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Letteratura

Fosca

Edizione BooksWhale in italiano di Iginio Ugo Tarchetti

A landmark Italian psychological novel of obsessive love, illness, beauty, and destructive desire.

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Introduzione al libro

Fosca

Fosca follows Giorgio through a disturbing attachment to the sickly and intense Fosca, setting erotic fascination against guilt, nervous collapse, and the darker edges of Romantic sensibility. Tarchetti’s novel is a central work of the Scapigliatura movement and an important Italian study of obsession and psychological unease.

Edizione BooksWhale

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Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.

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Iginio Ugo Tarchetti died in 1869, and Fosca was first published in the nineteenth century. The Italian Wikisource transcription is based on an 1874 public-domain edition.

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Fosca

Capitolo in anteprimaI.Anteprima

Mi sono accinto più volte a scrivere queste mie Memorie, e uno strano sentimento misto di terrore e di angoscia mi ha distolto sempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita di me. Temo immiserire il valore e l’aspetto delle mie passioni, tentando di manifestarle; temo obbliarle tacendole. Perchè ella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentito gli altri — l’eco delle altrui sensazioni si ripercuote nel nostro cuore senza turbarlo — ma dire ciò che abbiamo sentito noi, i nostri affetti, le nostre febbri, i nostri dolori, è cómpito troppo superiore alla potenza della parola. Noi sentiamo di non poter essere nel vero.

Ho pensato spesso con gioja alla rovina che il tempo va facendo nelle mie Memorie; più spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! È uccidersi, è rinunciare a quell’unico bene che possediamo realmente e impreteribilmente, al passato. Chè se si potessero dimenticare soltanto le gioie, forse l’oblio potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita.

Il passato è la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamo caro, perchè ci fa fede dell’accorciarsi progressivo dell’esistenza. Un’avidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro un’ora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare.

Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto, è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perchè scrivo.

Vi fu un tempo in cui avrei voluto fare un libro delle cose che sto per raccontare: un’inclinazione che i casi della mia vita avevano combattuto per tanti anni, ma nè dominata nè vinta, mi aveva trabalzato già tardi, già vecchio d’ingegno e di cuore, nel mondo della pubblicità e delle lettere. Io non vi aveva potuto portare che le memorie di una gioventù ricca di molte passioni, di una vita lungamente e orribilmente angosciata. Ove l’arte avesse trovato in me valore pari alla grandezza del soggetto, il racconto che mi accingeva a scrivere mi avrebbe forse procurato un successo clamoroso. Nondimeno me ne astenni. Gettare nel fango della pubblicità il segreto de’ miei dolori, sacrificarlo alle vuote soddisfazioni della fama sarebbe stata debolezza indegna del mio passato. Io scrivo ora per me medesimo. Non avrei mai osato violare la sola religione che è sopravvissuta alla rovina della mia fede, la religione delle mie memorie.

Su questo vecchio quaderno su cui ho tentato già tante volte d’incominciare il mio racconto, vi sono molte cancellature che non posso più decifrare. Temo che il tempo abbia pure cancellate dalla mia anima non poche delle sue rimembranze.

Questi fogli su cui la mia anima si è arrestata tante volte, trattenuta da un terrore che non poteva vincere, mi accompagnano già da cinque anni nelle mie faticose peregrinazioni. Sulla maggior parte di essi vi è scritto nulla; pure sembra che il mio pensiero vi abbia tracciato delle cifre misteriose e solenni, tanto vi ho meditato sopra, guardandoli. E li svolgo nell’ansietà di leggerli, e osservo con melanconia i piccoli acari della carta che fuggono lungo le loro pieghe ingiallite.

Sì, sono oramai cinque anni! Le cause del mio terrore non hanno cessato di esistere, perchè il mio cuore non è di quelli che dimenticano, ma, comunque sia, questo terrore è dissipato. Mi sento ora il coraggio di ricordare e di scrivere. Ora che tutto deve essere finito!

Mi guardo spesso d’intorno come fossi rimasto solo nel mondo, come se le illusioni che mi avevano accompagnato sin qui fossero state cose vive e sensibili, come dovessi rivederle al mio fianco. Era venuto innanzi solo nella vita, e non mi era accorto mai di esser solo. Ma ora! Ho provato la solitudine della società, e l’ho spesso cercata con ardore, l’ho cercata anzi sempre; quella è nulla. È la solitudine delle passioni che è orribile!

Capitolo in anteprimaII.Anteprima

Sarebbe inutile riandare sugli anni che hanno preceduto gli avvenimenti che sto per raccontare. Io non voglio afferrare che un punto della mia vita, non voglio metterne in luce che un istante. Chi oserebbe affacciarsi allo spettacolo intero della sua esistenza, spiare nelle sue pieghe tenebrose, e ritesserne tutta la storia?

La mia gioventù trascorse piena, ricca, feconda. La fortuna, a dir vero, non m’era stata assai prodiga dei suoi favori; ma che cale alla gioventù della fortuna? Quella è l’età della forza, del coraggio, della baldanza; è allora che si raccolgono a piene mani i frutti che maturano nel giardino della vita, che si accosta alle labbra la coppa inebbriante della felicità: a quell’età si fruisce di un bene che non si conosce e non si esperimenta mai più nell’avvenire, mai più — la mite e affettuosa indulgenza degli uomini.

Non ho mai potuto indovinare se la mia natura fosse piuttosto incompleta che esuberante; ma in qualunque modo, egli era ben certo che io mi innalzava sul livello delle nature comuni. La ripugnanza che ho sentito, e che sento ancora per tutto ciò che è convenzionale, per tutto ciò che è metodico, non proveniva già dalla mia educazione, ma da una disposizione speciale del mio carattere. Non mi importava di essere da più o da meno degli altri uomini, mi bastava di esserne diverso.

In tutta la mia vita ho operato come ho pensato — convulsivamente. Dicono che i leoni si trovano in uno stato di febbre continuo. Ignoro quale medico abbia potuto accertarsi di questo fenomeno, come avrebbe fatto al capezzale di un infermo; ma sia ciò vero o non vero, sia la mia natura debole o forte, non vi è dubbio che io ho provato sempre una specie di agitazione febbrile e convulsa simile a quella.

Io mi sono divorato la vita. Io non potrei misurare la mia età colla stregua ordinaria del tempo.

Aveva ventotto anni allorchè successero gli avvenimenti che sto per raccontare. La rivoluzione mi aveva trascinato già da tempo nelle sue file, quasi mio malgrado. Deviato da’ miei studi, combattuto nelle mie inclinazioni, mi era indotto a rimanere nell’esercito ove aveva ottenuto grado di ufficiale. Io vi militava da cinque anni, allorchè colpito da una grave malattia di cuore dovetti chiedere una lunga licenza, e ritirarmi nel mio villaggio natale. Gravi rovesci di fortuna mi avevano impedito di camparmi la vita in altro modo che coll’essere inscritto nei ruoli di un reggimento, e far pompa del mio costume di capitano. E dico ciò perchè allora la guerra era cessata, e mi vergognava spesso di quell’inazione ricompensata sì largamente. Io riscuoteva un lauto assegnamento sulle casse dello Stato.

Non parlerò adesso dei dolori che avevano provocata quella mia malattia. Essi appartengono ad un’altra epoca della mia vita; furono il frutto di una passione che, ove non mi fosse inspirata dal più nobile dei sentimenti, avrebbe coperto di onta il mio passato. Nondimeno quei dolori furono enormi, e se non ebbero il potere di uccidermi, è perchè tal potere è spesso negato al dolore.

In capo ad un anno aveva richiesta l’attività, non già che la mia salute fosse migliorata, ma perchè mi sarebbe stato impossibile rimanere più a lungo nel mio paese natale. Quella vita di solitudine e di meditazione avrebbe finito coll’uccidermi. Chi ha vissuto un tempo nelle grandi città non può più adattarsi alla vita dei villaggi; non può impicciolire le sue vedute, le sue idee, le sue abitudini fino alle proporzioni meschine, e spesso ridicole, che dà alle proprie la gente delle campagne. Io ho considerato sempre i piccoli villaggi come centri d’ignoranza, di barbarie, spesso anche di corruzione. Sono essi, a mio credere, che arrestano il corso della civiltà, che si pongono tra le ruote del suo carro. Se tutti i punti abitati della terra fossero Londra, Pietroburgo, Parigi, Roma, Berlino, il quesito la cui soluzione affatica da secoli l’umanità sarebbe risolto all’istante.

Indice

In questa edizione

  1. 01Fosca
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05IV.
  6. 06V.
  7. 07VI.
  8. 08VII.
  9. 09VIII.
  10. 10IX.
  11. 11X.
  12. 12XI.
  13. 13XII.
  14. 14XIII.
  15. 15XIV.
  16. 16XV.
  17. 17XVI.
  18. 18XVII.
  19. 19XVIII.
  20. 20XIX.
  21. 21XX.
  22. 22XXI.
  23. 23XXII.
  24. 24XXIII.
  25. 25XXIV.
  26. 26XXV.
  27. 27XXVI.
  28. 28XXVII.
  29. 29XXVIII.
  30. 30XXIX.
  31. 31XXX.
  32. 32XXXI.
  33. 33XXXII.
  34. 34XXXIII.
  35. 35XXXIV.
  36. 36XXXV.
  37. 37XXXVI.
  38. 38XXXVII.
  39. 39XXXVIII.
  40. 40XXXIX.
  41. 41XL.
  42. 42XLI.
  43. 43XLII.
  44. 44XLIII.
  45. 45XLIV.
  46. 46XLV.
  47. 47XLVI.
  48. 48XLVII.
  49. 49XLVIII.
  50. 50XLIX.
  51. 51L.

Disponibilità lingue

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