendosi esclamò: — Dio, come mi batte il cuore: sentite. Prese una delle mie mani e la posò e la premette sul suo seno, guardandomi fissamente, come se avesse aspettato che io le dicessi: — È vero, egli batte assai forte. Ma io dissi invece, impadronendomi alla mia volta d’una sua mano e stringendomela al petto: — Sentite ora il mio. Margherita allontanò il suo braccio, mi guardò in volto quasi spaventata, e mi disse: — Mi fate paura. Ma dopo un istante di silenzio mi abbracciò tutta commossa, e aggiunse con trasporto: — Quanto vi amo! Allora proseguì, accarezzandomi il viso colla mano: S— iete troppo impetuoso, ciò non va bene; vi correggerò io; io sono più vecchia di voi, sapete. Vi ricordate quando eravate tanto piccino — così (e sollevò la mano all’altezza del mio ginocchio), io vi vedevo giù tutti i giorni, ma voi, non mi vedevate, voi; era d’inverno, nevicava tutta la notte, voi passavate nel nostro corridoio per andare alla scuola... poveretto! avevate le mani arrossate dal freddo, le scarpette sdruscite, le calzettine con dei buchi; e io dicevo: «Oh! quel povero fanciullo finirà certo per ammalarsi; nessuno ha cura di lui, egli pure non ha sua madre.» Eravate così bello quando eravate bambino; avevate dei capelli che parevano proprio d’oro, — io vi volevo bene fino d’allora, sapete, oh sì, vi volevo assai bene! Pensavo tra di me, quel povero fanciullo non ha nessuno che lo ami, potrà forse diventare cattivo; e pregavo tutte le sere per voi. Una volta ho anche messo una fetta di focaccia nel vostro canestro: ve ne ricordate? Ma ora vi siete fatto sì alto, mi mettete soggezione. Quando passavo la sera sotto l’atrio, vi volevo dire tante cose, vi vedevo sempre così malinconico, pensavo che le mie parole vi avrebbero fatto del bene; ma eravate sì fiero, mi guardavate con certi occhi... come fare ad avere il coraggio di parlarvi? Ho sofferto molto, ma ora sono anche molto contenta; oh sì, molto contenta! Ci sposeremo, non è vero? Io non potei rispondere una parola a quegli accenti sì pieni di verità e di passione. Mi gettai alle sue ginocchia piangendo. Margherita mi guardò teneramente, e mi disse con una profonda commozione: — Quanto siete buono! Fu allora che, sollevato dalle mie lagrime, io le raccontai tutto; e il mio lungo amore, e le mie crudeli esitanze, e i miei sogni di fanciullo, e le mie speranze, e i conforti che io traevo dalla mia arte, e la certezza di una vita comune e felice che nulla avrebbe avuto ora mai il potere di contenderci. Le nostre anime si versarono l’una nell’altra: un bacio donato, e ricevuto, e restituito tremando, ne ha santificata l’unione: il bacio è il soffio della seconda vita: — Dio e la donna: — quando due anime nel cielo si fondono per formare un angelo, Iddio le riunisce con un bacio. Non aggiungerò parole a descrivervi il resto di quella passeggiata. Vi sono delle sensazioni inenarrabili, delle gioie che si elevano al disopra dell’intendimento umano. Si subiscono, non si esprimono, spesso ancora non si comprendono. Ripensando a quella notte, io mi sento invaso da uno sgomento così grande come lo fu allora la sicurezza di quell’affetto. Io ho sopravvissuto a quella gioia, me questo colosso di bronzo rovinare dalle sue basi di creta: ho veduto allontanarsi tutto da me come cacciatone da un turbine invisibile; inabissarsi a miei piedi, morire, ribellarsi, distruggersi quanto io avevo di caro e di dolce nel mondo; e nondimeno io ho vissuto finora, io vivo, fo solo, io severo, io sdegnoso assieme e implacabile. Ma perchè ho amato? Perchè ho vissuto e sofferto? Perchè vivo? Ecco il quesito formidabile, ecco l’enigma insolvibile che mi propone la sfinge gigantesca del destino. Nascere, amare, portare nel mondo un cuore vergine e puro, volere il bene e compierlo, delirare presso il fantasma del bello e del vero..., e quando la virtù è esausta dalla lotta, quando l’aspirazione è uccisa dall’impotenza, gettare il fardello, insozzarsi, strapparsi il cuore per buttarlo nel fango come un frutto fradicio e amaro. Commedia sanguinosa della vita! Se io non avessi potuto accagionare agli uomini la mia sventura, mi sarei avventato alla morte per chiederne conto all’Eterno. Ma Iddio è grande e giusto; egli solo è giusto; non accusiamone il cielo. Io vi ho parlato di un affetto nobile e puro, vi ho denudata l’anima mia, vi ho mostrato il mio cuore di quindici anni: io vi ho nulla taciuto; ebbene, andate, ripetete ora agli uomini le mie parole; essi mi derideranno... Simulatori codardi! E nondimeno ciascuno di essi ha amato nobilmente; e poichè nessuno può espellere la propria natura, nel segreto della sua stanza ribacierà ancora, già vecchio e canuto, il mazzetto di viole avvizzite, la lettera profumata, la ciocca di capelli recisa; e rivolerà delirando al passato, come al simulacro della sua prima esistenza sepolta. E perchè mentire? Perchè offendere col rossore la cara rimembranza di essere stati nobili e onesti? Inutile rimpianto! Tutto è trasformato — l’anima dell’umanità non è più l’amore, è la violenza e la forza, — l’idillio è sparito, abbiamo l’epopea della guerra, il battesimo del ferro e del fuoco, la religione dell’orgoglio e del sangue, Onde di popoli si accozzano all’accennare di una testa coronata, e ne sostengono la sublimità vacillante con un piedestallo di vittime. Gli uomini ubbidiscono: — la folgore della monarchia passa a traverso di essi come attraverso di un campo di biade mature. Non vi ha più nulla a sperare. Piangiamo sull’avvenire dell’umanità; — piangiamo sulla religione dell’amore. Ma tornerò al racconto della mia vita. Dopo quella notte fatale, mi dedicai interamente all’arte e all’amore. Avevo dinanzi a me un punto luminoso — l’epoca dei venti anni, la realizzazione de’ miei sogni, la gloria, Margherita, la sposa, l’angelo immacolato della famiglia. Benchè sì giovane, l’istinto della paternità veniva ad aggiungere qualche cosa di più sacro e di più confortevole ancora ai miei disegni. Io avrei avuto dei figli. Quei figli avrebbero avuto una madre. Parevami di rimediare con ciò ad una grande ingiustizia, a quell’abbandono a cui io ero stato condannato per sempre. Questa idea soave e insistente occupava spesso tutte le mie ore; — le gioie del focolare, i geni dell’amore e della famiglia venivano attorno a me, tenendosi per mano e danzando una danza affascinante. Al di là della giovinezza, al di là delle sue onde inclementi, intravedevo il porto e la pace, indovinavo la fama e la gloria, vedevo una culla ripiena e una santa curvata presso di lei, presagivo una virilità robusta e operosa... Da queste visioni attingevo la perseveranza infaticabile del lavoro. Dipingevo quanto era lungo il giorno; assorto in rapimenti incessanti, le mie giornate passavano veloci e sublimi, come una nube sospinta dal vento. Traducevo sulla tela il bello, cui avevo inalzato un altare nel cuore; riproducevo in mille guise le sembianze adorate di Margherita — la rivedevo ogni sera, la risognavo ogni notte; — ogni giorno aggiungevo nuovi allettamenti, nuove attrattive, nuove speranze al mio amore. Incominciai a credermi artista, e sentirmi sollevato sulla massa degli uomini, a comprendere che io percepivo, imaginavo, vedevo, operavo in modo diverso da essi. Ma cosa terribile e consolante ad un tempo! io non potevo dissimularmi che ero troppo migliore di loro. Vedevo la vanità dirigerne le opere, l’egoismo volgerle a suo favore, l’orgoglio attraversarle o impedirle, la crudeltà e l’ipocrisia venire tra essi tenendosi per la mano; la virtù essere posta a mercato, il vizio emergere, l’adulazione inchinarsi, pochi astuti sovrastare alle moltitudini come a stupidi branchi di pecore, i cattivi acquistare onori e dovizie, i pochi onesti contaminarsi o morire. Questo io vedevo a sedici anni, questo hanno visto a quell’età tutti gli uomini. Si sono essi ricreduti per un giusto apprezzamento dei fatti, o sono stati travolti dalla corrente? Non domandiamolo a loro. Ciascuno di noi ha sentito a venti anni pesare sopra di sè la mano della società che gli diceva: «Mentisci, indossa quest’abito a dadi, copriti il volto di questa maschera, mettiti questo berretto di buffone; non vi ha altra via per te, o misero, 0 scellerato. Giano bifronte: ecco la religione della tua vita; sacrifica a lui, e ti inalzeremo una statua d’oro.» Oh verità! fino da quei giorni io ti ho tributato un culto devoto e indefesso; io ho detto: «Io sono solo, ma chiamerò gli uomini intorno a me, ed essi verranno»: io ho perseverato, e nondimeno sono rimasto solitario sul sacro limitare del tuo tempio; ma tu sai se io ne ho disceso i gradini per viltà o per violenza; tu sai se io ti ho tutto sacrificato! Fino da quei giorni... sono trascorsi ormai quindici anni — una notte profonda ha avviluppata la mia mente, ma in quella tenebra sterminata i miei occhi intravedevano ancora la luce; la mia anima anelava ancora al giusto, al vero, all’onesto. Conforto immenso e ineffabile! Qui, dinanzi a voi, dinanzi a Dio e a me stesso, io posso sollevare le braccia al cielo ed esclamare: «Oh Dio, io vi ringrazio, io sono rimasto onesto!» Ma non supponete già che io odiassi gli uomini per ciò solo che li conoscevo cattivi: no, io li amavo, perchè sapevo che potevano farsi migliori. Non ho disperato che più tardi dell’umanità, quando essi mi hanno costretto a disperare di me medesimo. Come non amarli? Allora ero artista, ero giovane, ero grande; avevo un arco di luce e una corona di rose sul capo. Io dicevo: «Che monta? io rimarrò buono, e gli altri mi seguiranno; e se non fosse, mi riparerò solo e sereno dietro l’altare inviolato della famiglia.» L’artista! Oh, egli è assai più di un uomo, egli ha il cuore e la mente di un Nume: egli crea; si colloca tra l’uomo e Dio, ne forma l’anello intermedio, vive nel mondo, e nondimeno ha un mondo in sè stesso: gli artisti sono pochi, passano inosservati o derisi, gli uomini impongono loro una corona di spine, il cielo prepara ad essi una corona di stelle. Tale ero io a venti anni; non ero grande ma potevo divenirlo. L’esito de’ miei primi lavori mi assicurava un avvenire ineffabilmente lusinghiero e dorato. Ero buono perchè ero pio, sereno perchè ero buono, fiducioso perchè ero forte. La felicità era mia; parevami di stringerla nel mio pugno come un ricco gioiello involato; io esclamavo nella baldanza delle mie care illusioni: «Oh che io senta il dolore perchè sono troppo felice!» Il dolore venne. Toccai i venti anni; si approssimava l’epoca delle mie nozze; io non attendevo più per effettuarle che l’esito favorevole di una mia domanda tendente ad ottenere un posto di maestro in una scuola di paesaggio, e di conoscere il giudizio che avrebbero ottenuto alcuni miei quadri presentati ad una Esposizione. Giunse anche quell’istante; la mia istanza fu esaudita, i miei lavori furono coronati da un successo pieno e inatteso; non mancava più nulla alla mia felicità; io l’avevo raggiunta; io stavo finalmente per afferrarla; io l’avrei fatta mia per tutta la vita. Mi sentivo ingigantito da questo pensiero: corsi a gettarmi tra le braccia di Margherita, e a dividere con lei la pienezza opprimente della mia gioia. Era una bella sera di autunno; volemmo rivivere un’ora nel nostro passato, e rivedere quei luoghi che erano stati testimoni delle prime confidenze del nostro amore: uscimmo alla campagna, ripassammo quell’atrio dove ci eravamo veduti per sette anni ogni sera; giungemmo di nuovo alla riva del mare. Quel sentiero appariva ancora tracciato nell’arena, e portava l’impronta di orme recenti; quella macchia di larici era tutta brulla delle foglie che il vento spingeva a folate contro di noi; a piedi di quel sasso, allora coperto di musco, fiorivano delle piccole viole di autunno; la natura sembrava mesta, ma calma: mi pareva che se io avessi potuto comunicarle una metà della vita giovane e ardente che ferveva in tutto me stesso, ella avrebbe potuto ancora rivestirsi di fiori e di foglie come in quella primavera felice. Guardavo ai campi deserti ed alle piante sfrondate con occhio di commiserazione; guardavo alla natura conte a compiangerla; sentivo che questa sola cosa mancava alla mia felicità — l’impossibilità di dubitarne. In quanto a Margherita, essa subiva la mia gioia, essa non aveva nulla a sè, non viveva che di quella vita che le infondevo io stesso. Più io l’amavo, e più ella mi superava in amore; non so sino a qual punto sarebbe giunta se io avessi potuto amarla di più. La virtù del sacrificio e dell’amore non ha limiti nel cuore della donna: non si può gareggiare con lei; è un fuoco celato, ma vivo e immortale; talora non apparisce perchè nessuno lo cerca; bisogna scoprirlo e ravvivarlo. Dopo quella prima sera di maggio, fu questa l’ora più felice della mia esistenza. Corremmo lungo la sponda del mare, tenendoci per mano e inalzando grida di gioia, risvegliando gli echi di quelle rive, chiamandoci a nome, perdendoci a posta tra gli alberi e affannandoci a ricercarci; poi riunimmo un mucchio di foglie disseccate, le accendemmo e fuggimmo; andammo a battere alle vetrate di una capanna, e picchiammo all’uscio d’un pescatore. Vedemmo affacciarsi una vecchia tutta stizzita che disse: — Che volete? a quest’ora, è una vergogna! — Del latte, disse Margherita, facendo un grosso vocione. — Andate a berlo alla riva, sfacciati, rispose richiudendo la finestra. — Alla riva? disse la fanciulla. Ah, ah, sì, andiamo alla riva, ho caldo! e tuffò i suoi piccoli piedi nell’acqua fino alla caviglia. «E che viso piagnolone, esclamò accennandomi alla luna che era piena, e facendone le beffe colla mano: come è brutta!» E le fece una grande boccaccia. Nel ritornare alla città trovò un piccolo spazzacamino, e gli disse: — Birichino, come si fa ad essere così infarinato! me riteresti..., prendi, prendi.... e gli diede tre soldi che aveva nella saccoccia. Ma rammenterei a stento e con dolore tutte le innocenti pazzie di quella sera. Ci separammo dinanzi alla sua porta, mentre ella mi diceva: — Signorino, io vi saluto, e non vi dò alcun bacio perchè non ne meritate di più di quelli che vi ho già dati: verrete domattina a rendere una visita a vostra moglie. Rientrai che ero ebro; parlavo e sorridevo da me lungo la via; ponendo il piede sul limitare della stanza, esclamai ad alta voce: — Oh fortuna, io ti sfido! Ma nell’accendere una lampada, m’avvidi di una lettera collocata sul mio tavolino. Era diretta a me, conobbi i caratteri del direttore dello stabilimento, l’apersi e lessi: «Sono addolorato di dovervi comunicare una notizia affliggente. Siete stato chiamato a prestare servizio militare, e incorporato nel settimo reggimento di fanteria. Dovrete raggiungere fra dodici giorni il deposito del vostro reggimento.» Caddi fulminato. ⁂ Incominciò la mia notte: notte immensa, tenebrosa, terribile. A questo punto del mio racconto, all’idea degli avvenimenti che io devo evocare e descrivervi, dei dolori che io sto per far rivivere nella mia anima esulcerata ed inferma io mi sento dubbioso se debba proseguire o arrestarmi. Temo di soccombere sotto l’oppressione di quelle memorie, temo del pari che il mio silenzio non vi giustifichi abbastanza il mio stato. Io ho sofferto, io posso accagionare gli uomini delle mie sventure; ecco ciò che desidero che essi sappiano; ma nè voi, nè essi potete apprenderlo fuorchè dal mio labbro, ed è necessario che io compia la mia narrazione. Ascoltatemi. Fui soldato. Questa parola esprime tutto. Affetti, memorie, doveri, aspirazioni, diritti, indipendenza, dignità conculcata, — assoldato , tenuto a soldo , venduto. Un tempo, la scelta di questa carriera era libera; le file di quegli eserciti che combattevano per la conquista e per l’usurpazione, le file delle bande di ventura erano composte di pochi uomini spintivi dalla malvagità o dalla miseria; allora si diceva: «Venite, arruo latevi, avrete venti soldi per giorno, vi daremo un ricco uniforme, vi concederemo il diritto del saccheggio, vi condurremo in un paese di imbelli, ove le donne sono avvenenti, gli scrigni impinguati, e la natura prodiga e generosa; vi permetteremo il furto, il bottino e lo stupro; ponderate bene, voi siete miserabili, vi offriamo venti soldi, venite.» Ma oggi questo sistema è mutato; oggi si dice: «Questa famiglia ha tre figli, ne colpiremo due; ne ha quattro, e ne tasseremo tre; ne ha cinque, e gliene toglieremo quattro. Si manda loro un ordine che significa: «Vi avvertiamo che siete chiamato nelle file dell’esercito; se non vi presentate fra quindici giorni sarete arrestato; se non avete tremila e duecento franchi siete un disgraziato, e non vi è più via di salvezza per voi; vi abbiamo visitato, e abbiamo trovato la vostra dentatura sana e i vostri muscoli forti: d’ora innanzi non sarete più un uomo come gli altri, non avrete più dei diritti e dei doveri, una volontà, una coscienza, dei desideri come gli altri; non percorrerete una carriera come gli altri; rinuncerete a tutto; se eravate destinato a diventare un ministro, diventerete un caporale; non avrete più una famiglia, una casa, un avvenire, marcerete al suono di un tamburo, e conterete uno e due ; imparerete come si fa ad ammazzare un uomo, a spiarlo, ad appostarsi sulla sua via, a superarlo nella bontà delle armi e nella rapidità delle mosse; questa cognizione chiamerete tattica e strategia, e la eleverete al grado di scienza: dopo ciò avrete sempre con voi un mostro enorme e spaventevole che starà al vostro fianco, che imporrà qualunque obbligo alla vostra volontà e alla vostra coscienza, a cui sarete pienamente venduto, e che si chiamerà disciplina . Quando essa ve lo ordinerà voi marcerete verso qualunque luogo, compirete qualunque azione infamante, ucciderete qualunque uomo, caricherete per le strade del vostro paese i vecchi, le donne e i fanciulli, e non potrete mormorare una parola; se accennerete di ribellarvi sarete fucilato. Ora venite noi vi chiamiamo in nome del re; se non vi presenterete fra quindici giorni, sarete considerato come un vile disertore.» Così si uccide un uomo e si forma un soldato; la nazione lo tollera; vi ha di più, la nazione vi applaude, illusa come un fanciullo insensato dalla vista dei pennacchi azzurri, delle sciabole lucide e dal suono delle trombette: i pochi onesti fremono e tacciono. Quel giorno in cui un uomo ha posto il piede in una caserma, conosce che tutto è finito per lui: quelle mura hanno delle terribili rivelazioni: assorbono le vite e ne mostrano le larve come al di là di un velo trasparente, — sono cieche e guardano, sono mute e parlano: — sembra che dicano: «Noi abbiamo sepolto migliaia d’esistenze, noi abbiamo alimentato molti dolori, noi abbiamo ucciso molte anime, noi abbiamo spento molte nobili intelligenze; l’atmosfera che noi racchiudiamo è velenosa; qui si piange, si soffre e si abbrutisce; — ebbene, noi ti racchiuderemo tra le nostre quattro pareti; tu vi rimarrai otto anni, e intanto tua madre morrà di fame, tua sorella si prostituirà per vivere, le persone che ti amavano ti abbandoneranno, gli uomini ti contamineranno la moglie o l’amante; la tua fortuna sarà rovinata: quando tu uscirai di qui, non avrai più nulla di tutto ciò che hai portato teco venendoci, non sarai atto ad alcun lavoro di braccia o di mente, la tua gioventù sarà avvizzita o trascorsa, tu sarai un uomo morto o sciupato, tu sarai un miserabile per tutta la vita.» Nel primo giorno che si trascorre in quartiere si sentono queste voci, ma non si comprendono. La mente è offuscata, la percettività ottusa, la sensitività assopita: si passeggia per le camerate, si leggono i nomi scritti sulle pareti; si contano i mattoni dello spazzo, si prendono i ragni e le formiche negli angoli, si guarda al cielo e al cortile, si sente cadere qualche cosa giù per le guancie, e non si sa che siano lagrime; non si possiede ancora la convinzione del proprio stato; la realtà si mostra ancora circondata di un velo; non si spera, non si dispera, non si domanda nulla a sè stessi; appena si ascolta una voce nel cuore che chiede: «E domani?» Nella prima notte si dorme, si è prostrati da quella inazione faticosa dello spirito nella giornata. Si fanno dei sogni vaghi e sconnessi, si rivede la casa, la stanza, il giardino, ma tutto confuso e indeciso; la mefite del dormitoio produce un sonno pesante e affannoso, il rumore del respiro di tante persone che dormono dà ai nostri sogni qualche cosa d’inusitato e di indefinibile, come quando si giace assopiti in una carrozza, ninnati dal rumore delle ruote durante un lungo viaggio; la prima notte passa, sono le altre che durano eterne. Viene il domani. Lo svegliarsi ha qualche cosa di spaventevole. Destati di soprassalto dal rullo fragoroso di un tamburo, si ritorna, non a gradi, ma d’un balzo, alla realtà ineluttabile della nostra sventura. La mente affacciatasi ad esaminarla, retrocede atterrita, e si ripiega silenziosa in sè stessa. Non si può dubitare, si crede; si vede tutto quegli uomini si alzano a quell’ora, sì presto, e perchè? Andranno a tracciare dei solchi nei campi, ad aprire la loro officina, e prevenire i bisogni della loro famiglia? Nulla di tutto ciò; essi ritornano al maneggio delle loro armi; escono alla campagna, ma uniti; marciano in fila, imparano come si sorprenda e come si uccida il nemico; ritornano spossati alla sera per risorgere e ricominciare all’indomani. Otto anni di questa vita. Ecco la realtà, ecco la condanna! Il coscritto la sente, la tocca, la vede questa realtà spaventevole; la scorge avvicinarglisi come un mostro immane e deforme che deve avvolgerlo nelle sue spire, collocarsi presso di lui e vigilare per otto anni al suo fianco: egli vorrebbe ribellarsi e difendersi — è il suo primo istinto — ma la ragione lo ammonisce che è indarno: allora egli tace e subisce; la lagrima ristagna, ha principio la rassegnazione, l’obbedienza, la passività, il moto pronto e regolare della macchina... Incomincia il soldato. Ma prima che questa lotta tra l’uomo e il soldato sia definita — prevalga il diritto o la violenza — scorrono spesso degli anni; anni tenebrosi e infiniti, senza epoche, senza gioie, senza rimembranze, senza sorrisi di sole. È una lotta che si combatte nelle tenebre, inermi, piangenti, desolati, e nondimeno implacabili. Molti sono soggiogati, coloro che escono vincitori sono giganti. Al domani si vuol conoscere più dappresso il nostro stato; si vede tutto, si esamina tutto, si interroga tutti; il cuore ammutisce e la mente parla; si prova una crudele avidità di sapere ogni cosa, d’immergersi nella propria disperazione: si guarda la nostra ferita, la si vede, la si tocca, la si esulcera; si sente che il dolore ha delle attrazioni, e che quando non si può fuggirlo è meglio abbandonarvisi: si decide, e vi si getta risoluti. Alla sera si è prostrati ancora; lo si è sempre — è l’astuzia della disciplina, uccidere l’attività morale coll’attività fisica: — si guarda il cielo, ma come per maledirlo; non si vede più nulla nel cielo; Iddio ne è sparito; il suo occhio non veglia più sopra di noi e sopra la nostra famiglia; l’armonia si è confusa, il filo si è spezzato, voi ne siete abbandonati per sempre. Allora incomincia la grande ribellione, la gran morte: la fede si estingue, la speranza si estingue, la vita è circoscritta dall’ora, l’avvenire sparisce, non si prega più, non si pensa più, non si spera più nulla dal cielo — la prima trasformazione è ottenuta — l’uomo morale è ucciso. Le prime notti sono spaventose. La coscienza assopita si ridesta e dà degli assalti formidabili. In quella stanza vi sono cento coscienze che vegliano, mentre le anime dormono: è una veglia fati cosa, tutte quelle menti combattono; l’uomo sospira, si agita o mormora; si ode l’anelito, si ascolta la parola susurrata nel sonno; vi sono delle braccia che si agitano convulse, delle lagrime che scorrono inavvertite, degli insonni che gemono e mutano fianco; e la fede non entra più in quella camera, la preghiera ne rifugge, non vi ha un angelo che vegli su quelle vittime: — l’abbandono è spaventoso ed enorme. Occorrono delle ore nel giorno, in cui le abitudini della vita trascorsa ne presentano, sotto l’aspetto più orribile, quelle della vita attuale. Le ore della passeggiata, del pranzo, dei convegni amichevoli, delle radunanze festose... Non v’ha uomo sì povero che non conviti colla famiglia o coll’amico, che non si apparecchi una mensa, che non senta la solennità di quell’ora casta e soave in cui si rinnova il sacrificio del vino e del pane: gli stessi mendicanti si radunano sugli angoli e sotto gli atrii delle porte; mettono in comune le loro stoviglie di legno, dividono le loro elemosine, e sorridono alle donne e ai fanciulli, cinguettando della scarsa beneficenza e dei tristi tempi che corrono. Il soldato pranza nel cortile, siede corrucciato in un angolo, divora convulso, guarda alla parete, picchia colle dita sul fondo del suo recipiente di latta, e quando ha finito lo getta col piede sotto la gronda, perchè la pioggia lo lavi, o perchè il sole lo asciughi. Il coscritto ripensa intanto alla sua famiglia, alla tavola apparecchiata sulla soglia della capanna, al desco frugale, ma lieto, alla benedizione impartita dall’avolo colla destra tremante, alle grida, alla ghiottoneria dei fanciulli, alla dolce vivacità del conversare... e vede il suo posto deserto e la famiglia muta e piangente, e pensa che ciò non è che incominciato, che ciò deve durare otto anni. Il cuore del soldato non ama più gli uomini, essi lo hanno troppo offeso; ama di rado la donna, non cerca da lei che il piacere; la sua affettività ha subito delle strane modificazioni; egli riprova le tendenze, i gusti, le simpatie dei fanciulli; ama gli uccelli e gli insetti, è lieto se prende un moscone o una vespa; divide il suo pranzo coi topi, solleva i mattoni per cercarvi gli scarafaggi, distribuisce le briciole del suo pane alle formiche, e se talora la sorte gli concede la compagnia di un cane, fosse pur brutto e sciancato, e se la disciplina del quartiere lo tollera, egli si reputa ancora il più fortunato degli uomini. Il soldato adora i fanciulli; avvezzato a sentir pesare sopra di sè la mano di tutti, ama tutto ciò che è innocente ed innocuo. Povero essere! egli vorrebbe per donare, vorrebbe avvicinarsi ancora agli uomini, vorrebbe riamarli, ma la società lo respinge. È impossibile darsi ragione con qualche principio fisso, dei pensieri che si svolgono nella mente del coscritto durante i primi giorni della sua vita militare. Le evoluzioni, il passo, il moto misurato e meccanico, la cadenza assordante del tamburo, la novità dell’abito, l’asprezza del comando e della disciplina, stordiscono la sua mente, la distolgono da una riflessione seria e costante, creano nuovi bisogni, nuove idee, nuove parvenze. Si vede tutto attraverso a una nube; sembra che i pensieri abbiano dei profili indecisi e fantastici, nessuna cosa ha forma o natura che non apparisca strana ed instabile: non si distingue più tra fatti ed idee; vi è qualche cosa che sta tra di essi, e non è nè l’uno, nè l’altro: un coscritto mi diceva: «Ho sempre delle idee verdi che mi passano dinanzi agli occhi.» Durante le prime evoluzioni, tutti hanno provato questo stato: è una fantasmagoria continua, il corpo cammina e l’anima sogna. Si vedono passare i carri e i cavalli, si vede correre un cane, volare un uccello, aleggiare una mosca, e tutto ciò come lo si vedrebbe sognando. Nella notte si rivede tutto, il domani vi si ritorna ancora: è un sogno continuato. Dopo alcuni mesi queste allucinazioni svaniscono; si entra in uno stato normale; la reazione crea un nuovo sistema di vita, produce nuove idee, nuove vedute, nuovi apprezzamenti: i buoni sono divenuti cattivi, i cattivi pessimi, i pessimi malvagi. Ma quando il periodo delle allucinazioni non è superato nei primi mesi di prova, esso dura costante e finisce collo spegnere la ragione. I coscritti delle valli e delle montagne ne rimangono spesso le vittime; quegli infelici non possono avvezzarsi alla schiavitù e al carcere del quartiere; non sanno darsi ragione del loro stato, non giungono a comprendere perchè debbano marciare in fila e contare uno e due , perchè nel rivolgersi debbano girare sul tallone del piede destro: non capiscono e non possono far nulla di tutto ciò. Ne avrete spesso veduti: un istruttore anziano li separa dagli altri; li fa camminare tutto il giorno, e li percuote indarno col rovescio della sciabola. Egli dice loro: «Movete quella gamba, allineatevi», ed essi muovono un braccio ed escono dalle file; egli li riprende, ed essi lo guardano con occhio vitreo e istupidito. I fanciulli schiamazzano e ridono, ma l’uomo onesto si allontana da quello spettacolo col cuore lacerato. Quegli infelici sono perduti per sempre, essi impazziscono o muoiono. Ne conobbi uno che mi diceva una sera singhiozzando: — Cosa vogliono da me? Avete capito voi?... Io andavo tutti i giorni a tagliare gli orni sulla montagna; sono un potatore, io; avevo una vacca e la menavo a pascolare tutte le domeniche; mi hanno detto che dovevo venire a fare il soldato, e mi hanno mandato qui, ma io non lo voglio fare il soldato, io guadagnavo venti soldi al giorno al mio paese; che cosa ho fatto di male io? e vogliono farmi morire! Egli è nell’ora dell’uscita che i coscritti si sbandano pei dintorni della città, e vanno a meditare e a piangere liberamente nella campagna. Ho serbato memoria di un alpigiano che saliva ogni giorno alla corsa un colle molto elevato, da cui poteva scorgere, benchè indistintamente, i giochi lontani delle sue care montagne. Egli vi andava ogni sera, e ne ritornava trafelato; quando il tempo era piovoso non usciva, e sedeva a piangere in un angolo della caserma. Un pescatore della riva destra del Po andava tutti i giorni a visitare un grosso torrente che scorreva nel fondo di una valle, e abbracciava i salici che crescevano lungo le sue sponde. Egli non rientrava mai in quartiere senza portar seco un piccolo ramo di questi alberi, che nascondeva sotto il suo capezzale. Deriso per questa abitudine, desistette, ma si ammalò di nostalgia, e morì di atrofia di cuore un anno dopo. Un mulinaio gridava tutte le notti nel sonno: «Rallentate la macina, abbiate occhio al frullone... come si scevera bene il cruschello!... Pietro, Gigi, Caterina, aiutatemi voi d’una mano.» Risvegliato dalle brusche imprecazioni dei camerati, si poneva a piangere come un fanciullo, esclamando: «Che vi ho fatto io di male? io sogno, non dico nulla io, non è vero che io gridi; non avete cuore e mi volete uccidere, ecco ciò che volete.» Si riaddormentava e ricominciava da capo; risvegliato di nuovo, si riponeva a piangere e a lagnarsi. Finì coll’impazzire. Ma ciò che vi ha di più orribile nella caserma è la tirannia delle abitudini militari, è lo scherno della virtù, la derisione di ciò che è delicato e gentile, la prevalenza della forza brutale. La caserma ha le sue associazioni occulte, il suo gergo come le galere, le sue tradizioni, le sue gerarchie, i suoi regolamenti segreti; quando si è soddisfatto alle esigenze della disciplina generale, rimane ancora l’obbligo di soddisfare a quelle della disciplina parziale. Ogni camerata è una piccola società, un piccolo mondo: bisogna che ciascuno vi viva secondo le leggi che lo governano, e guai a coloro che tentino di eluderle! Come nella grande società umana, non è possibile l’allontanarsene impunemente, non è possibile restringersi in sè stessi, circoscrivere la propria esistenza; bisogna starvi, operarvi, ubbidire, uniformarsi a quelle massime, conformarsi a quelle idee, favorire quei disegni — contro tutto o con tutti — non vi ha rimedio, non vi ha via di transazione. La caserma possiede e favorisce le abitudini e i vizi di tutte le comunanze: il giuoco, la crapula, il vino, la prostituzione del principio morale, la prepotenza, la violenza, l’oppressione del debole, il diritto della forza, la vendetta privata, la collisione pronta e feroce — tutto ciò vive nelle caserme, e vi si perpetua d’individuo in individuo; è un legato che si trasmette dal veterano al coscritto; entra nelle camerate dai novizi, e vi si dilata e si spande come un miasma contagioso; è il vaso fatale della leggenda, nessuno può sfuggirne le esalazioni mortali, i forti e i cattivi vi resistono, i deboli e gli onesti soccombono. Ma il pendìo è sì ripido e l’abisso è sì attraente, che non vi ha chi non lo percorra in un tratto, e vi si precipiti quasi volonteroso. Coloro che resistono e si aggrappano all’orlo disperati e convulsi, soggiacciono quasi sempre allo sforzo medesimo della loro resistenza. Non si esaurisce la volontà, ma la natura si prostra. È impossibile lottare contro un nemico così superiore di numero; non si è sconfitti, ma si muore. Questi generosi sono pochi; non piangono, non si piegano, imprendono fino dal primo giorno una battaglia spaventosa, e spariscono a metà della lotta... Ove si sono essi nascosti? O alla campagna, o all’ospedale, o disertori o morenti, o infamati od estinti, o il cimitero o la galera. Tale è la sorte dei rivoltosi: ma io ve l’ho detto, il loro numero non apparisce che minimo a confronto di quelli dei docili — otto, diecimila ogni leva. — Che cosa sono otto o diecimila uomini? Una leva straordinaria ne dà centomila, e non costa che l’emissione di un decreto. Trasformarsi, abbrutirsi, ecco la condanna del coscritto, ecco l’ideale del soldato. Quando uno di essi ha vestito la sua divisa, succede raramente che vi si abbandoni senza esitazione, ma succede pure di rado che egli si ostini in una resistenza dolorosa ed inutile. Avviene di lui ciò che avvenne di tutti coloro che lo hanno preceduto. Egli passa per le prove del ridicolo, dell’isolamento, delle persecuzioni; subisce tutte le torture che l’uomo può dare all’uomo; ogni mancanza lievissima viene riferita come una infrazione straordinaria della disciplina; quindi incomin ciano le punizioni, il carcere, il ritiro, il regime a pane ed acqua, i ferri, i ceppi ai piedi e alle mani; e intanto la volontà si doma, l’ostinazione si piega, e il cuore si indurisce e si frange. Allora egli è vinto, egli si getta nella corrente. I suoi compagni gli dicono: «Mentisci», ed egli mente; «abbrutisciti», ed egli si abbrutisce; «rinuncia alla tua volontà», ed egli vi rinuncia. In quei giorni riceve il battesimo della sua vita nuova, e assiste alla festa solenne della sua iniziazione. Apprende il gergo, le parole d’ordine, le bestemmie speciali del soldato, i segreti e le tradizioni della camerata; apprende a giuocare e a barare; a far valere la sua voce, il suo braccio e la sua sciabola; — gli si dice: «Bevi», ed egli s’inebria; «mangia», ed egli divora; «canta», ed egli urla; «insudiciati», ed egli si getta nel fango della via. La è una gran giornata cotesta; spesso si sconta colla prigione, ma se ne esce sublimati; se ne esce tra una salva di applausi e di evviva. È il giorno della grande abiurazione; la bettola è il tempio, e la mensa è l’altare; vi si entra atei e se ne sorte credenti; se ne sorte per entrare in un altro luogo dove il novizio si completa e si perfeziona, per entrare nel lupanare. Ma alla sera egli riprova degli assalti tormentosi; ha l’abitudine della preghiera e non sa rinunciarvi; ripensa alla sua infanzia e alla sua casa, e il suo ginocchio si piega suo malgrado, e la sua bocca mormora delle parole affettuose e devote; ma i suoi compagni l’interrompono colle loro risa, ed esclamano: «Sciocco marinato, e credi di essere venuto qui in un convento? credi si abbia a fare di te un chierico od un abatino? Bada che non ti diamo di questo mattero sulla schiena.» Allora, egli desiste, alza le spalle e dice: «Si getti anche questo.» E l’infelice rinuncia alla sua fede. Il soldato è fatto. ⁂ Ho veduto molti passare dinanzi ad un quartiere e alzare gli occhi alle finestre; e vedendo penderne i cinturini imbiancati di fresco, e le cinghie annerite, e le lame delle sciabole lucidate ed esposte al sole ad asciugare, allontanarsi sorridendo, quasi avessero voluto esclamare: «Come è felice il soldato! Come si deve star bene in quartiere!» Chiedetene a costoro, e vi diranno che la classe militare è la più avventurata della società, che essi lo sanno, che essi lo hanno provato; vi diranno che il soldato è un uomo senza pensieri, che è ben nutrito e vestito, che vede molta gente e molti paesi, che ha nulla a fare e si diverte a far nulla, che infine personifica un grande principio, rappresenta la forza viva della nazione, e compie una missione di civiltà e di progresso. Essi non si assentano mai dallo spettacolo di una rivista; allorchè odono il suono di una fanfara sulla via, si affacciano, e dicono fregandosi le mani: «Che cari figliuoli, che reggimenti, che esercito!» Allorchè le reclute vanno a raggiungere i loro depositi, e passano urlando sulla strada, ebre di lagrime di vino e di disperazione, essi annunziano sui giornali, che l’ entusiasmo era grandissimo , che quei giovani generosi andavano a raggiungere le loro file alle grida di viva il re e viva l’Italia. Costoro vestono i loro fanciulli da piccoli soldati, regalano loro una trombetta, e li muniscono di una sciabola di legno: alla sera li armano della loro canna di giunco, e insegnano ad essi il maneggio del fucile; fanno loro imparare che la fanteria francese si copre sempre di gloria negli assalti alla baionetta, e che un buon artigliere italiano spara fino a sei colpi al minuto; vanno in solluchero se odono lo sbattere di una sciabola sul lastrico della via, ed esclamano: «Che ufficiali colti, che ufficiali animosi! Oh quando i miei figli saranno anch’essi ufficiali!» Costoro compongono la grande maggioranza della società, la classe formidabile dei conservatori, la classe degli ottimisti. I sillogismi dei filosofi e le vive aspirazioni degli onesti si spuntano contro la salda e incrollabile apatia di quegli uomini. Essi non si sono mai spinti più in là di quel piccolo mondo in cui è circoscritta la loro esistenza, non hanno mai sollevato il velo che nasconde la vita segreta delle caste: ove era un dolore, essi si sono calati una benda sugli occhi ed hanno detto: «Noi non lo vediamo, il dolore non esiste»; ove era una gioia, essi hanno esclamato: «La gioia è dolce, datecene una parte.» Costoro passano dinanzi a voi sorridendo, vi stringono la mano e dicono: «Come è bella la vita!» Sorvolano sulla società con ali di farfalla, spargono di rose l’altare del piacere e dell’egoismo, asseriscono che il pauperismo e la prostituzione sono una cosa coll’ozio e col vizio; fanno sacramento sull’onore delle madri e delle fanciulle, che hanno contaminato; giurano che tutti gli uomini sono felici; e se voi ponete dinanzi ai loro occhi l’imagine di uno sventurato, ess: esclamano: «Non turbate le mie convinzioni, io ci vedo chiaro, io vi dico che quella è l’imagine di un uomo malvagio.» Tali sono coloro che vogliono chiamarsi ottimisti; uomini fatali e terribili; i soli che abbiano attraversato finora nel modo più formidabile il cammino della vera civiltà e del vero progresso morale. Essi lo hanno attraversato con una barriera di fiori e con delle frondi di ulivo; hanno soffocato sotto una nube di incensi la religione del sacrificio e dell’amore; hanno avvinto l’avvenire ad un filo d’oro e gli hanno detto: «Fermati, noi stiamo bene così, tu sei un fanciullo insensato, non mutare, non ti curare degli altri, noi ti teniamo legato; questo filo è fragile, ma tu non giungerai mai a spezzarlo.» Il soldato è la prima vittima di questo egoismo mascherato, di questo egoismo codardo, quella che è più osservata ed oppressa, quella che è meno conosciuta e compianta. Il soldato non è un enimma se non pel soldato: fuori delle mura del quartiere vi sono le tenebre. Quel giorno in cui gli uomini si piegheranno dinanzi al principio universale ed eterno della libertà individuale; quel giorno in cui verrà risolto il grande quesito della solidarietà delle nazioni, e sarà svelata questa orrenda odissea di oppressioni, di umiliazioni e di lagrime, gli uomini si nasconderanno il volto nelle mani, ed esclameranno: «Noi siamo stati i carnefici dei nostri fratelli, noi abbiamo veduto la grande ingiustizia e l’abbiamo tollerata!» Io fui una di quelle vittime; io ho lottato due anni senza gemere e senza prostrarmi: ho potuto ritirarmi dalla pugna quando meno la speranza me lo faceva credere possibile, ma ohimè, io avevo già tutto perduto: gioie, amore, avvenire, famiglia, fede, amicizia, e la ragione con essi. Egli è là, all’aspetto di quei dolori, alla vista di quelle lagrime, allo spettacolo di quei patimenti, che la mia sensibilità è divenuta così irritabile, e la mia natura si è così stranamente modificata. Quando vestii la prima volta quella divisa fatale, quando mi separai desolato dalla mia fanciulla, io ero buono, il mio cuore era sensibile e grande; ma la memoria della mia felicità addolciva e mi rendeva meno straziante lo spettacolo delle sventure degli altri. Allora benchè avvezzo al dolore, io dicevo: — Quegli uomini saranno ancora felici; vi è una Provvidenza per tutti, e Iddio è grande e misericordioso. Allora io credevo, e forse tuttora lo credo, che ogni creatura avesse quaggiù una missione da compiere, dovesse percorrere una via determinata — quella sola e non altre — che tutte le sventure, che tutto ciò che a noi pareva allontanarci da essa, tendessero invece ad avvicinarvici come un sentiero più breve e più sicuro; che sarebbe venuto un giorno in cui Iddio avrebbe gettata una gran luce sul nostro passato e additandoci la tela oscura e in tricata della nostra vita, ci avrebbe detto: «Io ti ho dato quel dolore perchè esso ti doveva spingere ad affrettare il tuo cammino; ti ho tolto quell’affetto perchè te ne avrebbe deviato, ho posto dinanzi a te quell’ostacolo perchè frenasse la tua impazienza giovanile e inesperta, ti ho lasciato solo nel mondo perchè le persone che tu amavi ti avrebbero allettato a soffermarti e ad obliare la tua missione; vedi ora tutte le fila, esamina ora tutte le vie che ti dovevano condurre al tuo porto, che dovevano fare di te un uomo utile e onesto, e dimmi se tu ne avevi una più breve a percorrere: e tuttavia tu fosti ingiusto, tu hai pianto, tu hai dubitato; e mentre il mio occhio vegliava con amore sopra di te, tu mi guardavi con aspetto corrucciato e sdegnoso.» Questo io credevo, e ne traevo un conforto infinito per le sventure mie e per quelle degli altri uomini; questa fede mi rendeva nobile e buono, mi rendeva quasi riconoscente al dolore; ma quando conobbi le sofferenze del soldato, quando vidi che esse oltrepassavano tutti i limiti dell’umana natura, che esse uccidevano l’intelligenza e la vita, e rendevano vano lo scopo dell’esistere, allora io compresi che per questi dolori non v’era rassegnazione o rimedio, non v’era conforto di affetti o di lagrime; bisognava soffrirne e morirne. Sentii da principio uno sdegno profondo e indomabile — l’istinto della rivolta — la mia superiorità morale, l’imponenza del mio diritto, il dovere di elevarmi a giudice sugli oppressori e di difendere la causa di quegli infelici e la mia... Ma nulla feci di ciò: volli soltanto azzardare alcune parole di compianto, volli accennare alla violenza di cui eravamo le vittime, e fui preso e buttato in una prigione. Vi passai otto mesi, solo, in un luogo umido e oscuro, coi pollici legati dietro la schiena, coi ceppi ai piedi, vegliato alla porta come un miserabile assassino. E tuttavia non piansi che per coloro i quali dividevano meco una vita meno sciagurata della mia, per quegli infelici di cui udivo i passi sul mio capo, giovani tutti, avvenenti, colmi di vita e di amore, e condannati ad avvizzire miseramente la loro gioventù, e ad ottundere la loro intelligenza tra quelle pareti aborrite. Ne uscii fiero, sereno, indomato: mi sentivo più grande della mia sventura, mi sentivo risoluto a combattere fino alla morte una lotta disperata e inuguale. Ma ohimè! chi può lusingarsi sulla durabilità dei propri sentimenti, sulla inalterabilità della propria natura? Io non mi avvedevo che la mia ragione ne andava sconvolta; io non ero nato che ad amare e a compiangere; indarno avrei detto al mio cuore: «frenati, taci, indurisciti, o cuore codardo», egli avrebbe palpitato con una veemenza più grande; il cielo lo aveva composto di fibre inferme e inguaribili. Fu allora che mi assalse una commiserazione immensa, ineffabile, di tutti quegli infelici che mi circondavano, di tutto ciò che soffrivo: voli approfondirmi nella scienza di quelle sventure; indovinai la voluttà del dolore, e mi vi abbandonai con trasporto; aprii a tutti il mio cuore, e volli che il cuore di tutti si fosse aperto pel mio: divenni avido di apprendere le cause delle altrui sofferenze, di conoscere come e quanto sapessero essi soffrire; e mi avvidi e ambii di poter soffrire più di tutti. Da quel giorno dilatai il cerchio delle mie investigazioni, mi inebriai, mi immersi, mi smarrii nel sentimento de’ miei dolori, e di quelli a cui assistevo. Alla sera ci raccontavamo piangendo le nostre vite. Uno mi diceva: «Avevo una madre e l’ho abbandonata, non so cosa ne sia di lei, non so come ella possa vivere sola.» — Un altro mi raccontava: «Avevo un’amante, e doveva essere mia moglie; forse me l’avranno rapita.» — Un terzo aggiungeva: «Io avevo un figlio, e l’ho lasciato senza pane sulla via; si sarà dato alla mendicità od al furto». Io mi accasciavo sotto il peso di quelle confidenze terribili; poi, quando tutti dormivano, quando io rimanevo solo a vegliare ed a piangere, guardavo il cielo stellato e sereno, porgevo orecchio al silenzio, alla pace dell’universo, ed esclamavo con trasporto: «Oh Dio ottimo e grande, tu avrai almeno compassione di me, tu avrai almeno compassione di loro!» Perchè non è durata quella fede! ⁂ Ora avvenne che in quel primo anno della mia vita militare, il principe Menscikoff, mandato dallo czar alla Porta per reclamare il protettorato della Russia sui Greci soggetti al governo della Turchia, ed affrettare l’assestamento della questione dei Luoghi Santi, si ricusasse di rendere visita a quel ministro degli Affari Esteri Fuad-Effendi, e si permettesse di passeggiare per le vie di Costantinopoli seguito da un codazzo di ufficiali della guardia, cogli stivali alla scudiera e collo scudiscio alla mano. L’insulto era sì grave, che Fuad-Effendi si vide costretto a dimettersi. Centinaia di migliaia di vittime dovevano pagare col loro sangue questa mancanza di etichetta verso il ministro della Porta. Avendo la Russia fatto entrare due corpi di esercito nella Bessarabia, i Governi occidentali dell’Europa fecero conoscere ai loro popoli che l’equilibrio europeo era minacciato , ch’era d’uopo rintuzzare l’orgoglio della Russia, e fu decisa la guerra di Oriente. Dopo un anno di operazioni infruttuose, le armi alleate abbandonavano Varna, ed effettuavano la spedizione nel territorio della Crimea. Allora il piccolo Piemonte vi inviava il suo contingente, di soldati; quindicimila uomini, coloni dei territori, delle valli e dei bacini del Po, terrieri dei vigneti del Monferrato e del Canavese, nessuno dei quali sapeva che cosa fosse la Russia, nè che cosa avessero fatto loro i popoli di quella nazione. Nondimeno i nostri soldati andavano; a morire o ad ucciderli, ed io fui uno di essi. Io medesimo chiesi ed ottenni di far parte del corpo di spedizione. Da quel giorno in cui avevo conosciuto che cosa fosse il soldato, quali sentimenti il movessero, quali disegni di maligni il guidassero, quale fosse quella corona di spine ch’egli portava sul capo, avevo sentito una profonda compassione di tutti, a qualunque esercito, a qualunque nazione appartenessero; mi era sembrato che se io avessi dovuto uccidere un uomo, quello non sarebbe mai stato un soldato. Quando intesi che una parte del nostro esercito stava per essere aizzata contro le file dell’esercito russo, come si fa pel combattimento dei galli in Inghilterra e per le zuffe dei caproni in Andalusia, o come adoprano da noi i fanciulli quando urtano a posta due formiche l’una contro l’altra, fino a che si avvinghino colle loro zampette, e si addentino rabbiose ed invelenite, io dissi a me stesso: «Certo quei buoni Russi nutrono tanto odio per noi quanto è quello che noi nutriamo per essi; certo quei poveri giovani furono strappati alle loro lande di ghiaccio, alle loro steppe piene di capanne e di cicogne per ispingerli ad uccidere un nemico che essi non conoscono. Ciascuno de’ miei compagni potrà distruggerne uno o due, e farà del meglio per colpirli, per quanto essi siano innocentissimi del sangue che vanno a versare. Ma io no, io non ucciderò degli uomini che non mi odiano; io rimarrò nelle mie file impassibile; non diserterò il mio posto, ma riceverò i loro colpi senza difendermi e senza restituirli». Eccitato da questo pensiero, imaginai che sostituendo qualunque de miei camerati, avrei potuto salvare una o più vite de’ miei supposti nemici; decisi di effettuare questo disegno, e l’ottenni. Partii rafforzato nel mio proponimento di lasciarmi uccidere senza combattere. Vi fu un istante in cui mi sentii sollevato, ingrandito dall’idea del mio sacrificio, in cui mi parve che la nobile soddisfazione che proveniami da esso mi compensasse di tutto ciò che la fortuna mi aveva tolto di felicità, di beni e di amore. Vi fu di più: osai credere che Iddio mi avesse per ciò solo assegnata quella via, per salvare, col sacrificio della mia vita, delle esistenze care e preziose; sperai che le mie aspirazioni, che le mie sofferenze avrebbero avuto uno scopo; mi parve che il cielo avesse voluto commettermi un grande mandato, e ne compresi tutta la santità, e ne indovinai tutti i doveri e benedissi a quella mano che, nel distruggere le care speranze della mia gioventù, mi aveva colpite di una sventura sì eletta e sì nobile. Fu l’ultimo de’ miei sogni, l’estrema e la più audace delle mie illusioni. Illusione anch’essa, fatua, menzognera, fuggevole, condannata a sparire, come tutte le altre, nel nulla di un passato infelice ed oscuro. La vita ha dei sogni che si dileguano e si succedono senza posa: quello che viene ci conforta di quello che è fuggito, ma l’ultimo è quello che si rimpiange più di tutti, che si rimpiange per sempre. Se avviene che la speranza muoia prima della vita, è il rimpianto che la sostituisce e che ci accompagna fino sul limitare della tomba. La speranza è la vita, il rimpianto è la larva. Vi sono degli uomini che vivono, parlano, camminano, fanno tutto ciò che gli altri uomini fanno, e nondimeno portano in sè qualche cosa di triste e di funebre, portano nel fondo del cuore la salma della loro speranza. Essi ne subiscono l’attrazione. Quando la speranza è morta, essa grida all’anima: «Vieni, non indugiare, ti aspetto»; e l’anima vi corre atterrita, e si getta verso di lei sfiduciata; ma la speranza le sorride e le dice: «Io ti ho ingannata, io dormivo; come sei timorosa! guarda, io sono un angelo, e tu credevi... vedi la mia aureola, vedi le mie ali; rassicurati, io starò ancora assai tempo con te, io ti condurrò in altri mondi, dove ti accorderò tutte quelle gioie di cui ti lusingai nella vita.» La speranza sopravvive, non muore. Non muore!... ma nondimeno essa ci abbandona. Abbandono spaventoso e tremendo; perocchè qual cosa può ancora riempiere quel vuoto?... Avevo un’illusione, una santa, una sublime illusione, e l’ho perduta; e tuttavia era l’ultima... Se ella si fosse realizzata, se ella m’avesse seguito nella mia vita solitaria come un angelo affettuoso e clemente... ella, ella sola, la dolce, la cara coscienza della mia purità e del mio sacrificio!... Inutile rimpianto! E chi può comandare al passato di ripiombare nel nulla? chi può dirgli: «Vieni, ritorna, io toglierò da’ tuoi anni quell’ora, io ti cancellerò quella pagina colle mie lagrime?» Egli fugge, e nondimeno sembra arrestarsi; sparisce, ed è presente; non lo si vede, ed esiste; inghiotte tutto, e tutto ci mostra in un’ombra. Egli passa e mi addita delle traccie di sangue, perocchè io ne ho versato; ne ho versato non ostante il divieto di un proponimento che avevo contratto io stesso, non spinto, non consigliato, e che io reputavo saldo ed incrollabile. Vi è qualche cosa di feroce nella nostra natura? qualche bisogno di sangue che l’educazione raffrena, e che l’istinto della vita risveglia più indomato e più fiero? Vi sono le passioni della belva nell’uomo? E se esse vi sono, perchè aggiungervi la coscienza? La coscienza!... ah! orribile cosa! io ho ucciso un uomo, io l’ho ucciso; nulla può revocare questo passato crudele; la stessa morte a cui sento che mi avventerei disperato, non potrebbe attutire le voci di questa rimembranza sanguinosa ed orribile. Non vi descriverò le varie vicende del mio viaggio, non vi parlerò dello stato dell’anima mia nell’assistere a quegli spettacoli di carneficine e di sangue. Ovunque noi ponevamo il piede, la morte ci aveva preceduti. Non vi era più lembo di terra o di mare ove la guerra, il colera, o le febbri non avessero mietuto migliaia di vittime. L’esercito di terra periva nelle battaglie, la flotta di morbo; entrambi dovevano lottare coi venti, coi ghiacci, colle nevi, colle spaventevoli tempeste dell’inverno. Gli uomini e la natura combattevano contro di noi una battaglia formidabile. Non era più apprezzata la esistenza di un uomo di quanto lo sia oggi quella di un acaro: la morte appariva quasi denudata di tutto il suo orrore, tanto era l’abitudine di scorgerla, e tanti e sì grandi i dolori che la rendevano dolce e desiderata. Negli ozî tormentosi di quelle lugubri giornate d’inverno, sepolti in quelle profonde capanne scavate nella terra e coperte di uno strato immenso di neve, io pensavo a quelle scene di lutto e di orrore che si svolgevano intorno a me, a quelle che mi avevano preceduto nello scorso periodo della guerra. Rammentavo Sinone, ove ci eravamo trattenuti alcuni giorni, e dove, all’aprirsi della campagna, era stata combattuta la più sanguinosa battaglia navale di cui gli uomini abbiano conservato memoria. Dodici navi turche, chiuse nel porto per inclemenza del tempo, erano state sorprese e attaccate dalla flotta nemica. La lotta, accettata per l’eroismo della disperazione, cominciava a mezzogiorno e cessava dopo un’ora di notte. La città incendiata, la flotta assalita intieramente distrutta, otto navi colate a picco, le altre rotte o sfasciate, il fondo del mare nel porto disseminato di cadaveri. Era la notizia di quel disastro che traeva le potenze occidentali ad allearsi più prontamente per vendicarlo; ma in qual modo? Distruggendo migliaia di vite per ogni singola esistenza che era stata distrutta in quel giorno, rinnovando delle stragi mille volte più orribili, creando nuove cause a nuove vendette e a maggiori disastri futuri; quindi Cetate, Silistria, Varna, Alma, Balaclava, Inkermann, Cernaja, Sebastopoli, e quella lunga serie di combattimenti parziali che la storia non volle pur registrare o descrivere distesamente nelle sue pagine, poichè la guerra ha la sua sete di orgoglio come di sangue, e queste sarebbero apparse, in confronto di quelle lotte mostruose, zuffe di fanciulli o di nani. Io traevo una strana voluttà dal racconto delle battaglie avvenute nello svolgersi di quel primo periodo della guerra. Sentivo che la mia natura ne subiva una influenza fatale, ma mi compiacevo meco stesso della mia infermità, e quasi desideravo di alimentarla. Mi ero avvinto ad un principio, non volevo allontanarmene. Avevo d’uopo di una convinzione, e non volevo ripudiare quei mezzi che potevano rafforzarla e nutrirla. Mi era stato parlato più volte di Inkermann, e un giorno andai a piangere su quei dirupi ove si era combattuta quella grande battaglia di giganti. Il terreno mostrava ancora qua e là le traccie spaventose di quella lotta: i solchi delle ruote, le orme dei piedi umani e delle zampe ferrate de’ cavalli, le pozzanghere di sangue che avevano lasciato nell’asciugare una crosta ampia e nerastra, armi e soldati insepolti, cadaveri che cadevano a brani dai pruni dei dirupi a cui erano rimasti sospesi, sepolture coperte dallo sciogliersi delle nevi che avevano franato i terreni, e da cui apparivano monti di corpi corrotti. Era stata una lotta combattuta nelle tenebre — procelloso il cielo, velata la terra di una nebbia fitta e profonda. Era avvenuto che alcuni reggimenti avevano diretti i loro colpi contro le file di uno stesso esercito, alcune artiglierie si erano scontrate all’improvviso con tanta violenza, che i carriaggi ne erano andati infranti, e i cavalli rovesciati od uccisi; degli squadroni di cavalleria erano precipitati dalle balze, altri erravano smarriti ed incerti: la battaglia non aveva alcuna direzione, alcun piano; si combatteva fra i burroni, tra le macchie, tra le colline; si combatteva a lotte parziali, a corpo a corpo; ogni soldato era un nemico; non v’era tempo a riconoscersi; a riordinarsi; non si aspirava alla vittoria, ma alla salvezza e alla vita. Un reggimento delle guardie, chiuso dentro il ridotto di un forte, era stato tagliato a pezzi dai Russi. Ogni colpo di cannone ne aveva atterra una fila; il fuoco della moschetteria li faceva cadere ad uno ad uno, ed essi non potevano uscirne o difendersi. Cadevano l’uno sull’altro, morti, morenti e feriti. Coloro che si inerpicavano per le mura ne precipitavano colle unghie rovesciate e si ferivano colle armi degli uccisi. Si ammucchiavano i cadaveri e i vivi per superare sopra di essi il fossato, ma l’artiglieria li respingeva a masse sugli altri: pochi fortunati si salvavano quando già il ridotto era pieno, passando sui corpi degli uccisi. Allorchè la nebbia, dileguatasi un istante, lasciava apparire ai soldati francesi lo spettacolo di quel macello, la sete della vendetta rinasceva in essi più indomita e più atroce. Gli zuavi, che il loro generale Bosquet chiamava «figli del fuoco», ed inviava con enfatiche parole a vendicarli, si scagliavano come un lampo contro il nemico; combattevano come le tigri della loro terra, a sbalzi, a salti, isolati, ora sparando, ora avventurandosi, ora ricomparendo saldi e riuniti come un sol uomo. Intanto nelle strette dei monti il nucleo dell’esercito russo subiva una strage più sanguinosa. Chiuso in posizioni nelle quali non poteva dispiegarsi, riceveva una grandine di palle, di cui non una andava perduta. Degli interi reggimenti erano distrutti, altri decimati o dispersi. Quando le file dei superstiti avevano potuto uscir da quelle gole, una valanga umana si era precipitata su di esse. I soldati alleati, riunitisi su quelle colline in un numero prodigioso, il inseguivano, tagliandoli a pezzi nella loro ritirata. Allora avveniva una cosa orribile. Il nemico, sospinto sull’orlo dei burroni dove s’inabissava la valle, precipitava da un’altezza sterminata. Le prime file erano sospinte dalle seconde, le seconde dalle terze; ignare tutte del pericolo quando ne erano lontane, non potevano più evitarlo allorchè lo scorgevano dappresso, incalzate com’erano dalle masse dei fuggenti che le premevano a tergo: cadevano a compagnie, a squadroni, aggruppati, disgiunti, disperati, levando delle urla strazianti, scorgendo l’abisso spaventevole che si spalancava ai loro piedi per ingoiarli, e non potendo sfuggirlo. Alcuni di essi, trattenuti dagli alberi che crescevano nelle screpolature dei fianchi dei precipizi, rimanevano così sospesi sulla voragine, e aggrappandosi ai rami, vedevano un’onda di cavalli e d’uomini passare sui loro capi, e precipitare da quelle alture nel fondo. Altri caduti sopra di essi si afferravano alle membra dei primi, ed altri alle braccia ed alle gambe di questi, fino a che quella catena di viventi che si distendeva oscillando nell’abisso, si distaccava dalla sua base e cadeva scomponendosi sugli altri. Spesso un ramo troppo carico cominciava a piegarsi, onde avvenivano su di esso delle lotte disperate per alleggerirlo degli ultimi che vi erano caduti, e spesso intanto uno scroscio improvviso, spaventevole, annunziava che il ramo si era spezzato alla sua base, travolgendoli tutti nel fondo. Quelli precipitati dagli sbocchi maggiori nelle valli, come strati di lapilli versativi dalle correnti, vi avevano formato delle montagne di cadaveri, cui gli ultimi sospesi alle piante e ai dirupi e aggrappantisi gli uni agli altri, simili a coni rovesciati, aggiungevano di quando in quando dei nuovi caduti — enormi stalattiti umane. I soldati francesi erano ebri di sangue: alcuni di loro, nell’impeto dell’inseguire il nemico, erano precipitati con esso nella voragine; — non udivano comandi, e non ne venivano lor dati; — non desistettero se non quando non videro più intorno ad essi che delle masse sterminate di morti e di morenti. Ma ciò non era ancor tutto. Nella notte che tenne dietro alla battaglia, avendo gli alleati abbandonato il campo, alcune falangi russe vi erano ritornate a vendicare i loro fratelli, e avevano finito coi calci dei fucili e colle impugnature delle sciabole i feriti inglesi e francesi che vi erano stati lasciati agonizzanti. Richiesto su ciò, il principe Menscikoff rispondeva alle interpellanze degli alleati: — I soldati esasperati potere aver ciò commesso, essere veramente tale atto degno di profondo rammarico . Allorchè si volle imprendere all’indomani la sepoltura dei morti, s’ebe fatica a cacciarne le miriadi di corvi e di astori che, attratti dal fetore dei cadaveri, si erano calati a nubi su di essi, e ne avevano divorati gli occhi e le labbra, benchè alcuni di quegli infelici non fossero per anco spirati. Il sangue si era arrestato in sì grande quantità in alcuni declivi del terreno, che vi aveva formato delle pozzanghere, le quali impedivano il passo ai cavalli: alcuni soldati erano rimasti morti in piedi nelle macchie, onde le loro membra, irrigidite dal gelo della notte, avevano degli atteggiamenti minacciosi e severi; i fianchi dei dirupi erano segnati di lunghe striscie di sangue, e spesso dai roveti che crescevano lungo le loro gole cadevano dei cadaveri lacerati come frutti avvizziti dagli alberi. Lo spettacolo di quella immensa sciagura attutiva tutte le gioie della vittoria, e coloro stessi che l’avevano conseguita venivano a piangere sull’opera della loro cecità e della loro ferocia. Il luogo dove era successa quella strage aveva preso d’allora in poi il nome terribile di Macello . Tali erano le imagini che dovevano presentarsi di continuo alla mia mente, imagini che mi struggevo io stesso di evocare, al cui aspetto inorridivo e tremavo, e dalle quali nondimeno io non sentivo l’ardimento di divellermi. A ciò si aggiungeva la vista degli orrori che le febbri e il colera spargevano nel nostro campo, si aggiungeva la vita inoperosa e meditativa della tenda, e i freddi crudeli dell’inverno, e l’incertezza del nostro destino in una terra inclemente e lontana. ⁂ Pochi giorni dopo il mio arrivo occorse un avvenimento che ebbe ad incutermi per la natura lo stesso terrore che già quelle scene di distruzione mi avevano incusso per la guerra e per gli uomini. Fu una meteora spaventosa, una tempesta di terra e di mare sì orrenda, che tutto ciò che io potrei dirvene ora, non ve ne offrirebbe che un’imagine vana e imperfetta. Era al principio dell’inverno, il mattino del quattordici novembre: noi eravamo ancora assorti nel sonno, quando ne fummo svegliati all’improvviso, e vedemmo le tende sollevarsi e sparire trasportate dal vento che le aveva investite, e torrenti di pioggia e di grandine versarsi sopra di noi che eravamo rimasti allo scoperto da ogni riparo. Un grido di spavento e di orrore si sollevava da un lato all’altro del campo. I soldati si alzano ed errano per la campagna impauriti, ignari di consiglio o di difesa. Il vento che passa muggendo li rovescia e li atterra con violenza, ferendoli contro i sassi e le piante, lanciando contro di loro le armi, le tende, le tavole i frantumi di carriaggi trasportati dagli altri accampamenti lontani. Alla luce di una striscia sanguigna che appare sull’ultimo orizzonte, ove tutto è incomprensibile e nero, si vedono passare per l’aria tende, seggiole, abiti, lettighe, arnesi di cucina e di guerra; ma appena si vedono che già sono spariti, e ne appariscono di nuovi, e questi pure scompaiono. Ad ogni breve sostare del vento cadono delle nubi di uccelli asfissiati, e tra essi delle piccole martore e delle volpi bianche sorprese dalla tempesta fuori dalle loro tane, e sollevate dal turbine. I tronchi degli alberi si spezzano con un fragorio spaventevole. Alcune piante secolari sradicate corrono attraversando il campo in tutta la sua estensione e imprimendo un solco profondo nel terreno: i cavalli rovesciati tentano di rialzarsi, e si dibattono e si appuntano contro i petti dei cavalieri caduti: per non essere trascinati nei burroni, i soldati si avvinghiano a quanto può loro offrire un appoggio, e rimangono così distesi sul suolo, mentre l’acqua scorre sotto di essi, e la grandine li colpisce sul capo scoperto senza che possano ripararsene colle mani onde si tengono afferrati alla terra. Tutte le ambulanze suno distrutte, i letti capovolti, i feriti schiacciati sotto le tavole, o affogati relle fosse, o gettati nudi nel fango; la pioggia si precipita su di essi a vortici, a colonne; i torrenti ingrossati si versano dagli sbocchi delle valli e in ondano l’accampamento; il mattino è sorto, e la bufera dura tuttavia più violenta, e non apparisce indizio di cessazione o di tregua. Allora, sullo spianato che mette al letto della Cernaja, ha luogo una scena più orrenda. Centinaia d’infelici, cacciati dalla violenza del turbine in quel luogo, stanno prostesi a terra e vedono in fondo alla riva scorrere il fiume ingrossato; odono i suoi muggiti, scorgono le sue onde coperte di spume; e il vento che scende dall’alto e li colpisce di fronte li spinge lentamente, lentamente in quell’abisso sterminato di acque. Essi si afferrano agli arbusti, e gli abusti si schiantano; scivolano più in giù e si afferrano all’erba, e l’erba si strappa; vanno più in giù e si avvinghiano ai sassi, e i sassi rotolano con essi; discendono ancora e già il fiume è vicino, il suo muggito diventa più spaventoso, le sue onde lambiscono i piedi... egli è lì...; egli li attende...; brancolano acciecati e non trovano nulla; si afferrano disperati alla terra, e la terra presenta loro una superficie di granito; le dita si lacerano, le unghie si arricciano; le acque arrivano ai piedi, alle gambe, al seno; li investono, li travolgono sotto di sè: scompaiono sotto le onde come sotto l’ampia mascella di un mostro. Intanto coloro che sono riparati dietro i terrapieni vengono sepolti vivi dalle frane; altri affondano nella melma, tentano uscirne, e, dibattendosi, vi si immergono maggior mente; si arrestano, l’acqua agglomera intorno ad essi nuovi strati di argilla; ritentano di sollevarsi e ricadono più immersi di prima; ma già il fango arriva loro al collo, si muovono e giunge alle labbra, si agitano e giunge agli occhi, incominciano le tenebre — è finito — giunge ai capelli..., si riunisce, li copre, scompaiono. Spuntano qua e là dal terreno delle teste di cavalli così ingoiati dal fango. Vivono ancora, e guardano l’orizzonte coll’occhio velato ed immobile, aspirano l’aria colla narice pallida e dilatata, mandano un nitrito debole e fioco, e chinando il collo sul terreno, vengono sepolti dal limo che si accumula e li copre, e passa sopra di essi a seppellirne degli altri. Nelle stanze scavate sotto terra le vôlte ammollite si sfondano e inghiottono coloro che vi sono riuniti come dentro un riparo sicuro. Una luce livida o fosca illumina questo spettacolo di distruzione, l’orizzonte sparisce e si chiude sotto un cerchio massiccio di tenebre; gli uomini, le cose e la natura emettono delle voci terribili che si riuniscono in un sol grido, lungo, imponente, spaventevole, in un grido di disperazione e di morte. Ma ciò è ancor nulla a confronto di quanto si compie sul mare. Una burrasca orrenda, inaudita, spezza le catene delle ancore e spinge le navi fuori dai porti. Le onde si sollevano come le più alte montagne, si inabissano come le valli più profonde. Le navi scompaiono e ricompariscono, vanno e vengono, errano in balia delle acque come lievi fuscelli di paglia. Il vento ne strappa l’alberatura e le sartie; le vele passano nell’aria fischiando, simili ad enormi ali di drago; i colpi di cannone che avvertono del pericolo risuonano cupi e lamentevoli come una voce che invochi un soccorso tardo ed inutile. Nella baia di Eupatoria due navi francesi si urtano con tanta violenza che ne vanno frantumate e si affondano. All’ingresso del golfo di Balaclava otto bastimenti subiscono la stessa sorte, e non un solo uomo si salva. Nella baia del Chersoneso dieci o dodici navi sono spinte dalle onde in un seno, dal quale non possono uscire, nè schermirsi degli urti l’una dall’altra. Benchè la tempesta sia cessata sulla terra, essa perdura più violenta sul mare. La neve cade a fiocchi fitti e larghissimi gli spettatorri riuniti sulla riva odono la voce dei naufraghi, vedono il pericolo, ascoltano le loro grida supplichevoli, e non possono loro porgere aiuto. Ogni volta che le onde spingono le navi verso la spiaggia, si vedono delle braccia che si agitano, dei volti lividi e foschi, degli occhi che guardano atterriti al cielo e alla riva, e salutano per l’ultima volta la terra. Spesso avviene che due di esse s’incontrino sulla cresta di un’onda, e urtandosi nei loro fianchi, ripiombino rovesciate nel fondo; altre sembrano sollevarsi sulle loro poppe e rimanere così diritte sull’acqua; si vede la carena coperta di musco marino, simile ad un petto velloso di gigante, e le ruote girare su sè stesse senza potere afferrare le onde, come gli enormi piedi di un mostro sospeso che si dibatte per ritoccare la terra. Spesso le navi scompaiono dietro una montagna di acqua, e quando riappariscono non vi sono più tutte, scompaiono ancora e ne ricompariscono meno; non sono più che metà; le altre sono affondate e giacciono in una notte profonda. Il mare rigetta sulla riva gli alberi, le gabbie, i cada veri. Un’onda gigantesca, che sembra riassorbire in sè tutte le altre onde dell’oceano, si avvicina lenta e maestosa alla riva. L’orizzonte sparisce dietro di essa, a’ suoi fianchi stanno degli abissi di cui non si può scorgere il fondo, sulla sua sommità appariscono le ultime navi superstiti; di mano in mano che si avvicina, la sua rapidità cresce, la sua cresta spumeggia e si curva; le navi tentennano su di essa, oscillano tra l’attrazione delle due correnti, ne escono, discendono, precipitano, rotolano l’una sull’altra, e l’onda si piega nel mezzo, si frange e le involge; e quando si distende e sparisce, più nessuna nave si vede, i loro frantumi giacciono sulla riva, i loro fianchi rotti e sfasciati dall’urto stanno conficcati tra gli scogli; l’onda ripassa su di loro e si ritira senza riprenderli. Allora tutta la superficie del mare apparisce a un tratto seminata di vivi e di cadaveri. Sull’ultimo orizzonte si mostra una linea; si dilata, s’ingrossa, si forma un’onda, si solleva, si avanza, è già vicina alla spiaggia. Una lunga fila di naufraghi apparisce sopra di essa agitando i petti e le braccia; vengono anelanti, ciechi, disperati; guardano la riva, le sono dappresso, vedono le donne e i fanciulli, le pietre, i fili d’erba, sentono la terra sotto i loro piedi, una mano potrebbe quasi afferrarli, non hanno più l’acqua che fino alla cintola; ma l’onda che li incalza di dietro sopraggiunge, si rovescia sopra di essi, li travolge nei gorghi, li riporta sull’alta superficie del mare. Allora si forma un’altr’onda, e due terzi dei nuotatori ritornano su di essa, ritentando di afferrare la riva. Guardano indietro e vedono ancora l’onda che li segue, giungono alla spiaggia e quella ve li ritoglie, li investe e li riporta con sè come prima. Di mano in mano che riappariscono sono più pochi; vengono ancora e non sono più di venti, vengono ancora e non sono più di due, spariscono e più nessuno ritorna. Alla sera l’oceano è placato, e restituisce tutti i cadaveri alla terra. Tali sono le lotte del mare. Il mare e la terra inghiottono; espellono dalle loro viscere delle creature, e le divorano come Saturno, il dio feroce della favola. Gli uomini, gli animali, le piante sono le piccole escoriazioni del globo; si distaccano da esso, e vi rientrano assorbite da quella gran forza che governa l’esistenza dei mondi, e che è l’attrazione. Rientrare nella terra è la forma esclusiva del morire, ma noi non moriamo. Non si può dire di vivere quando si muore, come non si può dire di morire quando si rinasce. L’idea della vita non può andar disgiunta da quella della continuità. Il mondo vive. Ove egli debba essere distrutto, sarà inghiottito da un altro mondo, come egli ha inghiottito noi stessi, ma continuerà a vivere in quello. La vita è una, è l’universo; i mondi e le creature ne sono l’espressione; la materia ne è il mezzo, lo scopo è il segreto della divinità, è l’ignoto. In uno di quei giorni ricevetti da Margherita questa lettera; la sola che io abbia avuta da lei: «Sono triste e malata e posso scrivere a stento; non so se potrò farlo ancora domani. Vi ho scritto finora ogni quattro giorni, ma voi non mi avete risposto. Che è ciò? Non avete ricevuto le mie lettere, o mi avete dimenticata? Se vedeste che bella giornata, che sole! l’aria è tutta un profumo, il cielo e il mare uno specchio; i nostri uccelli cantano da stamattina; li ho messi fuori sul terrazzo, e vi è un passero che viene a mangiare i loro grani di miglio e a beccare la loro farinata. L’ho già mandato via due volte, ed egli ritorna... «Conto oggi il mio ventiseiesimo anno: sono quasi quindici anni che vi amo: quante speranze, quanti cari sogni delusi sono assai malinconica, vorrei morire. «Che fate voi? Perchè non mi scrivete? Perchè non mi dite che mi amate, che vivete, che saremo ancora felici? allora lo eravamo felici, e credo che fossimo anche più buoni. Dio, Dio, perchè non sono durati quegli anni! «Ma torneranno, non è vero? E voi pure tornerete: ho pregato tutte le sere per voi; è impossibile che non abbiate a tornare. Mi vedete? Vi domando questo, perchè io vi vedo sempre, sapete. Vi scrivo dalla mia piccola camera, sono in letto, seduta; ho messo questo foglio di carta sopra una tavoletta di legno appoggiata alle ginocchia, e così vi posso scrivere. Oh! sono molto malata: ho una gran tosse, e le guancie e le mani che mi scottano; beverei sempre dell’acqua. «Quando eravate qui, ancorchè non vi potessi vedere, stavo assai meglio, ma ora... Mi dicono che siete molto lontano, tanto lontano quanto lo si può andare; mi dicono che si passa il mare, e poi delle montagne, e poi ancora il mare, e non ostante verrei volentieri con voi; come sarebbero deliziosi quei luoghi se potessimo abitarli insieme! «Mi sogno tutte le notti di voi, mi sogno anche di mia madre; la notte sto bene e vi vedo, ma il giorno, oh, il giorno è assai lungo! Sono sempre sola; anche ora sono sola ed ho una gran voglia di piangere. «Se sapeste...; mi sono messa in capo di morire; non so come mi sia nato questo timore, ma ci penso sovente; tant’è, e che cosa è il morire?... Se potessimo morire insieme! «Non vi affliggerete, non è vero, di queste parole? voi dovete credere che io non morrò certo senza di voi. «Ho qui dei piccoli confetti assai buoni, ne volete? se potessi mandarvene... Vi mando dei fiori del vaso che mi avete regalato; questi fiori hanno il mio nome, ma non mi assomigliano; sfogliatene uno, domandategli se vi ama, e vi dirà di no, ne sono sicura; è un dispetto, fanno lo stesso con me, lo fanno a posta. Ma voi lo sapete che io vi amo, e d’ora innanzi ve lo scriverò tutti i giorni, così non ne potrete dubitare; ma voi? ah! voi non mi scrivete... e temo che tutto vada smarrito... anche le mie povere lettere..., anche le mie povere lettere. Se potessi venir io, se fossi un uccello! «Amatemi, e amatemi tanto: sono la vostra amica e la vostra sposa. Non dubitate, vi attenderò tutta la vita, aspetterò a morire fino a che non siate ritornato. Ma se voi foste qui, oh! allora non vorrei più morire!» Tale fu la sola lettera che ebbi da lei durante quella lunga notte della mia esistenza. Ne scrisse delle altre? andarono smarrite? Lo ignoro. Passò un lungo periodo di tempo. Nulla si decideva di noi. Sembravamo condannati all’inazione, e me ne compiacevo; speravo che la fortuna mi avrebbe risparmiato la prova estrema di una battaglia. Mi ero ingannato. Anche quel momento venne. Tutti i dolori che lo avevano preceduto dovevano essere un giuoco a confronto di quelli che dovevano seguirlo. Il passato aveva uccisa la mia felicità, l’avvenire doveva uccidere la mia coscienza. Sentite come avvenne quella morte. ⁂ Eravamo giunti alla metà di agosto, e la campagna pareva volgere al suo termine. Essendo tutto preparato per l’attacco decisivo contro Malakoff, non si attendeva più che l’ordine di eseguirlo, sicuri che l’esito felice di quel tentativo, e la presa conseguente di Sebastopoli, avrebbero posto fine ad una spedizione la quale aveva già costato troppo sangue, perchè non si insorgesse a protestare contro coloro che l’avevano con sì poca saggezza ordinata e diretta. Premeva ai capi dell’esercito che l’ultima e più importante operazione della guerra si tentasse con sollecitudine, fino a che non fosse venuta meno la paziente rassegnazione dei soldati, e che il nemico, approfittando dell’inverno imminente, non avesse azzardato intraprese più pericolose e più audaci. I lavori preparatori per l’attacco della torre di Malakoff erano dunque stati compiuti. Quelle opere erano veramente formidabili. L’intiero spianato era stato scavato da vie sotterranee che potevano condurre i nostri fanti e le nostre artiglierie alle spalle del nemico; interi boschi di larici secolari erano stati recisi, o intersecati da una rete di strade; tra i fianchi del burrone vicino erano stati gettati dei ponti minati; i terrapieni e le vie coperte venivano prolungati fin sotto il tiro del cannone nemico: tutto faceva presagire che l’attacco sarebbe stato sanguinoso, per quanto ben certo di riuscita, e che l’esercito russo, concentrando colà tutte le sue forze, non avrebbe ceduto senza opporre una resistenza ostinata e fatale. In questo stato di cose, noi stavamo attendendo che si deliberasse sul giorno dell’attacco, quando avemmo notizia da alcuni disertori nemici che l’esercito russo, prevenendo l’attuazione dei nostri piani, si disponeva ad invadere la linea della Cernaja, tentando di sforzare per la terza volta le posizioni delle truppe alleate. Alcuni rinforzi che erano giunti ai Russi nella notte del quindici agosto, li avevano riconfermati sulla decisione di questo tentativo, e nella notte medesima i nostri avamposti segnalavano il movimento dell’esercito russo verso la riva destra del fiume. Ecco le posizioni che noi occupavamo nell’istante in cui ebbe principio la battaglia: Gli avamposti del piccolo esercito sardo, primi ad essere assaliti, erano collocati sulla cresta degli spianati dominanti la valle di Schouliou; il grosso dell’esercito stesso occupava le alture a sinistra della valle. Le truppe francesi erano accampate sulla lunga catena di poggi dei monti Fediukine, intersecata qua e là di burroni. In uno di essi passa la strada di Mackensie, e sulla sua destra era riunito il nucleo dell’armata. L’esercito russo gli stava di fronte, occupandone il lato sinistro. Dall’alto dello spianato ove noi eravamo attendati — perocchè io ero degli avamposti — si dominava tutta la valle incantevole di Schouliou, chiusa dal ponte-acquedotto che prende le acque del ruscello di questo nome e della Cernaja, e le getta in un piccolo lago alle pendici del monte Sapoun. I suoi declivi coperti di ginepri scendevano fino al fiume, solcati da pochi sentieri che gli alti ginepri e le felci non lasciavano apparire che a tratti. Tra i monti di Balaclava e quelli di Fediukine, occupati dalle truppe francesi, si distendeva una gola oscura e profonda i cui lati apparivano in alcuni punti irti di massi granitici, in alcuni altri coperti di cespugli e di strati di muschi gi ganteschi, seminati di piccoli fiori rossi, simili alle roselline delle Alpi. Il fiume serpeggiante nella valle scorreva grosso, ma calmo, lungo i fianchi delle montagne che menano alle gole di Tehorgoun, ove ha le sue sorgenti, sparisce e riapparisce dietro le svolte dei monti, si dilata e s’impaluda in alcuni seni, in alcune strette si raccoglie e scorre impetuoso e profondo. Delle folate di arzavole s’inseguono lungo le sue rive, mandando gridi acuti e sonori. Due ponti, a breve distanza l’uno dall’altro, riuniscono il burrone e la strada di Mackensie. I Francesi accampati sui poggi alla sua destra si mostravano da lontano colle loro tende a striscie bianche ed azzurre, coi loro spallini rossi, coi fuochi ben nutriti del loro bivacco. L’esercito nemico, che occupava le posizioni di fronte, osservava da più giorni le operazioni del campo francese, senza osare di impedirle e di venire con esso a battaglia. Su per le regioni montuose dei dintorni di Balaclava si vedevano andare e venire le legioni turche, ed errare i cavalli sciolti pei pascoli, e i soldati salire le erte coi loro turbanti a mille colori, colle loro lancie ornate di crini, coi loro fantastici mantelli gonfi e agitati dal vento. Erravano, sicuri di sè, sui gioghi inaccessibili di quelle montagne. La vista di quella natura doviziosa e svariata era incantevole, lo spettacolo di quelle scene stupendo. Nella notte che precedette il giorno della battaglia, sei divisioni russe, discese dalle alture di Mackensie e dai piccoli poggi di Schouliou, vennero a prendere posizione sulla riva destra del fiume, con cento e sessanta cannoni e tre divisioni di cavalleria; verso le quattro del mattino noi fummo attaccati dagli avamposti nemici. Non era ancora sorta l’aurora, e l’oscurità durava tuttavia profonda; il campo francese, ignaro dei nuovi disegni dell’esercito russo, giaceva immerso nel sonno, e ne fu scosso dai primi colpi che le batterie della diciassettesima divisione nemica vennero a scagliare contro gli spalleggiamenti, dietro i quali noi eravamo ritirati. Il rimbombo di quei colpi, ripetuto da tutti gli echi della valle, destò l’allarme nel campo. Non potendo noi sostenere l’urto del nemico assai superiore di numero, abbandonammo le creste dello spianato ed operammo la nostra ricongiunzione al grosso dell’esercito. Intanto, lungo le rive del fiume ove è imboscata, parte delle truppe francesi si dispone per impedire ai Russi il passaggio della Cernaja. Il generale Read si ordina in battaglia dirimpetto ai monti Fediukine, ed apre un fuoco vivissimo contro quelle imboscate. I Francesi, dal canto loro, si affrettano ad occupare le loro posizioni, e il combattimento s’impegna su tutte le linee. Il giorno incomincia a spuntare, ma una nebbia pesante e profonda, resa più fitta dal fumo, discende improvvisamente nella valle, e avvolge e nasconde l’uno all’altro i due eserciti. Si combatte nell’oscurità; si dirigono i colpi ove era apparso da principio il nemico; i fuochi delle artiglierie sono invisibili; spesso dei proiettili incendiari passano descrivendo una pallida curva nell’aria, simili a quei balani che si vedono sull’ultimo orizzonte nelle notti serene di estate. Ove si era più sicuri, si cade decimati da una grandine di palle; ove appariva maggiore il pericolo, egli è ad un tratto cessato. O le artiglierie colpiscono troppo in alto, e scagliano i proiettili contro le cime degli alberi disseminati lungo le vie — i tronchi scrosciano, e i rami si schiantano e cadono — o troppo in basso, e si tuffano nel fiume, o ne sfiorano la superficie, aprendovi un solco rapido e bianco, come avviene pel guizzarvi dei grandi alligatori. Intanto l’esercito russo, di cui non possiamo conoscere il punto di attacco, favorito dall’oscurità e dalla maggior conoscenza dei luoghi, tenta il passaggio del fiume sopra i canali. La divisione Camou vi si oppone, e impegna un vivo combattimento contro la sua estrema sinistra. La resistenza dura valorosa ed ostinata dall’una parte e dall’altra, ma alla fine i battaglioni nemici irrompono sui canali, li passano, raggiungono la sponda opposta, e tentano di riordinarvisi per sostenere l’attacco delle seconde file francesi. Ne manca loro il tempo: respinti e incalzati dagli zuavi e dal cinquantesimo reggimento di linea, si rigettano a masse sul ponte, si respingono, si rovesciano gli uni sugli altri; alcuni precipitano dai parapetti, e scivolando sono calpestati dai cavalli o schiacciati dalle ruote dei carri; altri sono trafitti dalle baionette che li premono ai fianchi, od uccisi dalle palle che cadono fitte e sicure su quella massa compatta di uomini. La loro ritirata si compie nel più tremendo disordine, lasciando lungo le estremità del canale dei monti di feriti e di morti. Fallito l’intento, sicuro di non poter operare da quella parte il passaggio del fiume, il generale Read riordina il suo corpo e dirige tutti i suoi sforzi verso il centro. Il ponte di Traktir sta loro di fronte, e alla destra e alla sinistra di esso stanno le artiglierie francesi. Sempre protetti dalla nebbia che si distende fitta ed oscura sul campo, i Russi si scagliano contro i loro trinceramenti, e irrompono come una valanga sul ponte. I cannoni distruggono le prime file, e ad esse subentrano le seconde; abbattono queste, e appariscono le terze; di mano in mano che esse si diradano o cadono, ne appariscono delle nuove, passano le une sulle altre, vengono e vanno come l’eterno avvicendarsi delle onde del mare. I Francesi sono assaliti da tutte le parti, gli artiglieri uccisi sui cannoni, il loro centro sfondato, il grosso dell’esercito costretto a ritirarsi per ripigliare l’offensiva. Intanto lungo le rive del fiume, gli altri battaglioni russi si dispongono a traghettare la Cernaja su ponti volanti. Molti animosi si gettano a nuoto impazienti di afferrare la sponda desiderata; altri s’imbarcano sulle scale, sulle tavole, sulle travi riunite e aggruppate, e scaricano le loro pistole sui capi dei naufraghi francesi che, caduti dal ponte, tentano afferrarsi a quelle zattere galleggianti a stento sull’acqua: alcuni tra di loro, benchè uccisi, rimangono appesi agli orli di esse, e agitandosi nell’agonia della morte, le sommergono. I vinti e i vincitori si avvinghiano gli uni agli altri, dominati da quell’istinto che spinge i naufraghi ad afferrarsi a quanto incontrano nei gorghi vorticosi delle acque — terribile elemento che ha a un tempo la forza e la pienezza della materia, e l’attrazione e il nulla spaventoso del vuoto — alcuni di loro, così abbracciati, si vedono, si riconoscono, si guardano coll’occhio torvo e feroce, si contemplano colla gioia rabbiosa della fiera, e tuttavia non si abbandonano; spariscono tra i vortici inesorabili delle onde, confusi in un amplesso disperato ed orribile. Sulla riva è un brulichìo infinito di uomini, un fragore orrendo di armi, di carri, di urla forsennate e selvaggie. Le grandi barche dei ponti che i soldati recano sulle loro spalle alla riva, assumono così confuse tra la nebbia, l’aspetto di enormi millepiedi, che, incalzati dal turbine, si affrettino per riparo alla sponda. A un tratto la superficie del fiume apparisce coperta di esse, i soldati le riordinano, le aggruppano, le riuniscono, le spingono fino alla riva opposta, compiono un ponte solido e sicuro. Fin dove si può spingere lo sguardo, si vedono altri ponti e altre barche; la riva è abbandonata dal nemico; i Russi passano su di esse coi loro carri, colle loro artiglierie, coi loro cavalli; si rovesciano da quegli sbocchi come i torrenti rigonfi, toccano la riva, si distendono sul piano, si riordinano, si accingono a salire il burrone. Il generale Read, indicando ai soldati le macchie che ne vestono i fianchi, esclama baldanzoso e fidente: «Miei prodi commilitoni, nobili veterani, valorosi coscritti, noi stiamo oggi per combattere una grande gior nata, e la vittoria è nelle mani della Russia; quei paltonieri francesi si sono rimboscati nelle macchie; snidiamoli!» Un grido unanime e fragoroso risponde a queste parole: i Russi salgono compatti il burrone, procedono senza incontrare ostacoli, toccano quasi la sommità del declivio, ma a un tratto qualche cosa di vivo e lucido apparisce nelle tenebre; si avanzano, e sono muraglie di uomini; guardano, e sono siepi di baionette, le cui estremità si perdono nel fitto della nebbia e del fumo. Gli assalitori si arrestano vacillanti e dubbiosi; una scarica micidiale ed echeggiante come il rimbombo di un tuono, li colpisce all’improvviso, ne scompone e ne divide le file; essi retrocedono sgomentati; guardano dinanzi a se, ed hanno un esercito; guardano alle spalle, ed hanno un abisso; vedono, esaminano, intuiscono la loro situazione, e si atterriscono. I loro capi esclamano: «Avanzatevi, non retrocedete, o siamo perduti, bisogna sforzare le loro posizioni — alla baionetta!» I Russi si avanzano alla baionetta; salgono l’erta anelanti, disperati, feroci; le scariche della fanteria francese li colpiscono di fronte, spesso li trattengono a riordinarsi, spesso inalzano dinanzi alle ultime file dei monti di cadaveri; ma lo, spazio è superato, i due eserciti stanno l’uno di fronte all’altro, non si frappone la distanza di uno slancio... Perchè dunque si arrestano come colpiti da una folgore? perchè sollevano a un tratto un urlo di disperazione e di orrore? che cosa è avvenuto? Un inganno, un incantesimo, una cosa orribile. Quella salda muraglia di uomini si è improvvisamente divisa, ripiegata; è scomparsa: al suo posto appariscono cento bocche di cannoni, al disopra di esse altre cento, al disopra altre cento ancora; il resto è nelle tenebre: tutte quelle bocche stanno spalancate, nere, ampie, inesorabili. Ancora non si sono vedute, ancora non si è tentato di fuggirle, che vomitano un’onda di ferro e di fuoco, e atterrano, non salvo un sol uomo, i primi battaglioni. I Russi vacillano, esitano, e una nuova scarica distrugge le altre file; si volgono precipitosi alla fuga. Allora le due ali francesi ricompariscono, si ricongiungono, ricompongono una muraglia di petti irta di baionette e di spade; quella muraglia si muove, li insegue, li incalza, li ricaccia giù pei dirupi, li risospinge alla spiaggia. Ma nel disordine della fuga molti precipitano dalle alture, o sono schiacciati dai sassi che l’impeto della corsa fa rotolare dal declivio, come vediamo succedere nelle valanghe e nelle frane; molti restano appesi per le vertebre ai rami spezzati poco prima dalla mitraglia, e si vedono spenzolare dagli alberi, dibattendosi, come serpi rotte nella schiena; altri inseguiti alle spalle sentono il ferro nemico sfiorare i loro abiti, vedono il luccicare della lama, ne sentono il gelo, il terrore rallenta la loro corsa, e la lama li raggiunge, li tocca, li ferisce, penetra nella carne, ne rompe il costato, ne lacera il seno, e ne è estratta per trafiggerne altri. Il corpo di Read si rigetta verso il fiume; ripassa, incalzato, quei ponti che aveva già valicato vittorioso: alcuni distaccamenti di cavalleria turca accampati nella pianura inseguono i fuggiaschi fino alla riva; corrono tra quelle onde di soldati, tagliandoli a pezzi colle larghe lame delle loro scimitarre, calpestandoli colle zampe dei loro puledri focosi di Barberia, agitando in aria di trionfo le loro mezzelune di argento, invocando lo sdegno del loro Profeta sopra coloro che, timorosi del ferro, preferiscono lanciarsi giù dalla sponda ed affogarsi nel fiume. Ma gli alleati si arrestano al di qua del ponte, e il corpo di Read si raccoglie dall’altra parte. All’appello delle trombe, il cui suono è ripercosso da tutti gli echi, apparisce da ogni banda una nuova falange di vinti; quali disarmati o feriti, quali bruttati di fango o di sangue, quali usciti allora dal fiume, e stillanti ancora di acqua: ma non ne ricompare che una metà; i superstiti tentano di accamparsi sopra una posizione elevata, e risalgono le pendici del colle. Salgono tristi, muti, dolenti, vergognosi della sconfitta; pensando al fratello caduto, al pericolo evitato, ma non cessato, alla donna lontana, all’amico ucciso, alla dolce quiete del focolare; guardando il giorno che sorge, che apporta la vita alla natura, agli uomini, alle cose, che tutto invita a godere e ad amare, e che ciò nondimeno può essere per essi l’estremo... E lo sarà a molti. Il generale Cler, prevedendo la sconfitta dei Russi e il loro disegno di guadagnare quella pendice, si è imboscato lungo i due lati, e ha collocato la sua artiglieria sul ciglione, dove il terreno si sprofonda in un precipizio, nel cui fondo serpeggia il letto di un torrente asciutto. Il corpo di Read s’inerpica per le erte senza vedere il nemico: i soldati francesi, impazienti di azzuffarsi, si mostrano qua e là dietro gli alberi coi loro uniformi scarlatti, colle canne luccicanti dei loro moschetti, colle loro baionette a lama; parlando sommesso, trattenendo quasi Il respiro, spiando coll’occhio avido e intento della tigre i robusti Cosacchi del Volga, che salgono affaticati e sanguinosi, senza temere di nulla, guardando il cielo, cercando al di là di quei monti la loro terra natale, recando capovolte sulle spalle le carabine annerite. A un tratto i reggimenti russi che più rasentano l’ala destra di Cler sono sorpresi da una scarica di moschetteria e dalle grida dei battaglioni francesi che escono dalle loro imboscate, e, al diradarsi di quella nube di fumo, si mostrano al nemico coi volti fieri e abbronzati, coll’aspetto minaccioso e severo, come una strana apparizione d’inferno. Il corpo di Read, non comandato, non guidato, si ripiega allora dalla parte opposta e incontra l’ala sinistra. Assalito, retrocede; giunge nella linea di mezzo tra due fuochi: si arresta, esita, si scompone, si sfascia, si getta in disordine giù per la scesa, e tenta di riguadagnare la spiaggia. Ma al dissiparsi della nebbia, le prime masse fuggenti vedono le estremità delle due ali francesi avvicinarsi l’una all’altra, come era avvenuto un’ora prima sopra il burrone, e affrettarsi a chiudere loro la ritirata. Retrocedono, e incontrano le altre masse che vengono: l’urto è spaventoso e terribile; i fuggenti li avvertono del pericolo, gridano, scongiurano, implorano, ma essi non intendono; le prime linee vorrebbero bensì arrestarsi, ma sono sospinte dalle altre; favoriti dal terreno, gli ultimi battaglioni le rovesciano, passano sui cadaveri, si aprono una via, scendono a precipizio la china, e vedono le ali nemiche già riunite, e le loro file distendersi e coprire tutti gli sbocchi, come un mostruoso serpente che tenti di sbarrare loro il sentiero. Si arrestano anch’essi. Disperati, scoraggiati, sfiniti, ritornano sulle loro traccie: i primi ad affrettarsi alla fuga sono ora gli ultimi; salgono tutti, si affrettano ad occupare la cima, la raggiungono; la speranza rianima i loro cuori, si rivolgono a guardare alla scesa, e ripensano con gioia al pericolo passato... ma le loro avanguardie non hanno ancora toccato il margine della pendice che si avvedono dell’abisso, e scorgono le batterie coperte lungo il ciglione. Qui l’orrore della strage diventa inenarrabile; la battaglia ha raggiunto la grande catastrofe, la disperazione porge quell’intrepidezza che non aveva dato il valore; non è più una lotta di uomini, ma di jene; ogni coscritto è un veterano, ogni soldato è un eroe: i Russi colpiti di fronte dalla mitraglia, chiusi alle spalle dalla fanteria nemica, circondati da boschi e da dirupi, non hanno altro scampo che rigettarsi alla spiaggia. Inferociti, sanguinosi, furenti, si avventano contro le file francesi e le sfondano; le traccie della loro ritirata sono segnate da monti di uccisi; battaglioni interi giacciono tra le ginestre; sotto verdi tappeti delle eriche si vedono scorrere dei piccoli ruscelli di sangue; le punte dei massi che emergono dal terreno sono cosparse di membra e di viscere lacerate; ma il nucleo dell’esercito è passato, ha raggiunto la pianura, vi si raccoglie, vi si dispiega e si accampa. Tale è la prima fase della battaglia. Ma il principe Menscikoff, che ha assistito all’ultimo periodo disastroso del combattimento, e vede il corpo di Read sostare inoperoso sullo spianato, avvia ad esso un corrier con ordine di proseguire la lotta e di riassalire il ponte di Traktir rioccupato dal nemico. Allora la diciassettesima divisione discende le alture di Schouliou, e viene a sostenere con le altre l’attacco. Mentre i due eserciti si dispongono alla battaglia, la nebbia si dissipa a un tratto come spinta da un soffio invisibile, e un torrente di luce si versa sulle montagne e sull’ampio bacino del fiume. Il sole che si affaccia dalle creste di Mackensie e indora le cime degli alberi più elevati della valle, sembra promettere uno di quei bei giorni d’estate, in cui la natura ci invita a folleggiare con lei sui suoi tappeti di musco, tra le sue siepi di lilla, sul margine de’ suoi ruscelli d’argento; e noi guardiamo al cielo, all’orizzonte, ed esclamiamo: «Come sei bella, o natura!» Non sono infatti che le sette ore del mattino, e tutto si agita e vive: le melolonte saltellano a migliaia sui prati, le mosche azzurre si posano ronzando sopra le foglie degli aceri, le libellule aleggiano a stuoli sul fiume, nubi di moscherini volteggiano nei raggi del sole, le lucertole verdi si affacciano alle screpolature dei massi e s’inseguono, e i cuculi fanno risuonare tutta la valle dei loro canti monotoni e prolungati. Dinanzi a questo idillio della natura, gli uomini si apparecchiano a scrivere un’epopea di sangue. Le divisioni Levaillant e Dulac si schierano dinanzi al nemico, e il corpo delle guardie imperiali occupa le posizioni già vinte e perdute dai Russi; le due altre divisioni francesi difendono la testa del ponte. Dinanzi a loro stanno le tre divisioni comandate da Read, delle quali una soltanto, la diciassettesima, è in grado di sostenere il combattimento. Essa si avanza la prima e attacca con impeto l’ala sinistra francese. Le due divisioni Herbillion e Faucheux, così furiosamente assalite, piegano, ondeggiano, minacciano di cedere; se non che la divisione Dulac corre in loro soccorso, e il resto dell’esercito russo, allora superiore di numero, assale l’ala destra. Un nembo di fumo e di polvere nasconde i combattenti, e non lascia conoscere da qual parte si volga la fortuna della battaglia. Noi vediamo dalle nostre posizioni elevate quella lunga striscia di fumo distendersi in una linea irregolare nella pianura, ora ingrossarsi, ora serpeggiare, ora retrocedere od avanzarsi, e non sentiamo che gli scoppi delle artiglierie confusi ad un rumore sordo e indistinto, simile al brontolìo lontano di un tuono. Ma a poco a poco anche quel rumore è cessato, quella colonna si dirada, si solleva, si scioglie, si trasforma in tanti cirri che errano in balia del vento, e distinguiamo nel fondo della pianura le file francesi, non retrocesse di un passo, attendere ferme e imperterrite i nuovi assalti del nemico, e i Russi ritirarsi e rioccupare le loro posizioni sullo spianato. Qui ha luogo un nuovo momento di sosta. Il principe Menscikoff, vedendo che è impresa impossibile effettuare il passaggio della Cernaja, decide di sforzare gli sbocchi che danno accesso alla pianura di Balaclava, e manda la diciassettesima divisione ad assalire l’estrema destra delle linee francesi che li difendono. Allora le truppe sarde, che non hanno ancora preso parte al combattimento, e che si appoggiano alla pianura che il nemico tenta di invadere, discendono dalle pendici e vengono a prendere posizione lungo il canale: la divisione Trotti si dispiega sull’estrema destra del poggio occupato dalle divisioni francesi. Quelle masse sterminate di uomini si vedono ora collocate l’una di fronte all’altra, e si guardano sdegnate e pensose. Succede un istante di indugio; ciascuno ammutisce; il silenzio è sì profondo, che odono stormire sul loro capo le foglie agitate leggermente dal vento. Ma quell’aspettazione può essere loro fatale, può trattenerne lo slancio; il comandante delle forze alleate accenna di cominciare l’attacco, e le batterie sarde aprono il fuoco contro il nemico. A quel silenzio di prima succede allora un rumore assordante e spaventevole, i Russi sono assaliti di fronte dai Sardi, e dai Francesi di fianco, onde, temendo di essere girati ed attaccati alle spalle, portano il maggior nerbo delle loro forze contro il corpo francese, e tentano di isolare le linee degli alleati piemontesi, che occupano il passaggio della pianura. La battaglia s’impegna su due punti principali: sul poggio la fanteria e la cavalleria francese sostengono l’urto della fanteria russa, mentre la cavalleria di Read attacca la fanteria sarda nel piano. Altri combattimenti parziali s’impegnano su diversi luoghi lontani. Intanto noi occupiamo il passaggio che dà accesso alla pianura, e ci disponiamo a sostenere l’assalto della cavalleria russa. Disposti in varî quadrati di due linee, curvi, serrati, colle baionette rivolte al nemico, attendiamo l’istante della carica. Ciascuno di noi tiene gli occhi intenti a quelle masse di cavalli e di cavalieri che ci stanno dinanzi, e si apparecchiano ad assalirci; — nessuno si muove, nessuno parla; idee triste e confuse si agitano nelle nostre anime conturbate... vediamo le loro linee formarsi, distendersi lunghe e compatte; sentiamo il cozzo delle lancie e il nitrito dei cavalli impazienti di slanciarsi, vediamo sventolare le loro bandiere e splendere le lame delle loro sciabole percosse dai raggi del sole. Ma tutto ciò non dura che un istante: il segnale è dato; le trombe non hanno ancora finito di suonare la carica, che quella massa enorme si muove e si avanza alla corsa verso di noi, divorando lo spazio che ci separa. Sentiamo la terra traballare sotto lo scalpito delle zampe dei loro puledri — scalpito misurato ed uguale come quello di un solo cavallo gigantesco che attraversi non veduto il nostro campo — e vediamo una nube immensa di polvere sollevarsi e nasconderci la vista del nemico. Quella nube si ingrossa, si avvicina, e con essa cresce il fragore, poi la scorgiamo avanzarsi alta, vorticosa, terribile, simile a quelle montagne di arena che il vento solleva nei deserti sconfinati del Tropico, e giunta a metà dello spazio, ove si frappone un terreno molle ed erboso, arrestarsi, assottigliarsi, svanire, e dal suo seno, come per effetto d’incanto, escire migliaia di cavalli colle teste protese, colle narici dilatate e colorite di sangue, coi larghi petti, coi morsi coperti di spuma, recanti sulle selle i cavalieri saldi e curvati, di cui non discerniamo che i caschi vellosi e le lancie. Ma quella tremenda apparizione non si mostra tuttavia che un istante; il suolo si avvalla, e la cavalleria vi discende e sparisce. Allora il rimbombo si fa più cupo e assordante, in pochi momenti cresce, si avvicina, diventa spaventoso, ci annuncia che il nemico sta per raggiungere l’orlo del ciglione, dal quale non distiamo che quanto è il tiro delle nostre carabine. Infatti appariscono le punte delle lancie, poi le teste dei cavalli, poi i petti, e in minor tempo che non si mostri e si dilegui un baleno, tutte le loro linee ci stanno ordinate di fronte. I nemici ci vedono, si avventano, lacerano i fianchi dei loro cavalli cogli sproni, e inalzano un urrà unanime e spaventevole. Noi rispondiamo scaricando contro di essi i nostri fucili; e allora si forma una nuova nube, e prima che si dissipi, i Russi ci hanno raggiunto. L’impeto dello scontro e l’orrore della lotta sono inenarrabili. Alcuni cavalli si arrestano, si impennano e si rovesciano; altri ci si drizzano dinanzi, e ci presentano i ventri retati di vene rigonfie, nei quali immergiamo le nostre baionette, altri si slanciano animosi e piombano nel mezzo delle file, ove i loro cavalieri, così isolati, sono in un attimo uccisi: dovunque si combatte, si ferisce, si uccide, o si muore; ma le nostre linee stanno salde ed immobili; il nemico non può sfondarle; vinto su tutti i punti, si ritira per riordinarsi e per rinnovare l’assalto. Tre volte ritorna alla carica contro di noi, e tre volte è respinto. La sua ultima ritirata è impedita da monti di cadaveri d’uomini e di cavalli, che gli sbarrano la via e che rendono impossibile il ritentare di rompere i nostri quadrati. I Russi ridiscendono la vallata, e li vediamo sparire giù per la china; mentre i Circassi, gli abili volteggiatori, si piegano sulle loro selle e ci scagliano, come i Parti fuggenti, gli ultimi colpi dei loro lunghi moschetti. Ma noi stiamo già ricomponendo le nostre file diradate, quando avvertiamo che l’artiglieria nemica si avvicina con disegno di assalirci e di tentare l’opera fallita poc’anzi alle divisioni di cavalleria. Allora viene emanato un ordine terribile: inalzare una trincea di cadaveri. Ci accingiamo unanimi ed impazienti a questo lavoro. I cavalli feriti o morti sono trascinati pel campo e collocati dinanzi alle nostre linee, i corpi dei Russi e dei Sardi sovrapposti ad essi, o disposti a larghi strati incrociati; noi li cerchiamo frettolosi per la pianura, e non abbiamo tempo a riconoscere se non siano ancora spirati. Prima che l’artiglieria russa abbia aperto il fuoco contro di noi, un’ampia muraglia di cadaveri ci sottrae alla sua vista e a suoi colpi. Ma i loro carri arrivano, si avvicinano, si rivolgono, ci presentano le bocche dei loro cannoni e si arrestano. Noi ci collochiamo dietro quel vallo di carne; ci afferriamo ai capelli o ai piedi dei morti, e spariamo contro il nemico, spingendo le nostre carabine negli spazi esistenti tra l’uno e l’altro cadavere. Ad ogni proiettile che viene a colpire quella trincea, i cavalli non ancor morti si dibattono e la fanno oscillare come una cosa viva e sensibile. Talora delle braccia che sembravano, pendere inanimate, si muovono a un tratto, si agitane, afferrano nell’agonia della morte le membra dei soldati appoggiati contro di essi e li trattengono a forza; talora sentiamo palpitare sotto i nostri piedi i petti degli infelici sui quali siamo saliti, e un gemito flebile e lungo attestare che essi vivono ancora... Ma questa scena di raccapriccio non dura che pochi istanti: la fanteria russa, vinta dai Francesi sul poggio, si ritira in disordine sulla pianura a destra della Cernaja, e la loro artiglieria ci abbandona e va a coprire la ritirata. Gli altri reggimenti, sconfitti su tutti i punti, si ricongiungono al grosso dell’esercito. Il corpo di Read, reso impotente a qualunque combattimento, va a riocoupare le sue posizioni, e lo vediamo dispiegarsi nella pianura, verso le nove del mattino, coll’ala destra rivolta alle falde dei monti di Mackensie, e la sinistra alle montagne del Telegrafo. Così ebbe fine la battaglia. ⁂ Ma io non v’ho detto ancor nulla di me. Non l’ho osato. Come confidarvi il mio delitto? Ove attingerò la forza di raccontarvelo? Il mio delitto! Voi forse, tutti gli uomini forse non lo giudicheranno mai tale. Ma se è dalla coscienza che noi dobbiamo attingere una norma per distinguere il bene dal male, se è a quei principi che essa ha collocati nel nostro cuore, che noi dobbiamo uniformare le nostre azioni, nulla vi ha che possa giustificarmi della mia colpa. Avevo delle convinzioni, e le ho tradite; mi ero creato delle leggi, e le ho violate a nondimeno la mia coscienza era risoluta, la mia volontà libera, l’idea del mio dovere imponente: non v’ha dubbio, io non posso illudermi, non posso dissimularlo a me stesso, io ho consumato un atroce assassinio... Io presi parte in quel giorno all’ultimo combattimento. Mi trovavo, come vi dissi, fra gli avamposti, e al cominciar della lotta m’ero ricongiunto al grosso del nostro esercito che aveva preso posizione sul poggio. Di là io avevo potuto scorgere tutto l’andamento della battaglia, e l’avevo osservato con una ansietà paurosa, con una avidità insaziabile: muto, atterrito, immobile, paralizzato da quella vista, ero rimasto quattro ore sul punto più elevato del ciglione, col gomito appoggiato alla estremità del mio fucile, e coll’occhio intento alla lotta che si combatteva sotto di me nella valle. Vedevo errare quei grandi massi di nebbia, sollevarsi, ridiscendere e spingersi; e dove talora si disgiungevano, apparire delle lunghe file di armati che venivano a scontrarsi impetuosi, come i flutti dell’oceano sollevati da due venti contrari. Riappariva la nebbia, n’era tolta la vista del combattimento; tornava a dissiparsi, e il suolo abbandonato non era coperto che di cadaveri. Vedevamo dei reggimenti assaliti dalle artiglierie distendersi in una linea lunga e sottile e tener fronte al nemico: di quando in quando dinanzi ad ogni cannone apparivano istantaneamente dei fitti globi di fumo, e al formarsi di ciascuno di essi si vedeva quella fila spezzarsi, mostrare in alcuni punti dei vuoti e restringersi: lo scoppio veniva dopo, sordo, confuso, Ingubre come un lamento. Non udivamo le grida dei vincitori, nè i gemiti dei feriti e dei morenti, ma vi era nell’aria qualche cosa che sembrava piangere, che sembrava soffrire; vi era quella gran voce, quella grande emanazione di dolore che la materia emette morendo: migliaia di spiriti combattevano in lotta suprema della vita, migliaia di angeli aleggiavano nel vuoto attendendo pietosi quelle anime. Non vi parlerò delle mie sensazioni; esse sono inesplicabili. Coloro che hanno assistito ad una battaglia possono forse rimembrarle, non dirle. Tutto è un sogno, tutto riapparisce come in un sogno: all’istante della lotta, l’uomo volente, l’uomo pensante è sparito: l’istinto della vita è paralizzato: emergono in noi delle potenze che si ignoravano, si attutiscono quelle sulle quali avevamo fatto assegnamento: tutta la nostra natura è trasformata: i timidi sono divenuti audaci, gli audaci hanno perduto la coscienza del loro ardimento: si oblia tutto: alla fine della lotta si chiede: che ho fatto? che è avvenuto? — Nulla di più assurdo del coraggio nelle battaglie, nulla di più comune di un eroe sul campo. Tutti i soldati lo sono del pari, tutti agiscono eccitati da un istinto: non vi ha coraggio oltre il coraggio civile, non vi ha eroismo oltre l’eroismo del sacrificio. L’arte militare, che ha usurpato quanto vi era di sacro nella famiglia per coprirne le sue nudità ributtanti, ha pure contaminato queste due grandi virtù del cuore umano; le ha travisate; le ha tolte all’affetto domestico, alla povertà laboriosa, all’onestà sventurata, al genio operoso, alla virtù sconosciuta, per tributarle all’omicidio freddo, calcolato, impassibile, all’omicidio ben riuscito. Turpe mistificazione! Tutti coloro che hanno preso parte ad una battaglia sanno che cosa è un eroe; comprendono come colui che ha fatto sacramento (benchè sacramento imposto) di esporre la propria vita e di attentare a quella degli altri, non compie che un semplice dovere annuendovi; intendono agevolmente come l’istinto della conservazione ci porti all’atto della difesa, come la difesa sia più energica quanto è più ostinato l’istinto, e come questo istinto faccia i più grandi eroi di coloro che sarebbero stati i codardi più volgari nella loro vita privata. Ma occorreranno dei secoli prima che gli uomini comprendano quale sia la vera virtù della vita, prima che essi intendano che tutto è falsato, che la loro educazione, che gli interessi di pochi astuti li hanno traviati dalla loro via, eludendo le leggi più sacre della loro natura, che la verità è stata da essi travisata, lo scopo dell’esistenza deluso, il senso morale deviato, la colpa imposta, l’errore propagato e premiato. Ma le norme sulle quali si svolgono le vite degli in dividui e la vita dell’universo sono immutabili: se ne parte e vi si ritorna — è la pietra lanciata che ricade, è l’onda che si trasforma, si solleva, erra a lungo pel cielo e ridiscende in pioggia nel mare: — gli uomini muoiono, ma l’umanità non muore. Verrà un giorno in cui l’omicidio non sarà più giustificato dalla forma, in cui l’uomo che uccide nella macchia e quello che uccide sul campo saranno collocati allo stesso livello dinanzi alle leggi umane, come lo sono per fermo dinanzi alle leggi divine. Le generazioni si trasmettono da lunghi anni l’eredità di una funebre leggenda: esse non hanno ancora pianto abbastanza sulla storia luttuosa di Caino: da quell’istante l’umanità ha deviato, quel germe ha gettato dei semi maledetti; ma verrà un tempo in cui essi diverranno infecondi, in cui gli uomini si stringeranno la mano sulla tomba dell’ultimo de’ suoi figli. Giova sperarlo. Dio ci ha concesso una sola via alla vita, ed è l’amore; una sola via alla felicità, ed è l’amore; una sola via alla perfezione, ed è ancora l’amore. Guai a coloro che si saranno collocati sul sentiero dell’umanità per arrestarla, per chiuderle questa via che le fu tracciata dal cielo! Che potrò ora dirvi di me? L’esitazione che io provo a parlarvene mi trascina a digressioni sconfortanti. Tutto mi ritorna ora alla mente con tanta apparenza di verità che parmi di rivivere in quel giorno. Le dolci memorie della gioventù si assopiscono nel cuore come il profumo di un fiore disseccato — scuotetene i pètali, e il profumo ritorna — ma la memoria di un delitto vi si imprime come il solco profondo di una lama; la ferita si rimargina, ma la cicatrice rimane; ricercatene il fondo, ed essa si riapre e risanguina. Io avevo preso parte al combattimento della nostra fanteria; ero stato trascinato, spinto, urtato, collocato cogli altri nella seconda fila di uno dei nostri quadrati: non avevo veduto nulla, non avevo nulla operato; ero rimasto inerte e silenzioso al mio posto; non avevo sparato il mio fucile: al secondo assalto, un cavaliere mi era passato sopra e mi aveva rovesciato senza ferirmi. Subito dopo alcuni soldati uccisi al mio fianco cadevano sopra di me e mi seppellivano sotto i loro corpi: io non potevo sollevarmi, provavo come delle vertigini, assistevo ad una strana fantasmagoria, tutti i miei pensieri assumevano una forma — non erano oggetti e non erano pensieri — fosse il mio o quello di un altro, io sentivo un cuore martellare sì forte presso il mio orecchio, che ne era quasi assordato, e parevami di vederlo ampio, livido, sanguinoso pendere sopra il mio capo e minacciare di schiac ciarmi col suo peso. Passai non so quanto tempo in quello stato; ad un tratto mi sentii alleggerito, quel cuore enorme aveva cessato di battere, io non lo vedevo più, i cadaveri che mi coprivano erano stati trasportati per formar la trincea, io, non so come, dimenticato. Seguì un rumore sordo che andò a poco a poco scemando, e cessò affatto dopo alcuni momenti. Allora rinvenni, mi alzai, mi sentii rinvigorito, girai attorno lo sguardo: ero solo, e distinsi sull’ultima linea della pianura i nostri reggimenti che s’allontanavano inseguendo il nemico. Conobbi che ero salvo. Non potrò mai darvi un’idea di quel desiderio ardentissimo di vita che venne ad invadere allora il mio cuore. L’imagine di quella morte che poco prima avevo affrontata colla fredda impassibilità dell’uomo che non ha più nulla a sperare, colla muta rassegnazione della vittima, mi si presentava ora spaventosa; cessato il pericolo, ritornava l’amore dell’esistenza, e l’esistenza si riabbelliva di tutte le sue gioie, di tutte le sue illusioni, di tutte le sue tinte più vaghe: fanciullo, a quattordici anni, io non l’avevo veduta sì bella. Sollevai le braccia al cielo in un trasporto di entusiasmo, e compreso da un senso di felicità inusitata, ineffabile, sorrisi, piansi, ringraziai, benedissi, volli pregare, ma le parole mi spirarono sulle labbra, e non seppi che proferire: «Oh! la vita, la vita!...» Ma in quell’istante io ascolto un rumore di passi concitati, trasalgo, mi rivolgo; un cavaliere russo si era rialzato, mi aveva veduto, e temendo che io volessi impedirne la fuga, veniva verso di me impugnando due grosse pistole di arcione; io lo vedo, presento il suo divisamento, grido, gli accenno di gettare le armi, ma egli non intende e scarica contro di me una delle sue pistole: la palla passa fischiando sul mio capo e strappa un riccio de’ miei capelli: io lo guardo atterrito, egli getta la sua arma e si affretta ad impugnare colla destra la seconda pistola che teneva nell’altra mano; io lo prevengo, spiano contro di lui il mio fucile, non miro, sparo, lo colpisco, egli cade... Successe una tenebra — ciò che lo provai in quell’istante non lo potrò rivelare mai; essa fu cosa sì orribile, che la mia coscienza medesima ha smarrito la virtù di rivelarla a me stesso. Mi trovai inginocchiato al suo fianco; lo guardai, era caduto supino, aveva gli occhi socchiusi, respirava ancora, era vivo; io lo avevo colpito nella gola, e il sangue gli usciva dalla bocca misto colla saliva, e spicciava dalla ferita aperta scorrendogli per le spalle e pel petto. Era bello di una bellezza maschia ad un tempo è gentile, aveva i capelli biondi e inanellati, la fronte ampia e serena, la barba lanuginosa e nascente; era bianco come neve, fiorente come un fanciullo, e poteva avere ventidue anni. Parmi di vederlo ancora. Mal sapendo come soccorrerlo, io lacerai i miei panni, e ne arrestai il sangue medicandone la ferita, ne sollevai il capo, lo adagiai contro il fianco di un cadavere, e stetti immoto a contemplarlo. Delle grosse lagrime cadevano da’ miei occhi sul suo volto... Finalmente egli rinvenne, oh gioia! mi guardò, vide che io piangevo, mi affissò colla pupilla morta e velata, e meravigliando della mia commozione, proferì alcune parole in suono di domanda che io non intesi. Dopo un istante di silenzio, in cui parve raccogliersi e meditare, mi chiese in lingua francese: — Chi siete? — Colui che vi ha ucciso, io risposi. Egli tacque e richiuse gli occhi. Dopo un altro istante d’indugio li riaperse, mi si rivolse, e mi disse: — Perchè mi avete ucciso? Io volli rispondergli, io volli dirgli tutto, ma i pensieri si affollarono sì impetuosi alla mia anima che proruppi in un singhiozzo violento, e non potei proferire una parola. Egli mi guardò con espressione di dolcezza sublime e accennò di volermi porgere la sua mano, ma il braccio gli ricadde spossato sul fianco: io m’impadronii di essa, e premendola sul mio cuore, gli dissi: — Io vi colpii senza volerlo: fu una cecità, fu un istinto, credetelo, Iddio mi è testimonio; ma se la mia vita potesse restituirvi la vostra, e se avessi in ogni capello una vita, io tutte le sacrificherei per ridonarvela. Ma voi non morrete, aggiunsi coll’espressione di un debole convincimento, voi non morrete. — Nobile cuore; egli disse; io lo vedo, voi pure siete buono, voi pure foste condannato ad uccidere degli uomini che non vi odiavano; io morrò, lo sento, ma voi non ascrivetevi a colpa la mia morte, poichè vi fu imposto di uccidermi. Ricordatevi qualche volta di me. Io sono nativo del paese di Plok nella Polonia, mi chiamo Arturo K..., e studiavo lettere all’Università di Varsavia, quando, per sospetto di principi ostili al governo, fui condannato a quindici anni di servizio militare e incorporato nella cavalleria polacca. Mia madre si chiamava Caterina, ebbe cinquanta colpi di bastone, e morì di dolore e di vergogna or fanno sei mesi. Se la vittoria vi condurrà nel nostro paese, cercate a Plok di mio padre, e raccontategli il mio fine: andavo tutti gli anni con lui sulla diligenza da Modlin a Varsavia, e l’ultima volta abbiamo passato il ponte della Vistola insieme. Era di primavera, me ne ricordo — come era bella allora la Vistola e le sue rive!... Se aveste veduto! Ma ora mi tocca morire, e ciò è assai crudele alla mia età, perchè io amavo, perchè speravo ancora che mi si condonasse la mia pena, e lo sperava anche ella, sì, lo sperava anche ella... povera Marta! Io provai uno strazio di cuore mortale nell’udire quelle parole. — Oh vivi! esclamai, gettandomi sopra di lui, vivi! e prorompendo in lagrime, tentai di abbracciarlo, quasi avessi potuto infondergli con quell’amplesso la vita giovane e vigorosa che ardeva in tutte le mie fibre. Ma a mezzo dell’atto me ne trattenni: egli aveva richiusi gli occhi, e il sangue gli usciva in maggior copia dalla ferita; fui atterrito; dopo un istante incominciò a delirare; nominava le montagne di Kaschau, la Polonia, la sua fanciulla, sua madre; mormorava dei nomi sconosciuti, e io stavo ancora inginocchiato presso di lui, quando, rianimandosi e interrompendosi improvvisamente, accennò dinanzi a sè col dito e mi disse: — Vedete quella gran luce? Io guardai e nulla vidi; tornai a rivolgermi a lui, egli si era sollevato, mi guardava cogli occhi spalancati ed intenti, e recandosi il dito alle labbra in atto di porgere orecchio a qualche rumore, mi indicava di tacere. Per un moto istintivo diressi lo sguardo sul campo, e osservai se v’era persona intorno a noi che ci udisse. Ma in quell’istante sentii il suo corpo gravitare sulle mie braccia con tutto il suo peso, mi rivolsi, egli era ricaduto; lo guardai, lo chiamai a nome, piansi, gridai, lo scossi... era morto! Dopo ciò io non ricordo più nulla. Rinvenni che il sole stava per tramontare, e illuminava tutto il campo di quella luce viva e scintillante di cui si abbellisce nell’ora del orepuscolo, simile a quegli ultimi pensieri d’amore e a quella potenza di sublime divinazione che si agita nell’animo dell’infermo prima di morire. Un silenzio funerario si distendeva su tutta la natura; non un essere vivente veniva a piangere su quelle vittime, e soltanto gli uccelli notturni da preda incominciavano ad aleggiare su di esse e a riunirsi a stuoli nel cielo, impazienti di piombare colle tenebre su quel banchetto sterminato di morti. Il cadavere di Arturo mi stava dinanzi irrigidito dalla brezza della sera; il suo capo pendeva rovesciato sull’omero, i ricci de’ suoi capelli, mossi talora dallo zeffiro, ondeggiavano sulla sua fronte di cera, segnandovi delle piccole ombre, quasi come se le ultime facoltà della vita, riunitesi in essi, non l’avessero ancora abbandonato. Il sangue, disseccatosi sulle guancie e sul collo, se ne distaccava cadendo, e un raggio orizzontale di sole illuminava da un lato quel profilo dolce e soave, come se il suo capo si fosse posato sopra un guanciale di luce. Io non so quali pensieri venissero ad invadere l’anima mia, guardandolo. Ricordo che da quel momento incominciò in me quella malinconia calma, pensierosa, sofferente che non mi abbandonò per tutta l’esistenza. Era l’istante di una di quelle grandi trasformazioni, che, preparate e presegnate da lunghi anni, si compiono in un dato periodo della vita, senza che noi possiamo prevederle o impedirle. Nel momento medesimo in cui io perdevo la fede dell’umanità, acquistavo una fede più consolante e più nobile, la fede dell’infinito; mi allontanavo dagli uomini, e mi avvicinavo a Dio; vedevo il destino umano compiersi al di là della morte, e la vita dileguarsi per affrettarlo; sul capo di ciascuno di quei caduti io vedevo un’aureola, e sentivo una voce nel cuore che mi diceva: «Essi vivono». Il sole gettava sprazzi di fiamme sulla terra, e si curvava sul limite estremo dell’orizzonte, vago, luminoso, raggiante come nei giorni della felicità e dell’amore; un uccelletto cantava sopra un albero vicino, saltando da un ramo all’altro a piccoli voli, e le foglie delle piante stormivano leggermente, come sogliono fare nell’ora della sera in cui si muovono e si toccano per qualche segreto intendimento di amore, senza che il vento le agiti. Oh! linguaggio sublime della natura, a quante anime non fu dato d’intenderti! No, quella calma, quell’apatia, quell’ordine antico e immutabile dell’universo, non mi dicevano la morte, il nulla, il finito; mi dicevano la vita e l’eterno: io vedevo l’umanità passare sopra il mondo come sopra una terra di esilio, gli uomini tutti nascere, lottare, piangere, sperare, delirare presso una aspirazione comune, confondersi in essa, morire, e realizzarla al di là della vita. Sentivo una calma sacra soave assopire i miei dolori e acquietare tutti i miei sensi, sentivo il bisogno di raccogliermi, di meditare, di piangere; e chinatomi presso il cadavere di Arturo, versai le lagrime più dolci che io avessi mai pianto nella mia esistenza, le più confortevoli che mi fosse mai dato di versare prima di morire. Quando mi rialzai, le tenebre erano calate sulla terra; dei fuochi fatui erravano pel campo, e i lunghi gioghi delle montagne sepolti alle falde da uno strato ineguale di nebbia, porgevano l’aspetto di un immenso cadavere deformato, in parte ancora avviluppato nel suo lenzuolo funerario. Abbracciai per l’ultima volta Arturo, e strin gendomi al cuore le sue mani bianche e irrigidite, gli dissi cose ineffabili che indarno mi attenterei ora a ripetere; poi, quando tutto il mio affetto fu esaurito in quell’addio, quando mi parve che io non avessi più nulla ad impetrare da lui, mi alzai e mi mossi, dirigendomi verso il fiume . Ove andavo? Quali disegni mi guidavano? Non lo sapevo io stesso; non lo so tuttora. Non ho mai saputo darmi ragione dei sentimenti che si svilupparono in me in quella notte, di quella volontà che era fuori di me, e che tuttavia sembrava dirigermi colla potenza di una volontà propria ad uno scopo determinato e sicuro. Io sentivo qualche cosa che mi diceva: «Tu ti sei diviso dalla famiglia degli uomini, il filo che vi ti legava è spezzato, escine per rientrarvi; ecco dinanzi a te la natura che ti apre generosa il suo seno, ecco le sue roccie, i suoi monti, i suoi fiumi, i suoi nascondigli; rifugiati in essi, difenditi; il delitto che ti fu imposto ti scioglie dall’obbligo di una obbedienza colpevole; la società è contro di te, ma la tua coscienza è con te; in essa è la prima legge, ciò che vi si oppone è la violenza e l’arbitrio; ubbidisci prima a te stesso, dividiti dalla società, escine uomo malvagio, per rientrarvi uomo giusto ed onesto». Ascoltai quella voce, m’inoltrai pel campo, imaginai che il fiume doveva mettere al mare, che il mare non era lontano, che seguendone la corrente, mi sarei trovato sulla spiaggia del golfo, che di là le navi alleate avrebbero salpato per la mia patria, che tutta la terra mi stava dinanzi, che qualunque angolo di essa sarebbe bastato ad un infelice, e mi avviai risoluto verso la riva. Camminavo tra i morti; spesso al rumore de’ miei passi si sollevavano degli stormi d’uccelli spaventati, e andavano a posarsi più lontano; spesso udivo i colpi dei loro becchi sui crani e sugli elmi che ne risuonavano come il lugubre rintocco dell’agonia; e talora scorgendo presso i cadaveri alcuni oggetti neri che si movevano e si curvavano con avidità sopra di essi, all’orribile scricchiolio delle ossa, e al sordo sfibrarsi delle carni, indovinavo essere i lupi, che, usciti dalle gole di Mackensie, erano venuti a banchettare sul campo. All’orrore di questa scena si mesceva qualche cosa di tristamente gentile: delle fiammelle si sollevavano dalla terra, come tante anime che salissero a Dio; si vedevano ancora delle braccia rialzarsi come impetrassero dal cielo una morte più pronta, vacillare, tremare un istante e ricadere spossate: la luna ne proiettava le ombre lunghe e sottili su quel bianco fantastico di cui si tinge il verde dell’erba alla sua luce; gli usignuoli cantavano a mi gliaia tra gli alberi, e il fiume che scorreva nel fondo pareva gemere e piangere su quella immensa sventura. La notte era sì limpida che si vedevano i cadaveri giacenti da un lato e dall’altro della corrente, e parevano guardarsi ancora minacciosi e implacabili dalle due rive. I Russi giacevano a stuoli sulla spiaggia, coi loro grandi caschi, colle loro ampie spalle, coi loro baveri bianchi insanguinati... Camminando tra di essi e su di essi, inciampando nelle loro armi, giunsi ad un sentiero che, fiancheggiando il fiume, metteva ad una foresta di pioppi che si discernevano da lontano per le loro bianche corteccie. Mi posi per quella vin, e stavo per raggiungere la macchia, quando mi vidi impedito il cammino da un cadavere che giaceva boccone a traverso al sentiero. Mi ero lasciato addietro da lungo tempo quello spettacolo luttuoso del campo vista di quel morto mi trattenne; mi curvai per esaminarne le fattezze, ma mi arrestai a mezzo dell’atto e trasalii scorgendo che egli vestiva in costume borghese; un’idea mi baleno nella mente, ne ringraziai il cielo; fu un lampo; lo spogliai de’ suoi abiti, lo vestii co’ miei, e quelli indossai a me stesso; allora mi sentii rassicurato, e mi parve che spogliandomi di quella divisa aborrita, avessi riacquistata la mia dolce libertà, la mia dignità, i miei diritti, la pace consolante della mia coscienza. Fino a quel momento ero stato guidato da un istinto, trascinato da una forza che non era in me, e di cui non sapevo e non avevo voluto chiedere ragione a me stesso; ora la mia volontà aveva ripreso il suo dominio assoluto: esaminai, vidi, presagii tutto, risolvetti: mi feci disertore. Prima di addentrarmi nella foresta, mi rivolsi ancora una volta a guardare quelle catene di colline e di monti su cui splendevano i fuochi dei bivacchi, e mi arrestai un istante a contemplarli. Ero compreso dell’importanza della mia determinazione. Quegli uomini erano tutti miei nemici, tutta la società lo era del paro; io avevo gettato il guanto all’umanità, sapevo che essa lo avrebbe raccolto; non avevo meco che la mia coscienza; come avrei sostenuto quella lotta? E nondimeno io ero allora sì gigante, che mi pareva dominare su tutti; una potenza ineluttabile che mi proveniva dal mio convincimento, pareva sollevarmi ad un’altezza sì smisurata, che gli uomini sembravanmi sottostare e strisciare come stupidi vermi a’ miei piedi, impotenti a debilitare il mio principio, come a condannarmi ed a nuocermi: mai nella mia vita mi ero sentito sì grande e sì forte. Più tardi, quando rientrai ignorato nella società, mi av venne talora di scorgere sulla via dei disertori ripresi e condotti incatenati alle galere: passavan calmi, imperturbati, sereni, in mezzo al tacito disprezzo della folla... oh come quegli uomini mi erano sembrati grandi! Vi è qualche cosa di eroico nella risoluzione di quegli infelici, che per sostenere il più santo dei loro diritti, quello della loro libertà, si ribellano contro la società, e imprendono una lotta spaventosa e disperata contro di essa. Non tutti gli uomini sono capaci di una rivolta sì ardimentosa e sì giusta, non tutti la comprendono; i docili sono gl’insensati e i codardi; il disertore non è mai un uomo comune. In quella creatura riprovata, che si è gettata alla macchia, che vive di terrori e di angoscie che la disperazione ha trascinata talora al delitto, che viene ricondotta tra voi, macera, prostrata, coperta di miserabili cenci, e che voi buttate nel fondo di un carcere, vi era la scintilla che anima il fuoco della libertà, fervevano le passioni più nobili, le stesse passioni fondamentali della società: l’amore della terra natale, l’affetto del focolare e della famiglia. La legge ha domato quelle volontà, l’attrito ha consumato quelle forze, ma a traverso quei corpi logori e disfatti che trascinano la loro gioventù mutilata nelle galere, si vedono ancora lampeggiare quelle anime. Verrà un giorno in cui l’umanità vorrà la luce, in cui pronuncierà il giudizio della loro riabilitazione. Strana potenza dell’abitudine! E può dunque essa prevalere sulla natura? Sì, nell’istante di dividermi per sempre da quegli uomini, provavo un’inesplicabile commozione mista di tenerezza e di odio. Ero vissuto due anni con essi, li amavo, amavo tutto ciò che mi legava a loro, come il condannato la sua catena; e guardavo a quei fuochi avvampanti sulle colline, alle loro tende, ai loro segnali, con cuore agitato e cogli occhi inumiditi di lagrime. Ma l’idea della loro obbedienza, stolta e colpevole assieme, le memorie di quella luttuosa giornata vennero a riacerbire il mio sdegno. Insensati, codardi! esclamai, stupidi e miserabili assassini, gettate le vostre armi, guardate: dietro quei fantasmi che chiamano il valore, il dovere, l’onore militare, gli interessi della nazione, vi è una cosa viva, ributtante, deforme; vi è un mostro che si pasce di vittime umane, che si avvinghia a voi, alla vostra libertà, alle vostre sostanze come le braccia schifose del polipo: che toccato uccide, che ucciso rinasce come l’idra; vi sono le ambizioni, gli interessi, le tradizioni di una famiglia; vi è lo spettro feroce di una monarchia, vi è una corona. Voi ponete occhio alla commedia dove gli attori si uccidono, e non guardate dietro le scene ove si porgono la mano sogghignando: voi siete avvinti a certe fila e non ve n’avvedete; toccate, cercatene le estremità e troverete una mano che le dirige. Avete un’imagine sfolgorante dinanzi ai vostri occhi e non ardite toccarla, strappatene la maschera e scorgerete una figura laida e deforme. Non temete di coloro che essi chiamano i vostri nemici, perocchè essi vi amano: la natura ha collocate le stesse aspirazioni le stesse leggi nei cuori di tutti gli uomini — i principî sono eterni e immutabili — ciò che circoscrive e governa la vita e sorregge la vita della famiglia è l’amore. Ciascun uomo ha una patria e una famiglia, non cerca altro: quelle sole ama e difende. Questi uomini che vi stanno dinanzi vengono ad uccidervi perchè li hanno ingannati, li hanno spinti dinanzi a voi, come voi lo siete stati dinanzi a loro: come voi essi avevano degli affetti, delle aspirazioni; avevano una fanciulla, una casa, un avvenire; come voi essi hanno pianto e sofferto; come voi hanno tutto perduto, le loro anime si sono istupidite come le vostre; il vostro destino, il vostro còmpito è pari — uccidere ed essere uccisi — carnefici e vittime ad un tempo — strumenti ciechi e passivi di pochi uomini scellerati ed astuti: tale è il vostro comune mandato. E nondimeno, ciascuno di voi, ciascuno di questi uccisi, il cui nome è già obliato dalla società, sulla cui sepoltura nessuno verrà a versare una lagrima, era centro di un mondo; viveva, amava, sperava, procreava e proteggeva altri esseri; intorno a lui convergevano come ad un centro gli affetti di mille creature, da lui si divergevano mille affetti; egli riceveva e donava, la sua vita si era collegata con altre, prodigava e attingeva, viveva di esse: ora tutte queste file sono troncate: per ciascuno di questi caduti vi è un mondo che piange. Dove? Lontano, nei palazzi, nelle capanne, sui monti, nelle valli, oltre il mare, dappertutto, dove l’occhio della società non penetra, dove la legge vigila alla porta perchè non ne esca il dolore, dove la sventura si raccoglie nel suo segreto a meditare ed a piangere. Oh, maledetti coloro che hanno fatto versare quelle lagrime! che hanno attraversato il cammino all’umanità con un oceano di sangue, che hanno ucciso nei cuori degli uomini la dolce religione della carità e dell’amore! Se Iddio esiste, se è giusto, quel delitto non rimarrà invendicato. Il destino degli individui si compie oltre il mondo, ma il destino dell’umanità deve compiersi sulla terra, e il giorno della rivendicazione è vicino. Questo io dissi: ed eccitato da uno sdegno indomabile, mi rivolsi, e mi avviai risoluto per la foresta. Camminai tutta la notte — non dimenticherò mai quella notte, nè mi affaticherò ora a rimembrarla: inutile cosa! Non fu che sul mattino che io mi avvidi di un favor inatteso della fortuna: quell’abito conteneva un taccuino in cui erano riposte più di centomila lire in carta monetata: non vi erano nè lettere, nè altre indicazioni che mi potessero far conoscere il proprietario di quella somma; tuttavia alcuni indizi mi fecero supporre che quell’ucciso fosse un fornitore dell’esercito francese, forse colpito da qualche proiettile deviato nell’assistere da quel luogo alla battaglia. Incoraggiato da questo soccorso insperato — nè potevo non considerarlo come tale, giacchè mi sarebbe stato impossibile rintracciarne gli eredi — camminai per tre giorni discendendo la corrente, e giunsi alle imboccature del fiume. Passai due mesi presso le sorgenti salate, nascosto nelle vaste paludi che fiancheggiano le sue rive, accettando dai Tartari vagabondi una ospitalità mal sicura e un vitto scarso ed amaro. Ma finalmente il mio denaro mi procurò un posto sopra un brigantino che salpava per l’Italia; mutai nome, assunsi, per una strana casualità, quello che voi portate e giunsi a Genova, libero, ricco, ignorato, sicuro di poter nascondere agli uomini le traccie tenebrose del mio segreto. Mi sentii riconfortato; ero salvo. ⁂ Ma non ero felice, ohimè! non ero felice. Che dico? Io non avevo ancora nulla provato. Che cosa era il mio stato trascorso? Che cosa era il mio delitto medesimo? La sventura non mi aveva mostrato fino a quel giorno che un volto corrucciato; era tempo che ella mi colpisse con tutto il suo sdegno che io sentissi come non solo avevo perduto tutte le mie gioie possibili sulla terra, ma come avevo smarrito ad un tempo l’unico conforto che difficilmente si perde nella vita, la speranza di essere ancora felice. Io devo rammentare un dolore, la cui sola memoria potrebbe sconvolgere e troncare il corso di questa mia triste esistenza, se il dolore avesse il potere di uccidere; io devo dirvi una sventura, su cui la mente atterrita non può arrestarsi, di cui non mi rimembra che un punto, sul quale l’imaginazione sorvola abbrividendo, come sulle nere profondità di un abisso. Margherita era morta. Ecco ciò che io rammento, ecco ciò che io posso dirvi soltanto. Non so se avvenga degli altri uomini ciò che è avvenuto, ciò che suole avvenire di me: non so se il dolore susciti nelle loro anime quelle tenebre che suole suscitar nella mia. È forse una sua pietà? è una sua legge naturale e comune a tutti coloro che soffrono? è una proprietà inerente a questa sensazione? Un grande dolore offusca, ottunde, uccide qua l’intelligenza; essa non lo può sopportare, comprendere, esaminare; allorchè egli si svela, si forma in essa una notte che non si dilegua più che colla vita: quelle tenebre si accrescono cogli anni, diventano più nere, ma nel loro sfondo apparisce un punto luminoso, il quale perdura non meno fino alla morte. Oltre quel punto non vi è nulla, tutti i particolari svaniscono, tutte le salienze si confondono: egli solo è la luce e la sintesi. I miei grandi dolori mi si affacciano in questa guisa, muti, confusi, invisibili, acuti come la lucida punta di un pugnale di cui non si discerne nè il resto della lama, nè la mano che lo brandisce: paurosi come un occhio vigile, fisso, lampeggiante nell’oscurità che ci nasconde la persona che ci guarda... Oh se io potessi dissipare quelle tenebre, contemplare in tutta la loro nudità le mie sventure! — tenebre e luce, notte, sprazzi e baleni: ecco la mia intelligenza, ecco la sofferente intelligenza del pazzo. Ma in quei lampi improvvisi e abbagliati tralucono delle verità che gli altri uomini ignorano; dove finisce la loro comune percettività incomincia la pazzia; ma chi può asserire che non vi sia più nulla oltre quella linea? chi può definire e circoscrivere la potenza di uno spirito? chi può dire che questo stato non accenni il sublime, l’incomprensibile, non segni un grado più elevato dell’umana intelligenza? La saviezza dei saggi fu scritta in miriadi di volumi, ma la saviezza dei pazzi è un libro ignorato, dal quale tuttavia gli uomini non avrebbero dei lievi erudimenti ad apprendere. Non so se vi siate mai trattenuto a meditare sulle tristi proprietà delle tenebre, su quella affinità misteriosa che sembra collegarle alla luce, su quel potere inesplicabile che le diffonde sulla terra come sull’anima umana, che le distende sul regno dello spirito come su quello dei sensi — le tenebre e la luce: i due grandi simboli i due grandi moventi della vita universale, del mondo spirituale e del mondo della materia. Questi due elementi combattono in questi due regni una lotta secolare e antica come l’universo, e nondimeno nessuno di essi prevale. Ove sono le tenebre assolute? Ove è la luce assoluta? Il crepuscolo, la notte, l’oscurità nel mondo fisico, — il dubbio, l’ignoranza, l’errore nel mondo psicologico, segnano i risultati estremi di questa lotta; ma dove prevalgono le tenebre vi è sempre un non so che di arcano e di spaventoso: la notte della terra e la notte dell’intelligenza sono due cose che fanno piangere gli uomini. L’errore e la scienza, l’or dine e il caos, ecco i due limiti estremi nella lotta di questi elementi. A chi sarà dato prevalere? Su quell’esito incerto e lontano si librano i destini dell’umanità e i destini dell’universo. Confidiamo nella luce. Havvi però una cosa sulla quale le tenebre distendono il loro impero inesorabile, ed è la parte più diletta e più dolce della umana esistenza, quella che non ritorna mai più, quella che si rimpiange per sempre, è il nostro passato, sono le nostre memorie. Oh il passato! la soave, la sola, la irrevocabile realtà della vita! L’avvenire e un sogno, e una larva; l’avvenire non esiste: è una aspirazione, verso la quale le anime miti e volgari volano affannose, invocando dal tempo un compenso a ciò che il tempo ha loro involato, ma le anime grandi e severe non possono compensarsi mai di questa perdita: esse gridano ciascuna al passato: «Rendimi i miei anni, rendimi le mie gioie, rendimi la mia felicità e i miei dolori... Oh i miei dolori, la parte più e più adorata di me! Potessi io evocarli dalla lor tomba, numerarli, riprovarli, risentirli ora per ora, istante per istante, ritesserne, ricostruirne la mia vita; dire a me stesso: «Qui ho versato una lagrima, qui ho disperato, qui ho creduto e pregato...» Inutile desiderio! Non rimane dunque più nulla di ciò che è trascorso? Moriamo noi dunque ogni istante? E questo velo che si distende sul nostro passato, che ogni sera si dilata e seppellisce un nuovo giorno, inghiottirà e nasconderà dunque tutto quando l’ultimo giorno sin giunto? E che cosa è questa sete, questo delirio, questa avidità di un tempo che è fuggito, di un tempo che non può più ritornare? ecco l’incomprensibile, ecco le tenebre. Ma se esse fossero piene, impenetrabili, eterne! se ci nascondessero tutto, se ci facessero dimenticare che vi fu un tempo in cui abbiamo gioito e sofferto, in cui abbiamo sperato ed amato... Oh le tenebre hanno in sè una luce sinistra, hanno dei bagliori orrendi! Siete mai disceso in una camera mortuaria illuminata dalla languida fiamma di una lampada? Avete osservato lo spettacolo di orrore che vi si affaccia in quel luogo, quelle ombre che si disegnano sulle pareti e si muovono, quegli oggetti che, illuminati da un lato, presentano dei profili spaventosi variabili, quei cerchi che si dilatano e si restringono sul pavimento ad ogni guizzo della fiamma, quelle linee strane e confuse..., e laggiù, in fondo, in quell’angolo, qualche cosa di nero che non si muove, che non si distingue, che si circonda di tutta l’orribilità dell’ignoto? Tale è la luce delle tenebre, tale è la luce delle memorie. Io vorrei dirvi tutte le mie sensazioni, farvi conoscere tutte le tristi particolarità delle mie sventure, ma con che mezzo ed a che scopo? Come rintracciarle in quella voragine nera, ampia, profonda, che ha inghiottito la mia gioventù ed i miei affetti? E poi, io sono giunto al termine della mia storia, io vi dissi ciò che la mente poteva rimembrare, ciò che la parola poteva esprimere; tutto il resto è inenarrabile. Il dolore sta da sè, non si manifesta, non parla; è una cosa muta, solitaria, ritrosa; tutto ciò che si narra di doloroso non era dolore. Strane tenebrìe delle memorie. Ecco ciò che io ricordo soltanto di Margherita. Quel giorno in cui seppi della sua morte, non mi addolorai, non mi scossi; mi rammento che nevicava, e io passeggiavo per le vie sghignazzando; a notte inoltrata due uomini mi passarono vicino, e uno di essi disse all’altro: «Quell’uomo deve essere pazzo; è da stamane ch’io lo vedo passeggiare così alla neve ridendo». Io pensai tra me: quegli uomini sono insensati. Dopo ciò, vi è un intervallo di oscurità nella mia mente. Passò qualche tempo. Un giorno uscii da un ospedale; ero pallido, debole, sofferente camminavo appoggiandomi alle pareti, e mi riposavo spesso sotto le porte: d’allora in poi passai circa tre mesi nella stanza ove essa era morta; l’avevo affittata, nulla era stato mutato dell’ordine di prima, nessuno vi era ancora entrato; vi trovai un fazzoletto e uno spillo; un uccello morto si era corrotto nella sua gabbia, e all’aprire dell’uscio le penne cadevano giù dalle gretole; io vi passavo tutto il giorno, guardavo le muraglie coperte di ragnatele, e piangevo... Una sera mi trascinai fino al cimitero, chiesi ove l’avevano sepolta, non lo sapevano; divenni furente, corsi tra le tombe gridando e chiamandola a nome; ne fui cacciato; vi ritornai e non mi vollero aprire: una notte ne valicai il muro, vi entrai e vi scavai la terra colle mani... era una notte di marzo, il freddo era intenso, pioveva; al mattino fui trovato svenuto; trasportato nella mia stanza, rinvenni, ma avevo la febbre; fui malato otto mesi, guarii, ma ero pazzo. Ero pazzo! Ecco la terribile condanna che gli uomini hanno pronunciata contro di me. L’hanno essi pronunciata con giustizia? Lo temo, poichè l’amore ardente del bene, poichè l’ineluttabile potenza di un rimorso mi spingono ad opere e a divisamenti diversi troppo dai loro. Il mio rimorso... questa coscienza, o cosa, o sensazione, od oggetto indefinibile sempre, implacabile sempre..., questa voce che grida, questo fantasma che vigila, questo mostro che non si acqueta e non muore!... Avete mai ten tato di analizzare, di conoscere, di definire il rimorso? E ditemi, lo avete fors’anche provato?... Sì, fu in quei lunghi deliri della mia febbre, in quelle notti piene di visioni e di insonnia che l’imagine di Arturo incominciò a presentarsi al mio sguardo; ma non più mite, dolce, avvenente come lo avevo veduto in quel giorno fatale della battaglia..., il suo aspetto era truce, il suo occhio torvo, la sua pupilla iniettata di linfa e di sangue; non batteva palpebra, veniva tutte le notti, si arrestava ritto ed immobile presso di me e mi guardava... Da quei giorni in poi quella visione non mi ha più abbandonato. Vi si aggiunse la memoria di Margherita, e quell’eterno sognare di lei, quel continuo vederla, sentirla, imaginarla morta, sepolta, disfatta, corrosa forse dai vermi... Oh l’orribile cosa! l’orribile insistenza di quelle imagini che mi trassero spesso a maledirne quasi la memoria, come memoria di cosa aborrita! Sperai guarire, sperai indurirmi il cuore; mi gettai nella società, mi avvolsi nel suo fango, amai o volli amare... Inutile tentativo! n’ebbi noia e disprezzo; me ne ritrassi nauseato. Gli uomini che non mi erano sembrati che deboli, m’apparvero allora cattivi: li avevo amati, ora dovevo odiarli o compiangerli. Sentii il bisogno di un isolamento assoluto — tant’è, io ero solo nel mondo, io dovevo esservi solo — mi scelsi un altro angolo di terra, mi ritirai in questa casa, mi sottrassi alla vista della società, alle sue indagini tormentose e crudeli, sperai di vivere in pace gli ultimi giorni di una vita già troppo dilaniata ed offesa; ma ohimè! io non avevo previsto che la solitudine doveva accrescere a mille doppi le mie sventure... Se noi consideriamo le opere, le inclinazioni, le aspirazioni tutte dell’uomo nella vita sociale, ci sembra che egli sia stato creato per la vita del pensiero, e tuttavia non lo è; se lo scopo dell’esistenza è la felicità, la sola attività fisica può metterci in grado di raggiungerla, attutendo, per quanto è possibile, l’attività morale che ce ne allontana. Il pensatore non è mai un uomo felice — l’uomo che medita e l’uomo che soffre. Vi sono tra pensiero e pensiero delle file, dei legami, delle corrispondenze segrete; si passa dall’uno all’altro, si parte da un punto pieno di fede e di luce, e si arriva ad un altro pieno d’incertezze e di tenebre; crediamo di potervici arrestare, ma non è possibile — la vitalità del pensiero non si arresta, non retrocede — egli ci trascina, ci attira nel suo ingranaggio, ci avvolge; si cammina, si cammina, e non si arriva mai ad un porto; quella catena è infinita, quelle fila si distendono nell’eternità; ogni uomo ne percorre un tratto nella sua vita di un giorno, l’umanità le percorre da cinquemila anni: entrambi senza arrestarsi, entrambi senza chiedere ove arriveranno, eccitati da un istinto indomabile, di cui non sanno darsi ragione. Se avviene che esclamino: «Noi siamo prostrati», una voce grida loro: «Avanti, avanti!»; se dicono: «Non abbiamo fede», quella voce ripete: «Credete, camminate, ancora, ancora!....» — Ove si riposeranno? Cosa vi è all’estremità di quella catena? Nulla», dicono gli uomini insensati; «Iddio», dicono gli uomini grandi. — Ma se da questo cammino non fossero stati deviati da un falso fine, essi tutti lo avrebbero potuto percorrere senza dolore. Solamente gli egoisti credono che lo scopo della vita sia la felicità, gli uomini generosi credono che lo scopo della vita sia il dovere. Io mi abbandonai a tutte le divagazioni possibili del mio pensiero; volli smarrirmi con esso, sollevarmi sul mondo reale e obliarlo, rinvenire un compenso nella ricerca costante di quelle verità che intravedevo come tanti punti luminosi nell’oscurità vasta, e profonda della mia mente. Ma quei dolori che avevano atrofizzato ad un tempo la mia giovinezza e trattenuto lo sviluppo delle mie forze, avevano atrofizzato ad un tempo la mia intelligenza. Ohimè! io mi ero arrestato, e non me n’ero avveduto, io avevo deviato dal mio cammino, e credevo di percorrerlo intero; una cosa orrenda, insuperabile, atroce, era venuta a collocarsi sopra di esso, a troncarmi e ad inasprirmi la via: il mio rimorso. Avete mai veduto qualche giovane albero, serrato a mezzo del tronco da un cerchio di ferro che ne solca la corteccia, ingrossarsi li presso, sollevarsi, ritorcersi, formare dei nodi, produrre dei seni e delle bolle, stillare dalle screpolature la linfa, che, salendo piena e vigorosa dalle radici, doveva percorrerne tutte le fibre e creare dei fiori e dei frutti? Così avvenne della mia mente: tutte le sue facoltà furono paralizzate da quell’ostacolo, trattenute, immiserite, costrette a sofferma sulle imagini che egli mi poneva dinanzi. E quelle imagini non mi abbandonavano più; di giorno, di notte, nella luce, nell’ombra, nella veglia, nel sogno, io vedevo la larva di una vita uccisa da me, la larva di una vita morta per me... Quelle visioni erano dappertutto. Spesso nelle notti d’inverno passavo delle lunghe ore seduto presso il focolare, immobile, muto, smarrito in astrazioni profonde e vedevo un tizzo, un ramo, un carbone animarsi, prendere delle forme, assumere dei profili, mutarli, finchè vi discernevo l’imagine di Arturo che mi guardava sogghignando e spariva; rivolgevo ratto lo sguardo, e lo rivedevo al mio fianco; lo vedevo negli angoli, nella oscurità, negli arredi tutti della mia stanza; la notte lo risognavo, ne sen tivo la voce; lo scrosciare dei mobili mi faceva trasalire atterrito, l’eco del mio respiro mi cagionava delle allucinazioni tremende... Sentii che non potevo rimaner solo; un uomo ebbe pietà di me, me gli apersi, ed egli venne a condividere la mia vita. Quell’uomo voi lo avete veduto; possiede solo il segreto del mio delitto e del mio dolore, mi protegge senza ricompensa, e mi soffre senza l’umiliazione del suo disprezzo. Una sera passeggiavo fuori della città, tra gli alberi; guardavo a terra, e mi avvidi che avevo schiacciato, camminando, non so quante di quelle torricelle di creta che le formiche inalzano dopo le pioggie in autunno; ritornai su’ miei passi, guardai... Dio! quante di quelle piccole creature avevo distrutto, quante vite dovevo aver spento in ciascuna delle mie passeggiate! — Fui spaventato da questo pensiero, sentii nuovi rimorsi, non uscii più, mi ammalai; il corpo deperiva, e l’imaginazione cresceva di vigore; non vedevo intorno a me che la morte, non avevo che un’idea fissa e insistente, l’idea della distruzione. Fu in quel torno di tempo che incominciai a raccogliere presso di me quelle creature che avete vedute, e a considerare negli uomini i carnefici e gli assassini di tutti gli altri esseri. Questa considerazione mi allontano da loro; divenni misantropo, ma senza cessare di amarli; poichè il misantropo non è che un uomo il quale ha troppo amato. Non vi dirò le fantasticherie e i deliri di quella vita d’isolamento e di sogni; scrivo da due anni il mio diario, e troverete in esso tutto ciò che dovrei aggiungere a voce per completarvi l’idea del mio carattere. Prendete, leggete queste pagine, e giudicatemi. Io vi dissi che vi sono in me due stati, l’uno conforme alla saggezza comune, l’altro che ne rifugge; vedrete adesso ciò che io meditai e scrissi nell’uno, ciò che imaginai e svolsi nell’altro; potrete emettere un giudizio su me. Andate ora, lasciatemi, poichè io sento ci questo stadio di lucidità nella mia mente sta per cessare, e le tenebre ripiombano come una cortina impenetrabile sulla mia intelligenza offuscata. Le tenebre! Io ve ne ho parlato, ma indarno; ho voluto farvi comprendere che cosa esse siano, che cosa mi nascondano, come discendano sull’anima mia, tetre, fitte, pesanti, piene di singulti, di brividi e di visioni, ma sento adesso come l’imaginazione è impossibile. I segreti della nostra natura, nella cui piena conoscenza sta la infallibile conoscenza dei nostri destini, sono ripartiti tra gli individui; ogni uomo ne ha uno, lo sente e non può svelarlo; se il mistero di cia scuno di essi potesse esser conosciuto, l’intero segreto della vita umana sarebbe violato. Così dicendo, levò disotto le coltri un braccio bianco e sottile, e stringendomi la mano, mi disse: — Addio. Ci separammo: quando fui sulla soglia dell’uscio mi rivolsi e vidi il suo volto cadaverico illuminato da un raggio di sole, che, penetrando dalle persiane, si distendeva in due linee divergenti sul capezzale, e dava alla sua figura qualche cosa di solenne e di santo. Lo guardai commosso, e non sapevo perchè, ma uscii coll’animo conturbato dal suo racconto. Comprendevo che da quell’istante tutto doveva mutarsi nel mio destino; che qualche cosa si era già mutato nella mia indole: sentivo che io non ero più quell’uomo! ⁂ Pronunciando queste parole, il mio amico divenne mesto e pensieroso; e coll’animo assorto profondamente in quelle memorie guardava, senza vederle, le larghe foglie dei luppoli su cui la luce bianchissima della luna percuoteva, producendo uno spettacolo sorprendente, simile all’effetto bizzarro d’una nevicata. La notte era sorta infatti senza che ce ne avvedessimo; il cielo era sì sereno e la luna sì chiara, che la si sarebbe creduta un crepuscolo. E poi la sera è l’istante del maggior movimento in un villaggio: i contadini ritornano a stuoli dai campi, si riaccendono i fuochi, si cacciano le mandre alle stalle, i ragazzi schiamazzano a frotte sulla via, le campane suonano e si rispondono dai paeselli vicini; è un’ora piena di frastuono e di vita. Vincenzo si riscosse e mi disse alzandosi: — Andiamo, ho d’uopo di divagarmi e di uscire alla campagna con te: ti narrerò il resto domani. Ci avviammo per una via fiancheggiata da alcune catapecchie ad un piano, e non avevamo fatto due passi che ci trovammo all’aperto Ero allora assai giovane, e nondimeno erano già scorsi molti anni dacchè non avevo riveduto la campagna. Quale incanto, qual sera! I mandorli e i ciliegi fioriti esalavano profumi di cielo, i sambuchi e i pruni selvaggi, i mentastri e gli amelli — alberi ed erbe della mia terra natale — mi richiamavano mille soavi memorie della mia fanciullezza. Una via come quella, con quelle siepi, con quegli svolti, chiusa così dalle acacie da un lato e dai canneti dall’altro, io solevo percorrerla tutti i giorni nella mia infanzia. Era una costiera che scendeva con un pendìo facile e dolce in una vallata di prati, attraversata da lunghi filari di salici. Vi andavamo tutte le mattine, le mie sorelle, i miei fratelli ed io — eravamo sette, una nidiata; — ci sbandavamo per le vigne, gridando e correndo, raccogliendo le more dei rovi, distaccando colle canne i pappi degli olmi che hanno il sapore dell’acero, facendo uscire i grilli dalle loro gallerie con uno stelo di frumento, guardando le rane a saltar nelle fosse, conducendo sopra un carretto a quattro ruote un merlo, un coniglio, o una gallina di Numidia... e nostra madre ci diceva: «Badate, per carità! che non abbiate ad andare sotto i carri, od a cadere nella fossa; abbiate attenzione; già lo prevedo io... che tornerete a casa colla faccia sciupata e coi calzoni a brandelli...» Che ne è ora di tutto ciò? di me, di essi, di quegli anni? Che ne avvenne? Oh come la vita è diversa dal concetto che ce ne formiamo in quel tempo! come la nostra speranza c’inganna! Dispersi qua e colà pel mondo, erranti come di locanda in locanda, legati a nuove affezioni ed a nuovi doveri, travagliati da un’esistenza fortunosa, chi di noi non rimpiange quei giorni? Non so perchè io scriva questo, ma parlando di Vincenzo, tutto ciò mi ritorna ancora alla mente, e con tale un’onda di affetti, che mi riempie di una commozione viva e ardentissima. E non scrivo io per avvincermi alle mie memorie, per trattenere il passato che fugge, per ritogliere all’oblio inesorabile le care rimembranze delle mia vita trascorsa? Ad ogni modo, coloro tra i miei diletti che leggeranno queste pagine si ricorderanno di un’età in cui erano indubbiamente migliori, si ricorderanno di me; coloro che mi conoscono e non mi amano si ricorderanno che vi fu un tempo nella loro esistenza in cui non avevano che dodici anni. Ma non scriverò altro di quella passeggiata. Eravamo giunti sul limitare dell’uscio, quando Vincenzo, prevenendo un mio desiderio, mi disse: — Tu vorrai conoscere ciò che scrisse di sè quell’infelice; ma le memorie che io ebbi da lui in quel giorno gli furono da me restituite, e andarono, non so come, perdute nel trambusto che seguì alla sua morte. Quelle pagine erano meravigliose, e proverò un rammarico eterno di quella perdita. Non mi sono rimasti di lui che alcuni fogli, scritti in gran parte negli ultimi giorni della sua vita, allorchè la sua infermità e la sua pazzia avevano raggiunto tutto il loro sviluppo possibile. Li leggerai stasera, e io ti narrerò il resto del mio racconto domani. Non trarre da quegli scritti un giudizio su quell’anima grande e infelice; essi gli furono dettati per la maggior parte in istanti di prostrazione e di grandi scoraggia menti, e in quegli intervalli in cui la sua regione era vacillante e alterata. In mezzo a quelle idee disordinate e confuse, vedrai tralucere tuttavia dei lampi di verità e di intuizione profonda: tale era la dote naturale e costante del suo carattere: non domandiamogli conto di ciò che fu opera solamente degli uomini e della fortuna. Mi porse quei fogli e li lessi. Ne ho ricordato alcuni soltanto, ed ecco ciò che essi contenevano:

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QUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMI

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Full text
  2. 02UNA NOBILE FOLLIA
  3. 03QUI SI SCOMPONGONO GLI ATOMI
  4. 04CHE RIUNITI
  5. 05FORMARONO PER XXVII ANNI
  6. 06UN CORPO DELLA RAZZA UMANA
  7. 07CHIAMATO VINCENZO D***
  8. 08NON ARRESTATEVI AD INVOCARMI PACE O MORTALI
  9. 09LA QUIETE DEL MIO SEPOLCRO È INALTERABILE.

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Una nobile follia

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