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Literatura
Il fuoco
Edición BooksWhale en italiano de Gabriele D’Annunzio
Un romanzo veneziano di arte, desiderio, teatro, eloquenza e ambizione estetica.
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Introducción del libro
Il fuoco
Il fuoco ambienta a Venezia una storia di arte, amore e volontà creativa. D’Annunzio vi sviluppa una prosa sensuale e teatrale intorno al mito dell’artista.
Edición BooksWhale
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Gabriele D’Annunzio morì nel 1938, e Il fuoco fu pubblicato nel 1900. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione originale italiana.
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Capítulo de vista previaPart 1Leer vista previa
Il fuoco
... fa cotne natura face in foco. Dante.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
21> migliaio.
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I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, coìnpresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,
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Tip. Fratelli Treves.
AL TÈMPO
E
ALLA SPERANZA.
Senza la speranza è imposaibile trovare l'insperato.
Araclito d Efeso. Colai il quale canta al dio nn canto (li speranza, vedrà com- piersi il suo voto.
EscHir.o d'Elecst.
Il tempo è padre dei prodigi. Hartri di Basra.
L'EPIFANIA DEL FUOCO.
l/AxXUNZK). Il l UOVO.
— Stello, non vi trema il cuore, per la prima volta? — chiese la Foscarina con nn sorriso tenue, toccando la mano dell' amico taciturno che le sedeva al tìanco, — Vi veggo un poco pallido e pensieroso. Ecco una bella sera di trionfo per un grande poeta!
Uno sguardo le adunò negli occhi esperti tutta la bellezza diffusa per l'ul- timo crepuscolo di settembre divinamente, così che in quell'animato cielo bruno le ghirlande di luce che creava il remo nel- l'acqua da presso cinsero gli angeli ardui che splendevano da lungi su i campa- nili di San Marco e di San Giorgio 3Iag- giore.
— Come sempre — ella soggiunse con la sua voce più dolce — come sempre ogni cosa è favorevole a voi. In una sera come questa, quale anima potrebbe restar
chiusa ai sogni che vi piacerà di susci- tare con le parole ? Non sentite già che la folla è disposta a ricevere la vostra rivelazione ?
Ella così blandiva 1' amico delicata- mente, lo avvolgeva in una continua lu- singa, lo esaltava in una continua lode.
— Non era possibile imaginare una festa pili magnifica e piìi insolita per trarre fuori della torre d'avorio un poeta disdegnoso quale voi siete. A voi solo era riserbata questa gioia: di poter co- municare per la prima volta con la mol- titudine in un luogo sovrano coni' è la Sala del Maggior Consiglio, dal palco dove un tempo il Doge parlava all' adu- nanza dei patrizii, avendo per fondo il Paradiso del Tintoretto e sul capo la Gloria del Veronese.
Stello Eifrena la guardò nelle pupille.
— Volete inebriarmi ? — disse con una sùbita ilarità. — Questa è la tazza che si offre a chi va verso l'ultimo supplizio. Ebbene, sì, amica mia, vi confesso che mi trema un poco il cuore.
Lo strepito di un' acclamazione sorse dal traghetto di San Gregorio, echeggiò pel Canal Grande ripercotendosi nei di- schi preziosi di porfido e di serpentino
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che in<^*einmano la casa dei Dario incli- nata come una cortigiana decrepita sotto la pompa dei suoi monili. Passava la bissona regale.
— Ecco quella, delle vostre ascoi ta- trici, che la Cerimonia vi comanda d'in- ghirlandare nell'esordio — disse la donna lusinghiera, alludendo alla Regina, — In uno de' vostri primi libri, mi sembra, voi confessate il vostro rispetto e il vostro gusto per i Cerimoniali. Una delle più straordinarie vostre imaginazioni è quella che ha per motivo una giornata di Carlo II di Spagna.
Come la bissona passava presso la gon- dola, i due fecero atto di salutare. Ri- conoscendo il poeta di Persephone e la grande attrice tragica, la Regina si volse per un atto spontaneo di curiosità: tutta bionda e rosea, frescamente illuminata da quel suo gran sorriso che pullulava ine- sauribile spandendosi nei pallidi meandri dei merletti buranesi. Era al suo fianco la patrona di Burano, Andriana Duodo, colei che nella piccola isola industre edu- cava un giardino di refe ove si rinno- vellavano stupendamente antichi fiori.
— Non vi sembra, Stello, che i sorrisi delle due donne sieno gemelli? — disse
la Foscarina guardando l'acqua fervere nel solco della poppa fuggente, ove pa- reva si prolungasse il riverbero del du- plice cliiarore.
— La contessa ha un' anima ingenua e magnifica, una delle rare anime vene- ziane che sien rimaste vivacemente colo- rate a imaginc delle vecchie tele — disse con gratitudine Stello. — Io ho una pro- fonda devozione per le sue mani sensi- tive. Sono mani che tremano di piacere quando toccano un bel merletto o un bel velluto, e vi s'indugiano con nna grazia che è quasi vergognosa d' esser troppo molle. Un giorno, mentre io l'accompa- gnavo per le sale dell' Academia, ella si fermò dinanzi alla Strage degli Innocenti del primo Bonifazio (voi ricordate certo il verde della donna abbattuta che il sol- dato di Erode sta per nccidere : è nna nota indimenticabile !); si fermò a lungo, avendo diffusa per tutta la figura la gioia della sensazione piena e perfetta, poi mi disse: " Conducetemi via, Effrena. Bisogna ch'io lasci gli occhi su quella veste, e non posso più veder altro. ,, Ah, cara amica, non sor- ridete ! Ella era ingenua e sincera parlando così : ella aveva lasciato in realtà i snoi occhi su quel frammento di tela che l'Arte
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espresse, rese og'g'ettive dalla potenza iso- latriee dello stile. La sua voce limpida e penetrante, che pareva disegnare con un contorno netto la figura musicale di cia- scuna parola, dava maggior risalto a que- sta singoiar qualità del suo dire. Talché in quanti l'udivano per la prima volta si generava un sentimento ambiguo, mifsto di ammirazione e di avversione, manife- stando egli sé medesimo in forme cosi for- temente definite che sembravano risultare da una volontà costante di stabilire tra so e gli estranei una differenza profonda e insormontabile. Ma, poiché la sua sen- sibilità eguagliava il suo intelletto, a quanti gli stavano da presso e lo ama- vano era facile ricevere a traverso il cri- stallo della sua parola il calore della sua anima appassionata e veemente. Sape- vano costoro come fossero infinite le sue potenze di sentire e di sognare, e da qual combustione sorgessero le imagìni belle in cui egli soleva convertire la so- stanza della sua vita interiore.
Ben lo sapeva colei ch'egli chiamava Perdita ; e, come la creatura pia attende dal Signore l' aiuto soprannaturale per operare la sua salvazione, ella pareva at- tendere eh' egli la ponesse alfine nello
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stato (li grazia necessario per elevarsi e per rimanere in tal fuoco , verso di cui ella era spinta da un folle desiderio di ardere e di struggersi disperata d' aver perduto fin l'ultimo vestigio della sua gio- vinezza e paurosa di ritrovarsi sola in un deserto cinereo.
— Siete voi ora, Stello, — disse ella col suo tenue sorriso ascondi tore , libe- rando pianamente la sua mano da quella dell' amico — siete voi clie volete ine- briarmi.
— Guardate — esclamò, per rompere il fascino, additando una lenta barca onu- sta che veniva incontro — guardate le vostre melagrane.
Ma la sua voce era turbata.
Guardarono allora passare nel sogno vespertino, su l'acqua delicatamente verde e argentea come le foglie novelle del sa- lice fluviale, la barca ricolma dei frutti Emblematici che davano imagine di cose ricche e riposte , quasi scrigni di cuoio vermiglio recanti in sommo la corona d'un re donatore, chiusi taluni e altri se- miaperti su le interne gemme agglo- merate.
Tia donna ricordò con voce sommessa le parole che Ade rivolge a Persefone nel
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drama sacro, mentre la figlia dì Demetcr gusta la melagrana fatale :
"Quando tu coglierai il colchico in fiore su'l molle prato terrestre, presso la madre dal ceralo peplo, — e come un dì saranno con te le Oceanidi belle, teco su'l molle prato — verrà ne' tuoi occhi immortali un improvviso tedio, il tedio verrà della luco: ti tremerà nel cuore, Persefone, l'anima grande, memore del suo sogno profondo, o Persefone, priva del suo profondo regno. Allora la madre dal peplo cerulo lacrimare vedrai taciturna in disparte. E le dirai: — 0 madre, mi chiama nel regno profondo Ade; mi chiama lungi dal giorno a regnare su l'Ombre Ade; mi chiama sola al suo insaziabile amore Ade.... „
— Ali, Perdita, come sapete diffondere l'ombra su la vostra voce ! — interruppe il poeta , sentendo una notte armoniosa ottenebrare le sillabe dei suoi versi. — Come sapete diventare notturna, innanzi sera! Vi ricordate voi della scena in cui Persefone è sul punto di sprofondarsi neir Èrebo, mentre il coro delle Oceanidi geme ? Il suo volto somiglia al vostro quando s' oscura. Rigida nel suo peplo tinto di croco ella abbandona indietro il capo coronato , e sembra che la notte fluisca nella sua carne divenuta esangue e s'addensi sotto il mento, nel cavo degli
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occhi, intorno alle nari, trasfigurandola in una cupa maschera tragica. E la vostra maschera. Perdita. Il ricordo di voi mi aiutò ad evocare la persona divina, mentre componevo il mio Mistero. Quel piccolo nastro di velluto croceo che voi portate quasi sempre intorno al collo m'indicò il colore conveniente al peplo di Persefone. E una sera, nella vostra casa, congedan- domi dalla soglia d'una stanza dove non erano ancora accese le lampade (una sera agitata dello scorso autunno, se vi sov- viene), riusciste col vostro solo gesto a portare in luce nella mia anima la crea- tura che vi giaceva ancora inviluppata; e poi, inconsapevole di aver promossa quella subitanea natività, scompariste nel- r intimo buio del vostro Èrebo. Ah, io era certo di udire i vostri singhiozzi, e pure correva in me un torrente infrenabile di gioia. Non vi ho mai raccontato questo ; è vero? Avrei dovuto consacrare la mia opera a voi, come a una Lucina ideale. Ella soffriva, sotto lo sguardo dell'ani- matore ; ella soffriva di quella maschera eh' egli le ammirava sul volto e di quella gioia eh' ella sentiva in fondo a lui ripul- lulare di continuo come una scaturigine perenne. Ella soffriva di tutta se stessa :
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non senza una frondosa gliirlanda pel capo della serenissima Andriana Duodo. E per alcuni giorni mi compiacqui cu- riosamente nel convivere con lo spirito d'un patrizio veneto del secolo XVI, or- nato di tutte lettere come il cardinal Bemljo, academico degli Uranici o degli Adorni, frequentatore assiduo degli orti muranesi e dei colli asolani. Certo, io sentivo qualche rispondenza fra il giro dei miei periodi e le massicce cornici d'oro clic circondano le pitture nel sof- fitto dell'aula consiliare. Ma, ahimè, come ieri mattina giunsi a Venezia, e passando pel Canal Grande bagnai la mia stan- chezza nell'ombra umida e trasparente ove il marmo esalava ancora la sua spiritua- lità notturna, sentii che le mie carte va^ levano assai meno delle alghe morte por- tate dal flusso e mi parvero estranee alla mia persona non meno dei Trioniì di Celio Magno e delle Favole marittime di Anton Maria Consalvi ivi citati e comentati. Che fare, allora?
Egli esplorò intorno con lo sguardo il cielo e l'acqua come per discoprirvi una presenza invisibile, per riconoscervi un qualche fantasma sopravvenuto. Un bagliore gialligno diffondevasi verso i lidi
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solitarii clic vi si disegnavano in sottilis- simi lineamenti come le venature opache nelle agate ; in dietro, verso la Salute, il cielo era sparso di leggeri vapori rosei e violetti somigliando a un mare glauco popolato di meduse. Dai Giardini prossimi scendevano gli efiluvii della fronda sa- zia di luce e di calore , cosi gravi che sembravano quasi natanti come olii aro- matici su l'acqua bronzina.
— Sentite l'autunno. Perdita ? — chiese egli all'amica assorta, con una voce ri- svegliatrice.
Ella riebbe la visione dell'Estate de- funta, chiusa nell'involucro di vetro opa- lino e sommersa in fondo alla laguna algosa.
— Mi sta sopra — rispose ella con un sorriso di malinconia.
— Non lo vedeste ieri quando discese su la città? Dov'eravate ieri, verso il tramonto ?
— In un orto della Griudecca.
— Io qui, su la Riva. Non vi sem- bra che, quando gli occhi umani hanno ricevuto un simile spettacolo di bellezza e di gioia, le palpebre si dovrebbero ab- bassare per sempre e restar suggellate? Vorrei parlare stasera di queste intime
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cose, F ordita. Vorrei celebrare in me le nozze di Venezia e dell'Autunno , con una intonazione non diversa da quella clie tenne il Tintoretto nel dipingere le nozze di Arianna e di Bacco per la sala dell' Anticollegio : — azzurro, porpora e oro. D'improvviso, ieri mi si aprì nell'a- nima un antico germe di poesia. Mi tornò nella memoria il frammento d'un poema obliato che incominciai a comporre in nona rima qui a Venezia, quando venni la prima volta navigando, alcuni anni fa, in un settembre della prima giovinezza. Era intitolato appunto V Allegoria del- l'Autunno e vi si rappresentava il dio — non pili inghirlandato di pampini ma co- ronato di gemme come un principe del Veronese e infiammato di passione le vene voluttuose — nell'atto di migrare verso la Città anadiomene dalle braccia di marmo e dalle mille cinture verdi. Al- lora l'idea non era giunta a quel grado d'intensità che è necessario per entrare nella vita dell'arte ; e io rinunziai istinti- vamente allo sforzo di manifestarla intera. Ma, poiché nello spirito attivo come nel terreno fertile non si perde alcun seme, essa ora mi risorge nel momento oppor- tuno a chiedere con una specie d'urgenza
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la sua espressione. Quali fati misteriosi e giusti governano il mondo mentale ! Era necessario che io rispettassi quel primo germe per sentirlo oggi espan- dere in me la sua virtìi moltiplicata. Quel Vinci, che ha fitto il suo sguardo in ogni cosa profonda, ha voluto certo significare tal verità con quella sua fa- vola del grano di miglio che dice alla formica : " Se mi fai tanto piacere di la- sciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. „ Am- mirate qual tócco di grazia in quelle dita che spezzavano il ferro! Ah, egli è pur sempre il maestro incomparabile. Come farò io a dimenticarlo per abbandonarmi ai Veneziani ?
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- 24Part 24
- 25Part 25
- 26Part 26
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- 29Part 29
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