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Letteratura
L’illusione
Edizione BooksWhale in italiano di Federico De Roberto
Un romanzo italiano su ambizione, desiderio, disincanto sociale, psicologia e vita aristocratica.
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Introduzione al libro
L’illusione
L’illusione analizza passioni, aspettative, matrimoni, delusioni e meccanismi sociali con lo sguardo acuto di Federico De Roberto. Questa edizione italiana originale interessa i lettori di realismo, romanzo psicologico, società aristocratica e narrativa siciliana.
Edizione BooksWhale
Come è stata preparata
Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.
Base di pubblico dominio
Perché può essere condivisa
Federico De Roberto morì nel 1927, e L’illusione fu pubblicato per la prima volta nel 1891. Queste date sostengono la base di pubblico dominio di questa edizione originale italiana.
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L’illusione
Federico De Roberto
PARTE PRIMA.
Capitolo in anteprimaI.Anteprima
— Il nonno! Il nonno!... Arriva!... È qui!...
Lasciata a precipizio la finestra insieme con Lauretta, ella si mise a correre per le stanze, gridò dinanzi all'uscio della mamma:
«È arrivato!... È qui!...» scappò a dare l'allarme alle persone di servizio, e tornò verso la sala, chiamando:
— Nonno!... Nonno!... Eccoci, nonno!...
Il nonno, seguìto dal portiere e dal facchino con le valigie, era a mezza scala quando la vide scendergli incontro. Abbracciandola e baciandola sulle due guancie, esclamò:
— Teresa!... Come stai? come sta la mamma?...
— Bene, nonno... tutti bene!... anche Lauretta.... Dov'è andata?...
To': eccola lì!
E scoppiò a ridere perchè la sorellina, rimasta indietro, ansimante, cominciava appena allora a scendere i gradini, uno alla volta, strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora risalì di corsa e traversò di nuovo la casa, gridando:
— Mamma!... Ohè, mamma!... È qui!...
Come la mamma, un po' pallida, usciva dalla sua camera mezzo buia, le si buttò addosso, con le braccia in aria:
— Vieni anche te!... Fai presto! Eccolo, guarda!
E mentre il nonno, entrato, abbracciava la sua figliuola, lei gli girava intorno, saltellando, tirandolo per le falde dell'abito, rovesciando domande su domande:
— Ma quando sei partito?... Quanti giorni sei stato per via?... Hai avuto un bel viaggio?... Cosa si dice in quel brutto Milazzo?... Nonno, ohè nonno!...
Tacque subito, quando lo udì chiedere, sottovoce:
— Dov'è tuo marito?
— È andato fuori....
Anche la mamma aveva risposto piano; tutti e due restarono un pezzo a parlare in disparte, poi il nonno se ne andò in camera sua a disfare le valigie, in mezzo a Lauretta che lo aiutava, seria e composta, ed a lei che gli metteva sossopra ogni cosa, ricominciando a interrogarlo:
— Nonno, da quanto tempo non venivi a Firenze?.. A questo Senato non ci vuoi proprio andare?... Vai a Torino pel Senato? Ah, è bella Firenze!... Io vo' star sempre nella mia bella città!... Senti una cosa, nonno: a Milazzo non ci ritorno, di sicuro!...
— Se ci tornano babbo e mamma, — osservò Lauretta — ci tornerai anche te.
Il nonno smise di sistemare i suoi effetti per stampare dei baci sulle guancie magroline della bimba.
— Così parlano le ragazze a modo!... Queste son le nipotine che fanno la gioia dei nonni!...
Ella scosse il capo, si mise un dito sul mento e guardò il nonno di sottecchi.
— Bravo, ed io non conto, eh?... E tu non vuoi sentirti chiamare _Bià_, come ti dicevo quand'ero piccina?..
E il nonno si chinò ancora su di lei, la baciò in fronte, chiedendo con un sorriso:
— Adesso sei una donnina matura?
— Ho dieci anni!
— Vuol dire che è tempo di metter la testa a partito. Io so che ne hai fatte delle tue, che hai dati dei dispiaceri alla mamma!...
— Chi te l'ha detto?...
— Lo so... che t'importa?... Non è vero, Matilde?
La mamma che entrava in quel momento, si strinse a fianco la bambina, mormorando:
— Sì, ma non ne darà più; l'ha promesso, l'ha giurato, questo amorino...
Entrò anche Miss, per riverire il barone, chinandosi tutta d'un pezzo, come se avesse inghiottito il manico della granata, e per avvertire poi alle piccine:
— Maintenant, mademoiselles, c'est l'heure de votre leçon.
Laura quasi stava per seguirla, quando lei saltò su:
— Ah, vous savez, Miss, aujourd'hui c'est fête... c'est l'arrivée de grand-papa; on ne travaille pas!...
Si parlamentò un poco, fin quando, a maggior contento delle bambine, Miss se ne tornò indietro mogia mogia. Il nonno, scavando in fondo alle sue valigie, ne trasse due puppattole, grandi, vestite di tutto punto, alla cui vista Lauretta giunse le mani e lei ricominciò a saltare.
Adesso, mentre con la sorella si rifugiava in un cantuccio a prender possesso dei regali, il nonno e la mamma parlavano un'altra volta fra loro. Tratto tratto, lei alzava il capo, guardando da quella parte;
si udiva il nonno che borbottava: «Ci penserò io!... Avrà da fare con me!...» e la mamma rispondeva: «No, no, per carità...» portando poi il suo fazzoletto agli occhi. Come il babbo rincasò, Stefana venne a prendere le bambine e le condusse via.
Capitolo in anteprimaII.Anteprima
Era tanto più piccolo e più brutto, Milazzo! Dal vapore, si scorgeva il mucchio delle case sotto il Castello, la passeggiata della Marina — una Marina per ridere, dopo quella di Napoli! — il porto senza bastimenti, le case basse e povere. Per le vie, niente folla, niente carrozze, niente negozii rilucenti: le piazze vuote, tranne la fontana del Carmine, colla statua di Mercurio che aveva una cintura di latta. San Giacomo faceva pietà, dopo Santa Maria del Fiore, e quando uno arrivava dai Mulini all'Ospedale, aveva bell'e traversato il paese da una parte all'altra.
Con la mamma quasi sempre a letto, col nonno che non pareva più quello di prima, ora bisognava vedersi sempre dinanzi il muso lungo di Miss, udire i suoi borbottii di eterna malcontenta. Il solo viso allegro era quello di Stefana, che le voleva bene come un'altra mamma. «Ti tenni in braccia io per la prima, quando venisti al mondo!» le diceva, mettendosela ancora a sedere sulle ginocchia, malgrado cominciasse a pesare. Ed era lei che osava tener testa a Miss se questa la sgridava, che dimostrava al barone il torto della governante o compensava di nascosto i castighi irrevocabili. Quando le toglievano il _dessert_, Stefana glie ne dava, senza farne accorgere nessuno, una porzione doppia di quella che le sarebbe toccata; quando la condannavano a desinar fuori di tavola, desinavano insieme, tutt'e due sole, con più gusto, con maggiore appetito; tanto che appena Miss infliggeva un castigo, lei le rispondeva, per farla arrabbiare, con un bell'inchino:
— Merci! Vous m'obligez, vraiment....
Nei primi tempi, ella chiedeva spesso a Stefana notizie del babbo;
la donna rispondeva che era in viaggio, o che stava poco bene, o che aveva da fare; a poco a poco ella finiva per non notare la sua assenza, per dimenticare la sua figura. La mamma non ne parlava mai, non parlava quasi di niente; si metteva accanto le bambine, carezzando lungamente i loro capelli, ascoltando il loro chiacchierio, e certe volte, sull'imbrunire, quando non avevano ancora portato il lume, delle lacrime le luccicavano sulle guancie.
Se avessero potuto dormire nella sua stessa camera, come quand'erano più piccine! Lei aveva adesso una cameretta tutta per sè; e di giorno era una festa, chiudervisi dentro, disporre ogni cosa come le talentava: trascinare più qua il tavolino da studio, spingere più là una seggiola, rovistare nelle cassette del canterano, un mobiletto piccolino, bellino, che era il suo orgoglio. Ma quando calava la sera, e lei pensava alla notte che doveva passar lì dentro, sola, con un filo di luce del lampadino messo nel corridoio per illuminare anche la camera di Miss, aveva paura e dimenticava l'antipatia ispiratale dalla governante, invidiando Lauretta che le dormiva accosto. Era brutta la notte, il buio, il silenzio. Per questo, malgrado le fosse stato proibito dal nonno, Stefana veniva a tenerle compagnia nelle prime ore della sera, discorrendo di tante cose: com'era stato che il nonno l'aveva presa al suo servizio, quante volte aveva rifiutato di maritarsi per restar sempre in quella casa; oppure le narrava delle fiabe dove i figliuoli dei re morivano d'amore, lontani dalle Belle, e le cercavano girando il mondo, sfidando maghi, giganti, serpenti, leoni, la fame, la sete e le tempeste per liberarle, per distruggere i malefizii operati dalle streghe. Se le regine non accordavano in moglie ai principini le ragazze ch'essi volevano, i poveretti deperivano a vista d'occhio, non mangiavano più, si struggevano a lento fuoco, si riducevano in fin di vita: tutti i cortigiani piangevano, i popoli erano in lutto, i medici ammattivano, i maghi non sapevano che cosa escogitare; e a un tratto, appena le Belle si presentavano, essi guarivano come per miracolo.
Ella sbarrava gli occhi, immobile, incantata; e quando una fiaba finiva, ne domandava un'altra, e poi un'altra ancora, finchè il sonno non s'aggravava sulle sue ciglia. Quando la credeva addormentata, Stefana se ne andava in punta di piedi, come camminando sulle uova; ma tante volte lei era desta ancora, con tutte quelle avventure nel capo;
Indice
In questa edizione
- 01Full text
- 02I.
- 03II.
- 04III.
- 05IV.
- 06V.
- 07VI.
- 08VII.
- 09VIII.
- 10IX.
- 11I.
- 12II.
- 13III.
- 14IV.
- 15V.
- 16VI.
- 17VII.
- 18VIII.
- 19IX.
- 20I.
- 21II.
- 22III.
- 23IV.
- 24V.
- 25VI.
- 26VII.
- 27VIII.
- 28IX.
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