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Letteratura
Niccolò de’ Lapi
Edizione BooksWhale in italiano di Massimo d’Azeglio
Un romanzo storico del Risorgimento letterario italiano ambientato nella Firenze del Cinquecento.
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Introduzione al libro
Niccolò de’ Lapi
Niccolò de’ Lapi unisce storia, patriottismo, famiglia e conflitto politico nella Firenze assediata. Massimo d’Azeglio costruisce un romanzo storico che parla al Risorgimento attraverso memoria civica, onore e identità nazionale.
Edizione BooksWhale
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Niccolò de’ Lapi fu pubblicato per la prima volta nel 1841. La pubblicazione anteriore al 1931 sostiene il pubblico dominio del testo italiano originale negli Stati Uniti.
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Niccolò de’ Lapi
Massimo d’Azeglio
Capitolo in anteprimaCAPITOLO PRIMOAnteprima
I fatti che stiamo per narrare accaddero circa il tempo in cui Firenze era assediata dall'esercito di Carlo V, il quale per mandare ad effetto il trattato di Barcellona conchiuso con Clemente VII, voleva costringere i Fiorentini a sottomettersi al dominio de' Medici.
Il popolo di Firenze negava di riceverli pure come privati e si difendeva, fatto animoso dalla memoria di que' Medici stessi tanto facilmente cacciati nel 1527; dalle profezie di fra Girolamo Savonarola; dal desiderio del viver libero; dall'armi e dalle fortezze ond'era munito per cura della parte detta de' Piagnoni, i quali s'avvedevano non esser l'Imperatore ed il Papa per contentarsi che i Medici tornati in patria cogli altri sbanditi Palleschi vi stessero quali privati cittadini, ma sotto tal modesta domanda aver in animo di farneli signori.
Era una mattina sul finir d'ottobre dell'anno 1529, e l'alba pareva penasse più del solito a comparire, penetrando a stento la densa nebbia che copriva Firenze. Cadeva una pioggia fitta, cheta e congelata, che quasi si poteva dir neve, e per le strade, tranne qualche soldato, e le compagnie degli uffiziali di notte che tornavano in Palagio intirizziti, serrati ne' mantelli, co' becchetti de' cappucci avvolti intorno al viso(), non s'incontrava anima viva.
Le porte e le finestre tutte chiuse, le imposte serrate, mostravano che la maggior parte de' cittadini era ancora immersa nel sonno. S'andavano aprendo le chiese, ma non vi si trovava se non gli scaccini occupati a spazzare, e qualche sagrestano attendendo a preparar gli altari.
In S. Marco soltanto, de' frati Domenicani, le campane che suonavano a morto da un'ora innanzi giorno avean già radunato un piccol numero di fedeli.
L'interno di questa chiesa non era ornato in quel tempo dalle colonne d'ordine composito, e dagli altari che v'eresse poi Gian Bologna, ma si conservava semplice e severo quale fu edificato per opera di Cosimo il vecchio.
Davanti all'altar maggiore, tra quattro grossi candellieri di ferro, era posata in terra una bara, nella quale giaceva il cadavere d'un giovane che mostrava non passare i venticinque anni: tra le sue mani giunte sul petto era acconcio un crocifisso, ed il suolo, come pure il cataletto sparsi, secondo il costume di Firenze, di foglie e di fiori di melarancio. Sul guanciale che gli reggeva il capo erano due candele benedette accese, colle quali i devoti usavano segnare il defunto.
Quantunque avesse indosso l'abito di S. Domenico, si poteva supporre che gli fosse stato posto per divozione soltanto dopo morto, ma che non l'avesse usato in vita: e ciò che lo faceva credere era una spada ed una rotella col giglio rosso in campo bianco (impresa del comune di Firenze) che erano appese a' piedi del defunto.
Non essendo ancora uscita la messa, un solo candelliere ardeva. La sua luce rossiccia illuminando un gruppo di persone che erano state le prime a giungere, e pregavano in ginocchio raccolte intorno al cadavere, lumeggiava le figure più vicine (come soventi usò Rembrandt) con frizzi vibrati di luce, la quale cadendo sempre più debole sugli oggetti a misura che si trovavan più lontani, finiva perdendosi in fondo alla chiesa in una totale oscurità. In alto soltanto le tenebre venivano diradate dai gran finestroni della volta, i quali cominciavano a potersi discernere per la tinta pallida e cilestrina che veniva nascendo col giorno sulle invetriate.
Non passava minuto senza che a uno, a due, a tre per volta non entrassero uomini che ai passi gravi, al suonar delle stellette degli sproni, ad un luccicare ottenebrato di corsaletti e giachi si conoscevano per soldati. Venivano avanti e giungendo alle spalle di chi si trovava già in chiesa posavano a terra il calcio o della picca, o della ronca, o di un grosso archibugio, chè tutti avevano l'una o l'altra di queste armi, e rimanevano con viso mesto e contegno tutto raumiliato.
Poco stante comparve, accompagnato da venti uomini ben armati, il Gonfalone del Leon d'oro del quartiere di S. Giovanni. Era una bandiera quale usa la fanteria anche in oggi, con suvvi dipinto un leon d'oro in campo bianco. L'uomo che la portava si fermò a metà della chiesa, e vi rimase, messo in mezzo da' suoi.
Capitolo in anteprimaCAPITOLO II.Anteprima
Molti fra gli astanti avean posto mente allo sbigottimento del frate che diceva messa. Pel rispetto che gli si portava, era saputo male alla maggior parte che il laico fosse stato tanto ardito da ridergli in viso a quel modo, e se ne maravigliarono credendolo un laico da dozzina, un qualche villano che avesse lasciata la vanga per entrar in religione.
S'ingannavano: ed affinchè il lettore anch'esso non istupisca del suo fare, gli diremo chi egli fosse più brevemente che si potrà.
Gl'Italiani al giorno d'oggi sanno l'istoria della loro patria, onde se il nostro lettore è italiano, avrà a mente senza dubbio una disfida che venne combattuta presso Barletta dai nostri contro i francesi, ove gli ultimi rimasero perdenti.
Ove poi questo nostro libro venisse tra mano a qualche straniero lo pregheremmo a dar un'occhiata al Guicciardini, al Giovio, od al Muratori, anno 1503, e vi troverà narrata questa disfida, e, tra i guerrieri Italiani, mentovato un certo Tito da Lodi, soprannominato il Fanfulla, il quale al dir del Giovio specialmente, era uomo prode, ma di nuova e capricciosa natura.
Costui quando Consalvo ebbe conquistato interamente il regno di Napoli, ricevè come gli altri uomini della compagnia del signor Prospero Colonna alla quale apparteneva, la sua parte delle spoglie de' vinti, e la convertì con grandissima fretta in due centinaja di bei ducati d'oro.
L'ultimo giorno del primo mese che passò in Napoli, dopo aver riscosso questa somma dovette dividersi dall'ultimo de' suoi ducati, il quale andò nella borsa di coloro che giocavano al lanzichinecco (oggi zecchinetta) con miglior fortuna, o maggior astuzia di lui, a tener compagnia agli altri centonovantanove.
Egli avrebbe avuto, è vero, un buon cavallo ed un ottimo arnese da vendere, o da impegnare, e potuto così scialare un altro poco, ma ebbe pur senno bastante per capire che sarebbe stato lo stesso come per un cieco vender il violino che lo fa campare.
Si rassegnò, confortandosi col dire «Oramai mi son fatto tanto conoscere, che dove m'accosto trovo pane.»
Il signor Prospero non l'avea voluto più nella compagnia per non so che quistione avuta con certi compagni, nella quale avendo il torto, s'era fatta una ragione a suo modo a furia di busse.
Ciò non ostante quando si trovò al verde, l'andò a trovare al palazzo Gravina, sulla piazza ove oggi è la fontana di Montoliveto, senza curarsi di passar per un'anticamera piena di que' suoi avversari, e quando gli si trovò davanti, disse che non veniva a richiederlo d'altro se non che d'un attestato in iscritto com'egli avesse combattuto nella disfida di Barletta, e poi gl'insegnasse per sua cortesia qual fosse il paese più vicino ove si menasser le mani.
Il signor Prospero, che pur gli voleva bene, conoscendolo un diavolo ardito, come se ne trovan pochi, gli fece una carta a modo di benservito, tutta in sua lode, poi l'avviò in campagna di Roma ove si messe colla parte colonnese durante i torbidi che tennero dietro alla morte d'Alessandro VI, che turbarono il breve pontificato di Pio III, ed il principio di quello di Giulio II.
Seguì questo fiero pontefice nelle sue imprese di Romagna, poscia, per non allungarla troppo, venne al suo solito mutando padroni sino al 1527, ed in quel frattempo non accadde in Italia fatto d'arme d'importanza ove egli non si trovasse.
Lasciò un occhio alla battaglia di Ravenna, due dita della mano manca a Marignano, rimase per morto sul campo alla giornata di Pavia, e quantunque dopo tante batoste si trovasse ridotto a camminare un po' sciancato, a dolersi ne' luoghi ov'era stato ferito, ogni volta che volea cambiar il tempo, quantunque i suoi baffi già così neri, apparissero ora come se vi fosse brinato, nulladimeno lo troviamo la mattina del sei di maggio del 1527 (e Dio sa se vorremmo poterlo tacere!) al piè delle mura di Roma tenendo colle due mani in equilibrio una lunga scala a piuoli in mezzo alla feccia de' più sfrenati malandrini che prendessero in quel tempo il nome di soldati, i quali guidati da Borbone stavan per dar l'assalto alla capitale del mondo cristiano.
Indice
In questa edizione
- 01Full text
- 02CAPITOLO PRIMO
- 03CAPITOLO II.
- 04CAPITOLO III.
- 05CAPITOLO IV.
- 06CAPITOLO V.
- 07CAPITOLO VI.
- 08CAPITOLO VII.
- 09CAPITOLO VIII.
- 10CAPITOLO IX.
- 11CAPITOLO X.
- 12CAPITOLO XI
- 13CAPITOLO XII.
- 14NICCOLÒ DE' LAPI.
- 15OVVERO
- 16I PALLESCHI E I PIAGNONI
- 17DI
- 18MASSIMO D'AZEGLIO
- 19MILANO
- 20A SPESE DEGLI EDITORI
- 21CAPITOLO XIII.
- 22CAPITOLO XIV.
- 23CAPITOLO XV
- 24CAPITOLO XVI.
- 25CAPITOLO XVII.
- 26CAPITOLO XVIII.
- 27CAPITOLO XIX.
- 28CAPITOLO XX
- 29CAPITOLO XXI
- 30NICCOLÒ DE' LAPI.
- 31OVVERO
- 32I PALLESCHI E I PIAGNONI
- 33DI
- 34MASSIMO D'AZEGLIO
- 35MILANO
- 36A SPESE DEGLI EDITORI
- 37CAPITOLO XXII.
- 38CAPITOLO XXIII.
- 39CAPITOLO XXIV.
- 40CAPITOLO XXV.
- 41CAPITOLO XXVI.
- 42CAPITOLO XXVII.
- 43CAPITOLO XXVIII.
- 44CAPITOLO XXIX.
- 45CAPITOLO XXX
- 46NICCOLÒ DE' LAPI.
- 47OVVERO
- 48I PALLESCHI E I PIAGNONI
- 49DI
- 50MASSIMO D'AZEGLIO
- 51MILANO
- 52A SPESE DEGLI EDITORI
- 53CAPITOLO XXXI.
- 54CAPITOLO XXXII.
- 55CAPITOLO XXXIII
- 56CAPITOLO XXXIV.
- 57CAPITOLO XXXV.
- 58CAPITOLO XXXVI.
- 59CAPITOLO XXXVII
- 60CAPITOLO XXXVIII
- 61CAPITOLO XXXIX.
- 62CONCLUSIONE
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