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Fede e bellezza

Édition BooksWhale en italien par Niccolò Tommaseo

Un romanzo italiano di fede, sentimento, introspezione morale e tensione patriottica.

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Introduction du livre

Fede e bellezza

Fede e bellezza intreccia sentimento, religione, coscienza morale e passione civile. Tommaseo costruisce un romanzo intimo e spirituale legato al clima culturale dell’Ottocento italiano.

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Niccolò Tommaseo morì nel 1874, e Fede e bellezza fu pubblicato nel 1840. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione originale italiana.

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Fede e bellezza

Libro primo

Scendevano il fiume. Le rive, or accostate, or ritraendosi in seni ameni, or lasciando all’acque quiete ampio letto, mostravano qui l’ombre rade e là conserte, qui l’erboso declivio, là ’l poggio sassoso, segnato di sentieretti che s’inerpicano lenti per l’erta. L’erbe che facevano sdrucciolevoli gli scogli dappiede, col verde vivo avvivavano il luccicare de’ fiori sopra tremolanti: e sotto il ciel placido e fosco parevano gli alberi spandere il flusso marino; e scossa ad ora ad ora da un buffo di vento gocciolava la pioggia: sotto la pioggia vogavano taciti affannosamente pescatori, uomini e donne, a cercare nell’alto il vitto alla povera famigliuola. Gli era di giugno, ma rigido il tempo e mesto: se non che una modesta pace, una letizia raccolta spirava nell’aria, simile alla malinconia di timida giovanezza. Il canto lontano del gallo chiamava a destarsi la natura dormente: e molti uccelli con le vispe lor voci facevano alla primavera restia dolce invito. Maria guardava alle nubi, all’acque dell’Odet, a Giovanni: egli sotto le nebbie di Bretagna pensava all’Italia.

Sbarcarono a dritta: e lasciat’ire il barchetto a Benodet, si raccolsero in una casuccia abbandonata, e misero fuori un desinarino di verdura, ova, frutte; e il sedile ch’era lor mensa e la terra sparsero di fiori gialli, bianchi, celesti, colti sui massi sporgenti. Finito, sedettero sull’orlo dell’acque, che ’l cielo era un po’ serenato, e dopo breve silenzio, Maria cominciò:

Voi volete da me la mia vita: e io l’ho promessa. Ma, v’avverto, né il bene né il male (e il male è grande) vi potrò dire intero. Che mai sono i fatti senza gli affetti? E come narrare gli affetti? Pure dirò.

Comincio da cosa ch’ho già detta, e ambisco ridire: ch’i’ ho vensett’anni. Sui trentasette, se ci s’arriva, chi sa se saremo tanto sinceri? Quant’io senta di dovere a Dio dell’essere nata di donna senese, non saprei dire. I dolci suoni della favella materna, a me già ’mbevuta d’altra lingua e travolta nel vano vivere di Francia, venivano potenti, come ad uomo intirizzito ne’ ghiacci di Russia verrebbe non la memoria ma il vivo calore del sol di Toscana. D’una canzoncina semplice, che mia madre cantava con voce languida ma sicura, cantava nelle purissime sere d’estate lavorando accanto alla finestra, di faccia a un tabernacolino ornato di fiori, due versi di questa canzoncina dicevano:

Delle viole a ciocche

d’ogni stagion ce n’è.

Io quando in Francia, ne’ teatri, ne’ balli, nelle chiuse stanze amorose, mi s’offriva un fiore alla vista, pensavo sovente alla canzone toscana, al roseo candor di mia madre, alla Vergine: e quindi una tenerezza dolorosa, un rimorso desiderato.

Vivevamo in Pisa, dov’era accasata una sorella di mia madre, a lei cara: mio padre, capitano nelle guardie del Buonaparte e suo concittadino, sempre lontano da lei, non le aveva dato che il tempo d’innamorarsene tanto da sospirarlo sempre e tremare per esso. Le sue lettere che venivano or di ponente, ora di settentrione, e narravano gli orrori della guerra con parole di festa; eccitavano in me la voglia di vedere luoghi diversi, d’udir cose nuove. La fantasia cavalcava allegra col padre, il cuore gemeva sereno colla madre, e prendeva qualità da quella pia mestizia mansueta.

Caduto Napoleone, mio padre ottenne a stento un impieguccio in Bastia: ivi raccolse la sua famigliuola. Di que’ tre anni ho poche memorie: solo mi rammento che il tragitto sul mare mi parve infernal cosa; e che a’ poggi arridenti a Bastia avevo sempre gli occhi nel passeggiar con mia madre la sera lungo le onde con lento mormorio leggermente spumanti.

Il diciassette, ch’i’ avevo ott’anni, mia madre morì. Non ne provai gran dolore, ma come uno stordimento; e corto: perché mio padre sentendosi inabile a educarmi egli stesso, mi rimandò in Pisa; dove la zia, di più gaio umore, e non più rattenuta dalla soave severità di mia madre, mi venne moltiplicando i trastulli. Pure, a giorni, le gioie semplici e meste mi tornavano care: la pioggia sui fiori, la luna sull’acque, un bello stellato tra le snelle colonne e gli archi leggiadri del cimitero di Pisa.

Chapitre d'aperçuPart 2Aperçu

Un vincolo, e non mio, m’obbligava a lui. Grandi spese facev’egli in casa, ch’era rincalzo alle faccende un po’ dissestate di quella donna. Cosa ch’avrei aborrito di soffrire per me, mi ci adattavo per essa. Si prese (com’ell’era solita per i dozzinanti ogni state), una villa in affitto co’ danari di lui. Tuttoché spensierata, sentivo avvicinarsi quell’ora che mi pareva tremenda perché inevitabile.

Per conoscere il mio stato e me stessa e questa donna che mi diventava ogni giorno più buia, una mattina, sedute in giardino, le entrai di codesto. Ella, presami, e posato sulle ginocchia il mio capo, come soleva, e chinando voluttuosamente gli occhi sugli occhi miei, e baciandomi con baci ardenti, rompeva le mie parole. — Terribili amori (pensavo) deve aver fatti e patiti costei! — Tuttavia risoluta a dire e a sentire qualcosa, ripigliavo i miei dubbi tra’ suoi baci. Ed ella:

"Tu se’ pur bambina! Mattuccia, che credi? Non saresti la prima. Non si muor, sai? Quando poi finisce in un bel matrimonio! Gli è ’l modo d’arrivarci più presto".

"Ma se?..."

"Che, ti pare? Quella gente se ne fanno un punto d’onore. Non ti parlo di me, né del bene che tu mi puoi fare. Le cose mie..."

E sospirò. Io soggiungevo: "Ma si potrebbe..." Allora questa donna mi prese, posata com’ero su lei, mi rizzò come una bambina d’ott’anni, e senza guardarmi uscì scotendo il ventaglio in atto d’ira e di spregio. Quel dispregio mi vinse. Essere sospettata di semplicità parvemi insopportabile: mi vergognai de’ rimorsi e della dignità dell’anima mia. Dopo lungamente scherzato col disonore, in quel momento me gli sposai: mi sentii perduta, e venduta.

Giunse la sera, tranquilla, odorata, tiepida, lieta di stelle. Lo sguardo, tra le fronde appena tremolanti che vestivano il dolce pendio, ritrovava l’onda argentata del fiume, e si perdeva con quella. La pace serena della terra e del cielo m’erano gravi; socchiusi la finestra, crollando il capo (chi sa che cosa il Russo pensò di quell’atto?), e mi misi a sedere; e disperata, con un pensiero che non andò certamente perduto, raccomandai a Dio la povera vita mia. Cedei, non concessi: senza piacere, senza rimorso; non inebriata ma astratta.

Venne a grado a grado il piacere: venne pur troppo. Stimavo dover mio attaccarmi tutta a lui, come moglie fida a marito: e la paura di perderlo, d’offenderlo, di non gli gradire ogni giorno più, mi faceva sommessa, sollecita, timida del consentire, timida del negare, cupidamente pudica. Sotto l’ombra quasi del dovere crescevano i desiderii: il corpo macchiato, ma l’animo forse era più puro di prima, ché il fatto attutava e addirizzava la vaga fantasia. Sentivo il bisogno di Dio: e or sola or seco (che ci veniva non devoto ma docile come bambino) nelle chiese di campagna, laddove all’alte finestre un albero inchinato del vento fa capolino, e le empie di verdura, e lista d’ombra tremule il lastrico screpolato, oravo breve ma caldo. Egli era sempre intorno a me, supplichevole, quasi sopraffatto da’ desideri insaziati, e attonito della potenza loro, e immemore degl’impeti antichi: liberale di presenti, de’ quali io ricusavo gran parte, o li serbavo a quella donna, sempre più impicciata sì che mi faceva pietà. E la fuggivo. Il sorriso suo lusinghiero e il balenare degli occhi mi sapevano di lenocinio: ed ella pareva adesso vergognosa di me. Ne’ momenti quand’ero sola, mi sentivo svogliata, affranta come bracciante che torna da disamata fatica: non più leggere, non più lavorare. Seduta sul poggio di Meudon, guardavo lunghissimamente il bosco a diritta, la Senna a manca, di faccia Parigi. Potessi ancora montare quegli scalini, e seduta sull’angolo della terrazza, raccogliere a uno a uno i pensieri che cadevano languidi sul verde sottoposto, e rifarli nel pentimento! Rimeditavo su quell’altura i baci, gli sguardi, ricomponevo il peccato, pensando alle parole di lui, interpretando i silenzi, esagerando i timori e i desideri, e questi aguzzando con quelli; fattomi del piacere tormento.

Chapitre d'aperçuPart 3Aperçu

Nulla più insopportabile ad orgoglio delicato, dell’essere sospettata in voi debolezza non vera, ma non impossibile. La stessa probabilità della cosa addolora o indispettisce. Vidi che non si poteva ire innanzi così: feci un animo risoluto; e, un giorno che sedevamo sulla gradinata vicino alla fonte del Lussemburgo:

"Rosa," le dissi "tu hai dei pensieri che tu non mi vuo’ dire."

"Non è vero."

"Non chieggo di saperli da te, né mi dolgo del tuo silenzio. Io farei forse il medesimo: non avrei forse la tua virtù."

La mi cinse col braccio la persona, e non disse parola. Io seguitai:

"Ti ringrazio della fiducia ch’ha’ in me: ti ringrazio dell’amor tuo. Ma non posso soffrire che tu patisca."

Ella arrossendo:

"Maria, tu t’inganni."

"No, non mi inganno. L’amore è cosa delicata: so quanto poco ci vuole a appannarlo: e appannarlo talvolta è peggio che infrangerlo. Così nol sapessi! Lascia ch’io m’allontani."

La mi guardò accorata, abbattuta. I’ la baciai.

"Per poco. Quando sarò maritata, se pur sarò... (questo dissi con un fiero presentimento, che mi passò come coltello nel cuore)... potremo rifar casa insieme. Intanto ci vedremo sovente. Verrai: non è vero?"

"Se verrò!" Sclamò ella: poi come ravvedendosi:

"Ma perché distaccarci?"

Questo disse sommessamente, e quasi arrossendo. Ci leggevamo nel cuore entrambe, e sapevamo che il silenzio meglio d’ogni parola diceva i sentir nostri. Tacque un poco, e poi ripigliò:

"Tu rispetti l’amor mio, io la tua delicatezza, o Maria. Lo sa Dio s’io ti stimi; e so che tu m’ami. Pensa ch’hai qui una sorella. A ogni disgrazia, a ogni dolore, il giorno, la notte, s’hai bisogno di difesa, di ricovero, vieni. Tu sarai sempre la mia Maria."

M’abbracciò lagrimando. Soggiunsi:

"Spero che Dio mi provvederà di lavoro. Se mai te n’avanza, ricordati di me poveretta."

Ella, stringendo il mio capo al suo seno:

"Per il tuo campamento non temere, temi per il cuor tuo, povera Maria."

Questa parola parve che mi pungesse: ma poi quante volte la mi venne a mente, e con quanta tenerezza!

Mi trovai due stanzine allegre a un quinto piano, in via dell’Este; che davano sul giardino del Lussemburgo, e dominavano il grigio de’ tetti e il verde de’ campi; fuor di Parigi perché più su di Parigi. Rosa non si volle trovare al mio distacco: mi portai da me a pezzolate quella poca di roba. Soletta lasciai quella casina già cara; soletta entrai nelle mie povere stanze: m’inginocchiai, volta al sole di giugno che moriva sereno, e pregai.

Ma quella solitudine deserta cominciava a farmisi grave, e le memorie ad accorrere com’aria che faccia forza d’entrar nel vuoto; e, dalle memorie covati, i desiderii; dapprima lontani e languidi; poi, cupi o caldi, ma prossimi, e pesanti sull’anima fragile. Con Rosa parlavo italiano, vedevo passeggiando un po’ di campagna: adesso tutte le ore uguali, senz’aspettazione di cosa nuova, come chi naviga senza veder altro che mare. Rosa veniva: ma anch’ella doveva badare alla casa, al damo: e che cos’è la visita d’un’ora in una giornata solitaria? Poi, in due, s’hanno tante piccole comodità che, a star soli, mancano. A me s’affaceva il vitto povero, ma certi disagi non li potevo. Questa nostra società è così bene congegnata, che una donna sola non ci campa che o guitta o colpevole. Allora mi ricordai della mia zia d’Aiaccio: scrissi, confessando in ombra i miei falli, chiedendo ricovero. Nell’impostar quella lettera mi pareva di buttare in un bossolo la sorte mia.

A star sempre china al lavoro, mi si cominciò a guastare lo stomaco: sentii bisogno di moto. Per dar meno nell’occhio, appena giorno, uscivo nel giardino di faccia a passeggiare soletta. Rientravo alle sei, mi facevo un caffè e latte (di quel che chiamano latte a Parigi); e così me ne stavo a languire fino alle sei della sera. Nel passeggiare rincontrando chi volesse attaccar discorso, fingevo di non intendere il francese, e svoltavo ratta.

Table des matières

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  1. 01Part 1
  2. 02Part 2
  3. 03Part 3
  4. 04Part 4
  5. 05Part 5
  6. 06Part 6
  7. 07Part 7
  8. 08Part 8
  9. 09Part 9
  10. 10Part 10
  11. 11Part 11
  12. 12Part 12
  13. 13Part 13
  14. 14Part 14
  15. 15Part 15
  16. 16Part 16
  17. 17Part 17
  18. 18Part 18
  19. 19Part 19
  20. 20Part 20

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