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Letteratura
L’Imperio
Edizione BooksWhale in italiano di Federico De Roberto
Un romanzo politico sul potere parlamentare, l’ambizione e la disillusione dell’Italia postunitaria.
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Introduzione al libro
L’Imperio
L’Imperio prosegue l’analisi derobertiana della classe dirigente, spostando lo sguardo sulla politica nazionale. Il romanzo mostra carriere, compromessi e illusioni dentro l’Italia liberale.
Edizione BooksWhale
Come è stata preparata
Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.
Base di pubblico dominio
Perché può essere condivisa
Federico De Roberto morì nel 1927 e L’Imperio uscì postumo nel 1929. Queste date sostengono il fondamento di pubblico dominio per questa edizione italiana.
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L’Imperio
Federico De Roberto
Capitolo in anteprimaIAnteprima
Quando Ranaldi s'affacciò dal parapetto della tribuna, appoggiandovi la destra armata del cannocchiale, l'aula era spopolata. Scoccavano le due, e per aver salito più che in fretta le scale, dalla paura di perdere il principio dello spettacolo, il giovane ansava. Era anche un poco confuso e intimidito. Il bersagliere di guardia, al portone; più su, al primo piano, l'usciere che lo aveva avvertito di dover lasciare la mazza; l'altro usciere che, ancora più in alto, nella saletta già popolata di giornalisti vociferanti, gli aveva chiesto di mostrare la tessera, quasi sospettando in lui un intruso: quell'apparato, quella diffidenza, i visi sconosciuti, l'ignoranza della via, l'errore d'essere entrato nella sala del telegrafo prima di fare l'ultimo tratto di scale, lo avevano impacciato e quasi intimorito. L'impressione non era stata tuttavia tanto forte da impedirgli di notare l'angustia, la bruttezza e l'oscurità dei luoghi. Sapeva che l'entrata nobile serviva ai soli onorevoli e che alle tribune s'andava per altre vie; nondimeno anche queste avrebbero potuto essere lucide e decorose. I primi tratti della scala da lui salita erano invece così bui, che ad un punto egli aveva dovuto accendere uno zolfanello per non urtare contro il muro; più su il gas illuminava l'anticamera e il corridoio, piccoli, storti e ignobili come gli accessi d'un teatro di terz'ordine; salendo l'ultima rampa della scaletta di legno, erta, stretta e posticcia, gli era parso di arrampicarsi su per uno studio di fotografo. Un sordo crescente fragore lo aveva spronato, facendogli credere che i posti fossero già tutti occupati, che già il campanello del Presidente squillasse; invece la tribuna della stampa era vuota, quasi vuote le altre torno torno, eccetto una, la pubblica, dove i curiosi si pigiavano; e vuoto, deserto l'emiciclo. Alcune persone, probabilmente segretarii, ordinavano carte sul banco della presidenza; pochi onorevoli confabulavano accanto all'entrata, ed uno solo era seduto al suo posto: uno dei posti estremi del più alto ordine dei banchi.
Ranaldi comprese che quella doveva essere l'Estrema Sinistra. Non sapeva ancora se la Destra e la Sinistra che davano il nome alle parti politiche fossero quelle del Presidente rivolto all'assemblea, o degli onorevoli rivolti alla presidenza; ma la vista del zelante e solitario onorevole inerpicato sull'angolo dell'orlo dell'anfiteatro lo orientò: quella era la Montagna. Notando, all'altro capo dello stesso ultimo banco, una lapide nera con caratteri d'oro spiccante sulla tinta uniforme degli stalli, si confermò nella supposizione: quello era il posto di Garibaldi, non più occupato da nessuno dopo la morte del Generale. Ma neanche col cannocchiale il giovane riusciva a leggerne l'iscrizione; le stesse tavole dei plebisciti sul banco della presidenza, restavano nella lontananza. Dinanzi all'aula grandiosa Federico sentiva pertanto dissiparsi l'impressione di meschinità provata per le vie d'accesso, tornava anzi in preda a un senso di soggezione. Nella solenne ascensione delle gradinate dal piano un poco oscuro dell'emiciclo verso il cielo del lucernario donde pioveva una chiarità pacata, eguale, senza contrasti di raggi e d'ombre; nella sontuosità delle arcate e nella gravità delle colonne giranti attorno alle tribune; e più che altrove nell'imponenza del banco presidenziale, alto e massiccio come un altare sullo sfondo delle lapidi sacre, tra le quali spiccavano i simulacri dei Re, c'era qualche cosa del tempio. Non era quello, infatti, il tempio dove convenivano i fedeli al culto della patria e dove se ne celebravano i riti?
Le voci dei giornalisti che cominciavano ad entrare nella tribuna distolsero Ranaldi dalla contemplazione. Due di quelli che parlavano animatamente nella saletta proseguivano a discutere anche ora che s'avviavano a prender posto; ma non più col calore di prima, anzi piano e quasi sottovoce.
"Vedrai!... Vedrai!..." diceva uno, piccolo, magro, con una punta di barbetta sul mento, al compagno, piccolo anch'egli, ma grasso, con gli occhiali d'oro a stanghetta sulla faccia lucida e rossa; il quale replicava, soffermandosi e scotendo il capo:
"No, non è possibile!... All'ultimo momento?..."
"Anzi!... O perché?... La cosa è preparata accortamente... Le dichiarazioni del governo serviranno di pretesto..."
Capitolo in anteprimaIIAnteprima
Consalvo Uzeda di Francalanza era entrato a Montecitorio, in qualità di rappresentante del Paese il 22 novembre '82, giorno in cui il Re aperse la XIV legislatura, salutando gli eletti dal suffragio quasi universale. La cerimonia inaugurale, sempre solenne, ebbe quella volta una particolare importanza, poiché le elezioni erano state fatte con la nuova legge, a scrutinio di lista ed a suffragio tanto allargato da potersi dire universale; i singoli deputati non rappresentavano, dunque, come prima, qualche centinaio di elettori d'un piccolo collegio, ma parecchie migliaia di cittadini di mezza provincia; la loro autorità era pertanto cresciuta, ed essi avevano diritto ad una maggiore considerazione.
Insuperbito pei seimila e tanti voti che gli avevano dato, ubbriacato dalle dimostrazioni popolari che per tre giorni consecutivi avevano salutato la grande vittoria del "principino", come ancora lo chiamavano nella sua città natale, l'onorevole di Francalanza, appena eletto, aveva subito fatto le valige ed era partito per Roma in gran fretta, quasi che dal suo arrivo alla capitale dipendesse la salute della patria. La presunzione ereditaria degli Uzeda, più conosciuti, laggiù in Sicilia, col nomignolo di "Vicerè", poiché vantavano parecchi vicerè tra gli antenati e dei vicerè serbavano ancora il fasto ed il prestigio; l'abilità della quale aveva dato prova nelle amministrazioni locali; la dottrina acquistata da sé, faticosamente ma ostinatamente, quando s'era proposto di mettersi nella vita pubblica, le facoltà naturali che sapeva di possedere: una forte memoria, una straordinaria facilità d'eloquio, una gran dose di astuzia, gli facevano nutrire le più alte ambizioni. L'ambizione lo aveva gettato nella politica, poiché a lui non bastavano né i titoli di principe di Francalanza e Mirabella, né le ricchezze paterne, né il rispetto di cui era circondato nel suo paese. Fino a ventidue anni se n'era appagato, badando soltanto a spassarsi, a guidare i suoi cavalli, a vestirsi come un figurino, a mettere a male ragazze ed a far baccano e prepotenze la notte insieme coi suoi nobili amici. Ma gli Uzeda, oltreché boriosi come veri discendenti di hidalghi, erano stravaganti, cocciuti e anche un po' matti, e non riuscivano ad andar mai d'accordo in famiglia: Consalvo, per suo conto, s'era messo in urto col padre, il quale lo aveva tenuto fino a tardi chiuso nel noviziato dei Benedettini, e i contrasti erano divenuti quotidiani, quando il principe Giacomo, morta la prima moglie, aveva dato al figliuolo una matrigna. Proprio allora Consalvo, di fresco uscito dal convento, s'era messo a scialacquare ed a far debiti; la tensione si inasprì quindi a tal segno, che il padre lo mandò via di casa, a viaggiare, sperando che dopo quella diversione si sarebbe modificato, e godendo a ogni modo d'una tregua durante la sua assenza.
Il viaggio fu la grande lezione del giovane; e dopo dieci anni, la rammentava ancora. Non poteva, no, dimenticare la mortificazione provata nel vedere che la sua nobiltà, la sua ricchezza, tutte le ragioni del credito goduto in Sicilia, non valevano più nulla, o quasi, appena fuori di casa sua. A casa sua era Consalvo VII; il "principino", uno dei "Vicerè", conosciuto, ammirato, invidiato e riverito da tutti: egli era divenuto un signore qualunque a Napoli, a Roma, a Milano, e peggio ancora a Vienna, a Parigi ed a Londra.
Il ricordo di quel senso d'umiliazione quasi scorata, si ridestava più preciso, in lui, per virtù del contrasto, a bordo del piroscafo che trasportava a Napoli, non più Consalvo Uzeda, ma l'onorevole di Francalanza. Quell'altra volta, dieci anni addietro, nessuno aveva badato a lui; adesso i camerieri gareggiavano di zelo per servirlo, per indovinare i suoi desideri; i viaggiatori, saputo della sua qualità, lo guardavano con occhio curioso, parlottando piano tra loro; a tavola, il comandante gli aveva fatto assegnare il posto d'onore alla sua destra. Ed egli non aveva perso tempo: lì, tra una portata e l'altra, s'era messo a fare una specie di piccola inchiesta sulla marina mercantile, interrogando il capitano sui traffici, sul piccolo e il grande cabotaggio, sulla concorrenza tra le vele e il vapore, sull'efficacia dei premii; ascoltando con interesse le risposte dell'uomo di mare, ma enunziando in pari tempo le sue proprie vedute, i risultati "dei miei studii", le idee "che propugnerò alla Camera...". Parlava forte, faceva un vero discorso, per farsi udire ed ammirare dalla turba dei semplici mortali intenta a masticare a due palmenti; dimenticava la fame sua propria per gustar meglio la sodisfazione di sentirsi qualcuno, un pezzo grosso, un legislatore, una parte del Potere; per assaporar meglio il contrasto tra la riverenza di adesso e l'indifferenza d'un tempo. Allora, la prima volta che era andato fuori di casa, il suo orgoglio sanguinava vedendosi sconosciuto tra la folla, trattato come tutti gli altri dalle persone alle quali lo avevano raccomandato; offeso ed irato, egli quasi negava la bellezza delle metropoli; la rarità degli spettacoli, la varietà dei godimenti, l'intensità della vita forestiera; quasi voleva tornare indietro, rinunziare al resto del suo viaggio. Ma non v'era mezzo d'esser considerato anche fuori di casa sua come a casa sua, d'esser conosciuto, invidiato, riverito, in quelle grandi città dove, a suo dispetto, doveva pure riconoscere che solo metteva conto di vivere? E il mezzo che gli era rivelato repentinamente, quando meno credeva di trovarlo, a Roma, in compagnia dell'onorevole Mazzarini, pel quale suo zio l'onorevole d'Oragua, gli aveva dato una lettera di presentazione. Egli non aveva pensato, prima, che la politica potesse fargli raggiungere quello scopo, perché non lo aveva raggiunto suo zio. L'onorevole d'Oragua, deputato fin dal '60, non era riuscito ad altro che ad arricchire: ignorante, incapace di dire una parola in pubblico, era passato di legislatura in legislatura ignoto a tutti fuorché ai faccendieri, ai sensali, agli speculatori. Vedendo invece che un umile avvocatuccio di provincia come Mazzarini aveva conquistato una situazione alla capitale, dove una piccola corte di sollecitatori gli stava sempre intorno, Consalvo s'era proposto: "Io sarò deputato e ministro...". E niente gli era stato grave per lavorare a quello scopo. Appena tornato a casa, aveva sbalordito tutti con la sincerità della sua conversione: l'elegante rompicollo, il dissipatore ignorante, l'aristocratico disprezzatore della dottrina, dato un addio alle donne, ai cavalli, ai piaceri, s'era messo a studiare, a tenere gravi discorsi nelle società politiche, a fare il consigliere comunale, l'assessore e il sindaco! E non lo avevano arrestato i sarcasmi degli antichi amici, i rinati contrasti col padre, l'opposizione dei parenti borbonici, la sua propria fede borbonica, il suo ideale d'un governo assoluto, lo stesso senso di ribrezzo che gli impediva di stringere le mani altrui, non solamente le ignobili mani d'un borghese o d'un popolano, ma le guantate e profumate; lo schifo che quasi gli vietava di portare del pane alla bocca, perché era stato maneggiato dal panettiere. Aveva cominciato suo zio a fare il liberale per amor d'arruffare; ma adesso non bastava più il liberalismo tepido e malvaceo dell'onorevole d'Oragua, e Consalvo era divenuto democratico e progressista, promettendo di sedere a sinistra, di dare perfino una mano ai socialisti. Tutto questo non gli era costato nulla, o ben poco: parole, parole, parole; egli si sarebbe professato anche nichilista, se fosse stato necessario per conseguire lo scopo. In fondo, nell'intimo della sua coscienza, egli restava quel che era: autocratico, autoritario, despota, e dimostrava con grande impegno che gli uomini sono eguali, perché tutti coloro che non sapevano fare quella dimostrazione riconoscessero che egli era superiore.
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