
Italian Edition
Literature
Vagabondaggio
Italian BooksWhale Edition by Giovanni Verga
Dodici novelle di Verga seguono esistenze precarie, desideri d’ascesa e legami spezzati tra villaggi, città, lavoro e povertà.
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Book introduction
Vagabondaggio
Dal percorso di Nanni Lasca alla malinconia di Lacrymæ rerum, il volume osserva persone costrette a muoversi senza trovare stabilità. Maestri, artisti, lavoratori e figure ai margini affrontano necessità materiali e aspettative deluse. Le dodici novelle accostano ambienti diversi e sviluppano il rapporto fra destino individuale, pressione sociale e trasformazione dei luoghi.
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Giovanni Verga morì nel 1922. Si usa il testo italiano originale, pubblicato dal 1887, nella trascrizione di Wikisource, escludendo note, immagini e aggiunte editoriali moderne.
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Vagabondaggio
Giovanni Verga
Preview chapterVAGABONDAGGIO.Preview
Nanni Lasca, da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba, Ventura e l’Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio. Passavano carri, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d’ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere. E Nanni aveva accompagnato il babbo nei suoi viaggi, per strade e sentieri, sempre coll’allegro scampanellío delle mule negli orecchi. Ma una volta, la vigilia di Natale — giorno segnalato — tornato a Licodia colla lettiga vuota, compare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stava per partorire. — Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina, — gli dicevano tutti all’osteria. E lui, contento come una Pasqua, si affrettava ad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera. Il baio, birbante, che lo guardava di mal’occhio, per certe perticate che se l’era legate al dito, come lo vide spensierato, che si chinava ad affibbiargli il sottopancia canterellando, affilò le orecchie a tradimento — jjj! — e gli assestò un calcio secco.
Nanni era rimasto nella stalla, a scopare quel po’ d’orzo rimasto in fondo alla mangiatoia. Al vedere il babbo lungo disteso nell’aia, che si teneva il ginocchio colle due mani, e aveva la faccia bianca come un morto, volle mettersi a strillare. Ma compare Cosimo balbettava: — Va’ a pigliare dell’acqua fresca, piuttosto. Va’ a chiamare lo zio Carmine, che mi aiuti. — Accorse il ragazzo dell’osteria col fiato ai denti.
— O ch’è stato, compare Cosimo? — Niente, Misciu. Ho paura di aver la gamba rotta. Va’ a chiamare il tuo padrone piuttosto, che mi aiuti. —
Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: — Che c’è? Cos’è successo? Non mi lasciano stare un momento, santo diavolone! — Finalmente comparve sulla porta, sbadigliando, col cappuccio sino agli occhi. — Cos’è stato? Ora che volete? Lasciate fare a me, compare Cosimo. —
Il poveraccio lasciava fare, colla gamba ciondoloni, come se non fosse stata più roba sua. — Questa è roba della Gagliana, — conchiuse lo zio Carmine, posandolo di nuovo in terra adagio adagio. Allora compare Cosimo sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.
— Sta’ zitto, malannaggia! che gli fai la jettatura, a tuo padre! — esclamò lo zio Carmine, seccato dal piagnucolare che faceva Nanni, seduto sulle calcagna.
Cadeva la sera, smorta, in un gran silenzio. Poi si udirono lontano le chiese di Francofonte, che scampanavano.
— La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! — balbettò compare Cosimo, colla lingua grossa dallo spasimo.
— Sentite, amico mio, — disse infine lo zio Carmine, che sentiva l’umidità del Biviere penetrargli nelle ossa. — Qui non possiamo farvi nulla. Per farvi muovere come siete adesso, ci vorrebbe un paio di buoi.
— Che mi lasciate così, in mezzo alla strada? — si mise a lamentarsi compare Cosimo.
— No, no, siamo cristiani, compare Cosimo. Bisogna aspettare lo zio Mommu per darci una mano. Intanto vi manderò un fascio di fieno, e anche la coperta della mula, se volete. Il fresco della sera è traditore, qui nel lago, amico mio. Tredici anni che compro medicine!
— Ha la malaria nella testa il padrone, — disse poi Misciu, il ragazzo della stalla, tornando col fieno e la coperta. — Non fa altro che dormire, tutto il giorno. —
Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un’altra, poi un’altra. Compare Cosimo, sudando freddo, col naso in aria, le contava ad una ad una, e tornava a lamentarsi:
— Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanotte, come un cane?
— Tornerà, tornerà, non dubitate, — rispondeva Misciu accoccolato su di un sasso, col mento nelle mani.
— È andato a caccia nel Biviere. Alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva. Ma ora ch’è Natale deve venire per prendere la sua roba. —
E il ragazzo, mentre ciaramellava, s’andava appisolando anche lui, col mento sulle mani, raggomitolato nei suoi cenci.
Preview chapterIL MAESTRO DEI RAGAZZI.Preview
La mattina, prima delle sette, si vedeva passare il maestro dei ragazzi, mentre andava raccogliendo la scolaresca di casa in casa: con la mazzettina in una mano, un bimbo restío appeso all’altra, e dietro una nidiata di marmocchi, che ad ogni fermata si buttava sul marciapiede, come pecore stracche. Donna Mena, la merciaia, gli faceva trovare il suo Aloardo, già bell’e ripulito, a furia di scapaccioni, e il maestro, amorevole e paziente, si trascinava via il monello, che strillava e tirava calci. Più tardi, prima del desinare, tornava rimorchiando Aloardino tutto inzaccherato, lo lasciava sull’uscio del negozio, e ripigliava per mano il bimbo con cui era venuto la mattina.
Così passava e ripassava quattro volte al giorno, prima e dopo il mezzodì, sempre con un ragazzetto svogliato per mano, gli altri sbandati dietro, d’ogni ceto, d’ogni colore, col vestitino attillato alla moda, oppure strascicando delle scarpacce sfondate; però tenendosi accosto invariabilmente lo scolare che stava più vicino di casa, sicchè ogni mamma poteva credere che il suo figliuolo fosse il preferito.
Le mamme lo conoscevano tutte; dacchè erano al mondo l’avevano visto passare mattina e sera, col cappelluccio stinto sull’orecchio, le scarpe sempre lucide, i baffetti come le scarpe, il sorriso paziente e inalterabile nel viso disfatto di libro vecchio; senza altro di stanco che il vestito mangiato dal sole e dalla spazzola, sulle spalle un po’ curve.
Sapevano pure che era un gran cacciatore di donne; da circa quarant’anni, dacchè andava su e giù per le strade mattina e sera, al pari di una chioccia coi suoi pulcini, era sempre col naso in aria, agitando la mazzettina a guisa di uno zimbello, come un vero uccellatore, in cerca di un’innamorata — senza ombra di male — una che lo guardasse ogni volta che passava, e tirasse fuori il fazzoletto quando egli si soffiava il naso; niente di più; gli sarebbe bastato di sapere che in qualche luogo, vicina o lontana, aveva un’anima sorella. Talchè lungo la perenne via crucis di tutti i giorni egli aveva delle immaginarie stazioni consolatrici, delle invetriate che soleva sbirciare dacchè svoltava la cantonata, e che avevano senso e parole soltanto per lui, alle quali aveva visto invecchiare dei visi amati, o scomparirne per andare a maritarsi — egli solo sempre lo stesso, portando una instancabile giovinezza dentro di sè, dedicando alle figliuole il sentimento che aveva provato per le madri, mulinando avventure da Don Giovanni nella sua vita da anacoreta.
Era come la conseguenza della sua professione; l’incarnazione degli estri poetici che gli occupavano le ore d’ozio, la sera, dinanzi al lume a petrolio, coi piedi indolenziti nelle ciabatte di cimosa, ben coperto dal pastrano, mentre sua sorella Carolina rattoppava le calze, dall’altro lato del tavolinetto, anch’essa con un libro aperto dinanzi agli occhi. Faceva il maestro di scuola per vivere, ma il suo vero stato erano le lettere, sonetti, odi, anacreontiche, acrostici soprattutto, con tutte le sante del calendario a capoverso. Portava, sotto il palettò spelato da un capo all’altro della città, strascinandosi dietro la scolaresca, la sacra fiamma dei versi, quella che fa cantare le giovinette al chiaro di luna sul veroncello, e doveva farle pensare a lui. Sapeva già, come se gliela avessero confidata, tutta la curiosità che doveva suscitare la sua persona, i palpiti che destava una sua occhiata, le fantasie che si lasciava dietro il suo passaggio. Troppo scrupoloso però per abusarne.
Un giorno, lo rammentava sempre con una dolce confusione interna, una giovinetta alla quale andava a dare lezioni di bello scrivere a domicilio, volle regalargli per la sua festa un bel fiore ch’era in un vasetto sulla scrivania, rosa o garofano, non si rammentava pel turbamento che gli aveva fatto velo alla vista. Glielo presentava con un atto gentile, e gli diceva, al vederlo timido e imbarazzato:
— L’ho tenuto lì per lei, signor maestro.
Table of contents
Inside this edition
- 01Full text
- 02VAGABONDAGGIO.
- 03IL MAESTRO DEI RAGAZZI.
- 04UN PROCESSO.
- 05LA FESTA DEI MORTI.
- 06ARTISTI DA STRAPAZZO.
- 07IL SEGNO D’AMORE.
- 08L’AGONIA D’UN VILLAGGIO.
- 09....E CHI VIVE SI DÀ PACE.
- 10IL BELL’ARMANDO.
- 11NANNI VOLPE.
- 12QUELLI DEL COLÈRA.
- 13LACRYMÆ RERUM.
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