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Letteratura
Liolà
Edizione BooksWhale in italiano di Luigi Pirandello
Una commedia solare e inquieta sulla vitalità, la terra, la famiglia e il desiderio.
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Introduzione al libro
Liolà
Liolà porta sulla scena un mondo rurale siciliano attraversato da canto, fertilità, interessi familiari e conflitti di possesso. Tra leggerezza e tensione, Pirandello costruisce un personaggio libero, vitale e sfuggente alle regole della rispettabilità.
Edizione BooksWhale
Come è stata preparata
Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.
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Perché può essere condivisa
Testo teatrale originale in italiano, pubblicato nel 1916. Luigi Pirandello morì nel 1936; l’opera è oggi nel pubblico dominio.
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Liolà
Luigi Pirandello
Capitolo in anteprimaAVVERTENZAAnteprima
Questa commedia, rappresentata per la prima volta la sera del 4 novembre 1916 dalla Compagnia comica siciliana di Angelo Musco al teatro Argentina di Roma, è scritta nella parlata di Girgenti che, tra le non poche altre del dialetto siciliano, è incontestabilmente la piú pura, la piú dolce, la più ricca di suoni, per certe sue particolarità fonetiche, che forse piú di ogni altra l’avvicinano alla lingua italiana.
Non per tanto, la maggioranza degli spettatori, che pure con facilità intende gli altri lavori del nuovo teatro siciliano, stentò molto (com’ebbe a rilevare quasi unanimemente la critica teatrale dei giornali romani) a intender questo. La ragione è semplicissima. Quasi tutti gli altri lavori presentano personaggi, usi e costumi borghesi, e sono scritti, o recitati, in quell’ibrido linguaggio, tra il dialetto e la lingua, che è il cosí detto dialetto
borghese
, siciliano qui, in altri lavori del genere, piemontese o lombardo, veneto o napoletano:
dialetto borghese
che, con qualche goffaggine, appena appena arrotondato, diventa lingua italiana, cioè quella certa lingua italiana parlata comunemente, e forse non soltanto dagli incolti, in Italia.
Liolà
, commedia campestre, fu recitata per espressa volontà dell’autore, cosí com’è scritta, in pretto vernacolo, quale si conveniva a personaggi, tutti contadini della campagna agrigentina.
Il che vorrebbe dire che, se i comici siciliani recitassero sempre e strettamente nel loro dialetto puro, non sarebbero piú compresi, se non con molto stento, dai non siciliani.
Si deve perciò condannare a morte il nuovo teatro siciliano, appena osi varcare i confini dell’isola? Qualche critico ha pronunziato questa sentenza; ma tuttavia il pubblico seguita ad accorrere in folla alle recite della
Compagnia comica siciliana
del Musco.
Qui, badiamo, non si discute d’arte, ma solo del lin
guaggio come mezzo di comunicazione. L’opera di creazione, infatti, l’attività fantastica che lo scrittore deve fornire, sia che adoperi la lingua, sia che adoperi il dialetto, è sempre la stessa. E perché allora uno scrittore, se quest’opera dell’attività creatrice è pur la stessa, si serve del dialetto invece che della lingua, cioè di un mezzo di comunicazione molto piú ristretto? Non per ragioni d’arte, evidentemente; ma per altre varie ragioni che restringono tutte la letteratura dialettale come conoscenza, giacché sono appunto ragioni di conoscenza, della parola o delle cose rappresentate. O il poeta non ha la conoscenza del mezzo di comunicazione piú esteso, che sarebbe la lingua; oppure, avendone la conoscenza, stima che non saprebbe adoperarla con quella vivezza, con quella natività spontanea che è condizione prima e imprescindibile dell’arte; o la natura dei suoi sentimenti e delle sue immagini è talmente radicata nella regione di cui egli si fa voce, che gli parrebbe disadatto o incoerente un altro mezzo di comunicazione che non fosse l’espressione dialettale; o la cosa da rappresentare è talmente locale, che non potrebbe trovare espressione oltre i limiti della conoscenza della cosa stessa. Una letteratura dialettale, in somma, è fatta per rimanere entro i confini del dialetto. Se ne esce, potrà essere gustata soltanto da coloro che di quel dato dialetto han conoscenza e conoscenza di quei particolari usi, di quei particolari costumi, in una parola di quella particolar vita che il dialetto esprime.
Luigi Settembrini
, come qualche altro critico volle generosamente ricordare, faceva obbligo agli Italiani di conoscer questo dialetto siciliano, che fu veramente ed è lingua piú che dialetto, non solo per la sua antichissima tradizione letteraria, ma anche per il suo vario e complesso stampo sintattico, ricco di sottilissimi nessi, come per copia e colorita efficacia di vocaboli. Aspettando che gl’Italiani acquistino (se mai vorranno) questa conoscenza, l’autore del
Liolà
presenta qui, accanto al testo dialettale, la traduzione della commedia in una lingua italiana che vuol serbare fin dove è possibile un certo colore, un certo sapore del vernacolo nativo.
Capitolo in anteprimaPERSONAGGIAnteprima
Nico Schillaci
, detto
Liolà
Zio Simone Palumbo
Zia Croce Azzara
, sua cugina —
Tuzza
, figlia della zia Croce —
Mita
, giovane moglie di zio Simone —
Carmina
, detta
La Moscardina
— Comare
Gesa
, zia di Mita — Zia
Ninfa
, madre di Liolà.
Tre giovani contadine:
Ciuzza — Luzza — Nela
I tre cardelli di Liolà:
Tinino — Calicchio - Pallino
Altri uomini e donne del contado.
Campagna agrigentina, oggi.
Indice
In questa edizione
- 01Full text
- 02AVVERTENZA
- 03PERSONAGGI
- 04ATTO PRIMO
- 05CORO.
- 06TELA
- 07ATTO SECONDO
- 08ATTO TERZO
- 09TELA
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