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Literatura
Mastro-don Gesualdo
Edición BooksWhale en italiano de Giovanni Verga
Un romanzo verista su ascesa sociale, ricchezza, solitudine e destino familiare.
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Introducción del libro
Mastro-don Gesualdo
Mastro-don Gesualdo segue l’ascesa economica di Gesualdo Motta e il prezzo umano della ricchezza, dell’ambizione e dell’isolamento sociale. Verga offre un ritratto severo della società siciliana.
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Giovanni Verga morì nel 1922, e Mastro-don Gesualdo fu pubblicato nel 1889; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana.
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Mastro-don Gesualdo
Giovanni Verga
Capítulo de vista previaPARTE PRIMAVista previa
PARTE PRIMA
Capítulo de vista previaI.Vista previa
Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perchè era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt’a un tratto, nel silenzio, s’udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant’Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:
— Terremoto! San Gregorio Magno ! Era ancora buio. Lontano, nell’ampia distesa nera dell’Àlia, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava l’alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l’allarme anch’esso; poi la campana fessa di San Vito; l’altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant’Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta.
Una dopo l’altra s’erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.
— No! no! È il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista! Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano.
— Don Diego! Don Ferdinando!
— si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso. Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull’acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant’Agata, e quella voce che chiamava:
— Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti? Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell’alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall’alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. Tutt’a un tratto si udì sbatacchiare una finestra, e una vocetta stridula che gridava di lassù:
— Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!
— Il fuoco! Avete il fuoco in casa! Aprite, don Ferdinando!
— Diego! Diego! Dietro alla faccia stralunata di don Ferdinando Trao apparve allora alla finestra il berretto da notte sudicio e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si udì la voce rauca del tisico che strillava anch’esso:
— Aiuto!... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto!
— Ma che ladri!... Cosa verrebbero a fare lassù?
— sghignazzò uno nella folla.
— Bianca! Bianca! Aiuto! aiuto! Giunse in quel punto trafelato Nanni l’Orbo, giurando d’averli visti lui i ladri, in casa Trao.
— Con questi occhi!... Uno che voleva scappare dalla finestra di donna Bianca, e s’è cacciato dentro un’altra volta, al vedere accorrer gente!...
— Brucia il palazzo, capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio!
— Si mise a vociare mastro-don Gesualdo Motta. Gli altri intanto, spingendo, facendo leva al portone, riuscirono a penetrare nel cortile, ad uno ad uno, coll’erba sino a mezza gamba, vociando, schiamazzando, armati di secchie, di brocche piene d’acqua; compare Cosimo colla scure da far legna; don Luca il sagrestano che voleva dar di mano alle campane un’altra volta, per chiamare all’armi; Pelagatti così com’era corso, al primo allarme, col pistolone arrugginito ch’era andato a scavar di sotto allo strame. Dal cortile non si vedeva ancora il fuoco.
Soltanto, di tratto in tratto, come spirava il maestrale, passavano al di sopra delle gronde ondate di fumo, che si sperdevano dietro il muro a secco del giardinetto, fra i rami dei mandorli in fiore. Sotto la tettoia cadente erano accatastate delle fascine; e in fondo, ritta contro la casa del vicino Motta, dell’altra legna grossa: assi d’impalcati, correntoni fradici, una trave di palmento che non si era mai potuta vendere.
Índice
Dentro de esta edición
- 01Full text
- 02PARTE PRIMA
- 03I.
- 04II.
- 05III.
- 06IV.
- 07V.
- 08VI.
- 09VII.
- 10PARTE SECONDA
- 11I.
- 12II.
- 13III.
- 14IV.
- 15V.
- 16I.
- 17II.
- 18III.
- 19IV.
- 20I.
- 21II.
- 22III.
- 23IV.
- 24V.
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