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Vita di Dante

Italian BooksWhale Edition by Giovanni Boccaccio

Boccaccio racconta Dante come poeta, cittadino esule e figura fondatrice della letteratura italiana.

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Book introduction

Vita di Dante

La Vita di Dante unisce biografia, ammirazione letteraria e riflessione sulla poesia. Boccaccio ricostruisce la nascita, gli studi, l’esilio e la grandezza dell’autore della Commedia, offrendo una testimonianza precoce del culto dantesco.

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Giovanni Boccaccio morì nel 1375; l’opera fu pubblicata o composta intorno al 1360. Questi dati sostengono la base di pubblico dominio di questa edizione italiana.

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Vita di Dante

DE ORIGINE, VITA, STUDIIS ET MORIBUS VIRI CLARISSIMI DANTIS ALIGERII FLORENTINI, POETE ILLUSTRIS, ET DE OPERIBUS COMPOSITIS AB EODEM, INCIPIT FELICITER.

Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell’antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de’ quali, con matura gravità affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica che ’l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea quella non potere stare in alcun modo.

Mossi adunque più così egregii come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi: le pene, per opposito, a’ colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la Assiria, la Macedonica, la Greca e ultimamente la Romana republica aumentate con l’opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle. Le vestigie de’ quali in così alti esempli non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male seguite, ma intanto s’è disviato da esse che ogni premio di virtù possiede l’ambizione; per che, sì come e io e ciascuno altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d’animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi oficii e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: perciò che noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto della Fortuna, ma non della colpa partecipi. E, come che con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri. Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argomento! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de’ paterni beni, e, se fare si fosse potuto, maculazione della gloriosissima fama, con false colpe gli fur donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l’ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l’altrui case, alquante ancora ne fanno chiare. Se a tutte l’altre iniquità fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhi di Dio, che veggono tutto, non dovrebbe questa una bastare a provocare sopra sé la sua ira? Certo sì. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere. Sì che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza cadere stiamo in piede, niuna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d’alcuno nostro passato, Dio, contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tormento, che appieno supplisca la sua tardità. Ma, perciò che, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d’ammendarle ingegnarci; conoscendo io me essere di quella medesima città, avvegna che picciola parte, della quale, considerati li meriti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, sì come ciascuno altro cittadino, a’ suoi onori sia in solido obligato come che io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello che essa dovea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m’ingegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l’usanza, né basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, acciò che igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire, fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. E scriverò in istilo assai umile e leggiero, però che più alto nol mi presta lo ’ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, acciò che da quello, che egli usò nella maggior parte delle sue opere, non discordi, quelle cose le quali esso di sé onestamente tacette: cioè la nobiltà della sua origine, la vita, gli studii, i costumi; raccogliendo appresso in uno l’opere da lui fatte, nelle quali esso sé sì chiaro ha renduto a’ futuri, che forse non meno tenebre che splendore gli daranno le lettere mie, come che ciò non sia di mio intendimento né di volere; contento sempre, e in questo e in ciascuna altra cosa, da ciascuno più savio, là dove io difettuosamente parlassi, essere corretto. Il che acciò che non avvenga, umilmente priego Colui che lui trasse per sì alta scala a vedersi, come sappiamo, che al presente aiuti e guidi lo ’ngegno mio e la debole mano.

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Oh insensato giudicio degli amanti! chi altri che essi estimerebbe per aggiugnimento di stipa fare le fiamme minori? Quanti e quali fossero li pensieri, li sospiri, le lagrime e l’altre passioni gravissime poi in più provetta età da lui sostenute per questo amore, egli medesimo in parte il dimostra nella sua Vita nova , e però più distesamente non curo di raccontarle. Tanto solamente non voglio che non detto trapassi, cioè che, secondo che egli scrive e che per altrui, a cui fu noto il suo disio, si ragiona, onestissimo fu questo amore, né mai apparve, o per isguardo o per parola o per cenno, alcuno libidinoso appetito né nello amante né nella cosa amata: non picciola maraviglia al mondo presente, del quale è sì fuggito ogni onesto piacere, e abituatosi l’avere prima la cosa che piace conformata alla sua lascivia che diliberato d’amarla, che in miracolo è divenuto, sì come cosa rarissima, chi amasse altramente. Se tanto amore e sì lungo poté il cibo, i sonni e ciascun’altra quiete impedire, quanto si dee potere estimare lui essere stato avversario agli sacri studi e allo ’ngegno? Certo non poco; come che molti vogliano lui essere stato incitatore di quello, argomento a ciò prendendo dalle cose leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, e acciò che li suoi ardori e amorosi concetti esprimesse, già fatte da lui; ma certo io nol consento, se io non volessi già affermare l’ornato parlare essere sommissima parte d’ogni scienza; che non è vero.

Come ciascuno puote evidentemente conoscere, niuna cosa è stabile in questo mondo; e, se niuna leggiermente ha mutamento, la nostra vita è quella. Un poco di soperchio freddo o di caldo che noi abbiamo, lasciando stare gli altri infiniti accidenti e possibili, da essere a non essere sanza difficultà ci conduce; né da questo gentilezza, ricchezza, giovanezza, né altra mondana dignità è privilegiata; della quale comune legge la gravità convenne a Dante prima per l’altrui morte provare che per la sua. Era quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, quando, sì come piacque a Colui che tutto puote, essa, lasciando di questo mondo l’angosce, n’andò a quella gloria che li suoi meriti l’avevano apparecchiata. Della qual partenza Dante in tanto dolore, in tanta afflizione, in tante lagrime rimase, che molti de’ suoi più congiunti e parenti ed amici niuna fine a quelle credettero altra che solamente la morte; e questa estimarono dovere essere in brieve, vedendo lui a niuno conforto, a niuna consolazione pòrtagli dare orecchie. Gli giorni erano alle notte iguali e agli giorni le notti; delle quali niuna ora si trapassava senza guai, senza sospiri e senza copiosa quantità di lagrime; e parevano li suoi occhi due abbondantissime fontane d’acqua surgente, intanto che i più si maravigliarono donde tanto umore egli avesse che al suo pianto bastasse. Ma, si come noi veggiamo, per lunga usanza le passioni divenire agevoli a comportare, e similmente nel tempo ogni cosa diminuire e perire; avvenne che Dante infra alquanti mesi apparò a ricordarsi senza lagrime Beatrice esser morta, e con più dritto giudicio, dando alquanto il dolore luogo alla ragione, a conoscere li pianti e li sospiri non potergli, né ancora alcuna altra cosa, rendere la perduta donna. Per la qual cosa con più pazienza s’acconciò a sostenere l’avere perduta la sua presenzia; né guari di spazio passò che, dopo le lasciate lagrime, li sospiri, li quali già erano alla loro fine vicini, cominciarono in gran parte a partirsi sanza tornare.

Egli era, sì per lo lagrimare, sì per l’afflizione che il cuore sentiva dentro, e sì per lo non avere di sé alcuna cura, di fuori divenuto quasi una cosa salvatica a riguardare: magro, barbuto e quasi tutto trasformato da quello che avanti esser solea; intanto che ’l suo aspetto, non che negli amici, ma eziandio in ciascun altro che il vedea, a forza di sé metteva compassione; come che egli poco, mentre questa vita così lagrimosa durò, altrui che ad amici veder si lasciasse.

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Oh vana fidanza de’ mortali, da quanti esempli altissimi se’ tu continuamente ripresa, ammonita e gastigata! Deh! se Cammillo, Rutilio, Coriolano, e l’uno e l’altro Scipione, e gli altri antichi valenti uomini per la lunghezza del tempo interposto ti sono della memoria caduti, questo ricente caso ti faccia con più temperate redine correr ne’ tuoi piaceri. Niuna cosa ci ha meno stabilita che la popolesca grazia; niuna più pazza speranza, niuno più folle consiglio che quello che a crederle conforta nessuno. Levinsi adunque gli animi al cielo, nella cui perpetua legge, nelli cui eterni splendori, nella cui vera bellezza si potrà senza alcuna oscurità conoscere la stabilità di Colui che lui e le altre cose con ragione muove; acciò che, sì come in termine fisso, lasciando le transitorie cose, in lui si fermi ogni nostra speranza, se trovare non ci vogliamo ingannati.

Uscito adunque in cotal maniera Dante di quella città, della quale egli non solamente era cittadino ma n’erano li suoi maggiori stati reedificatori, e lasciatavi la sua donna, insieme con l’altra famiglia, male per picciola età alla fuga disposta, di lei sicuro, perciò che di consanguinità la sapeva ad alcuno de’ prencipi della parte avversa congiunta, di se medesimo or qua or là incerto, andava vagando per Toscana. Era alcuna particella delle sue possessioni dalla donna col titolo della sua dote dalla cittadina rabbia stata con fatica difesa, de’ frutti della quale essa sé e i piccioli figliuoli di lui assai sottilmente reggeva; per la qual cosa povero, con industria disusata gli convenia il sostentamento di se medesimo procacciare. Oh quanti onesti sdegni gli convenne posporre, più duri a lui che morte a trapassare, promettendogli la speranza questi dover esser brievi, e prossima la tornata! Egli, oltre al suo stimare, parecchi anni, tornato da Verona (dove nel primo fuggire a messer Alberto della Scala n’era ito, dal quale benignamente era stato ricevuto), quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne’ monti vicini ad Orbino, assai convenevolmente, secondo il tempo e secondo la loro possibilità, onorato si stette. Quindi poi se n’andò a Bologna, dove poco stato n’andò a Padova, e quindi da capo si ritornò a Verona. Ma poi ch’egli vide da ogni parte chiudersi la via alla tornata, e di dì in dì più divenire vana la sua speranza, non solamente Toscana, ma tutta Italia abbandonata, passati i monti che quella dividono dalla provincia di Gallia, come poté, se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia, ritornando ancora in sé dell’altre scienzie ciò che forse per gli altri impedimenti avuti se ne era partito. E in ciò il tempo studiosamente spendendo, avvenne che oltre al suo avviso, Arrigo, conte di Luzimborgo, con volontà e mandato di Clemente papa V, il quale allora sedea, fu eletto in re de’ Romani, e appresso coronato imperadore. Il quale sentendo Dante della Magna partirsi per soggiogarsi Italia, alla sua maestà in parte rebelle, e già con potentissimo braccio tenere Brescia assediata, avvisando lui per molte ragioni dovere essere vincitore, prese speranza con la sua forza e dalla sua giustizia di potere in Fiorenza tornare, come che a lui la sentisse contraria. Per che ripassate l’Alpi, con molti nemici di Fiorentini e di lor parte congiuntosi, e con ambascerie e con lettere s’ingegnarono di tirare lo ’mperadore da l’assedio di Brescia, acciò che a Fiorenza il ponesse, sì come a principale membro de’ suoi nemici; mostrandogli che, superata quella, niuna fatica gli restava, o piccola, ad avere libera ed espedita la possessione e il dominio di tutta Italia. E come che a lui e agli altri a ciò tenenti venisse fatto il trarloci, non ebbe perciò la sua venuta il fine da loro avvisato: le resistenze furono grandissime, e assai maggiori che da loro avvisate non erano; per che, senza avere niuna notevole cosa operata, lo ’mperadore, partitosi quasi disperato, verso Roma drizzò il suo cammino. E come che in una parte e in altra più cose facesse, assai ne ordinasse e molte di farne proponesse, ogni cosa ruppe la troppo avacciata morte di lui: per la qual morte generalmente ciascuno che a lui attendea disperatosi, e massimamente Dante, sanza andare di suo ritorno più avanti cercando, passate l’alpi d’Appennino, se ne andò in Romagna, là dove l’ultimo suo dì, e che alle sue fatiche doveva por fine, l’aspettava.

Table of contents

Inside this edition

  1. 01Part 1
  2. 02Part 2
  3. 03Part 3
  4. 04Part 4
  5. 05Part 5
  6. 06Part 6
  7. 07Part 7

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