italiano Edizione
Letteratura
Tre croci
Edizione BooksWhale in italiano di Federigo Tozzi
Un romanzo breve e cupo su debiti, fratelli, colpa, provincia e autodistruzione.
- Anteprima
- Estratto dal testo preparato
- Formati
- Lettore online, EPUB, PDF
- Accesso
- Claim Libreria
Introduzione al libro
Tre croci
Tre croci racconta il declino dei fratelli Gambi, librai travolti da debiti, inganni e debolezze morali. Federigo Tozzi costruisce un romanzo essenziale e moderno sulla colpa, la rovina economica e la fragilità umana.
Edizione BooksWhale
Come è stata preparata
Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.
Base di pubblico dominio
Perché può essere condivisa
Federigo Tozzi morì nel 1920 e Tre croci fu pubblicato nello stesso anno; queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana.
Leggi anteprima
Estratto dal testo preparato
Anteprima selezionata dal testo preparato per la lettura.
Capitolo in anteprimaPart 1Leggi anteprima
Tre croci
Federigo Tozzi
TRE CROCI
I.
Giulio chiamò il fratello:
— Niccolò! Déstati!
Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri, tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.
— Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!
Niccolò, allora, si sdrusciò forte le labbra e aprì gli occhi guardando il fratello.
— Ma che vuoi? Io, fino all’ora di mangiare, dormo!
— Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c’è un rinnovo.
Niccolò fece una sbuffata e rispose:
— Vai! C’era bisogno di destarmi?
— Alla bottega chi ci bada?
— A quest’ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!
Niccolò, mentre il fratello cercava il tubino, si alzò, giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a correre, prendendo lo slancio; e tornò a dietro, rincantucciandosi a sedere.
Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra grandi e gli occhi bigi.
Allora, perchè Giulio andava da sè alla banca, invece di mandarci lui o l’altra fratello, lo guardò e chiese con premura studiata:
— Enrico dov’è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?
— Sarà a spasso, a quest’ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest’ora, ha sempre bisogno di fare una passeggiata.
— E rimproveravi me perchè me ne sto qui a dormire?
Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guardò la firma su la cambiale e disse:
— Bada anche tu se ti pare venuta bene!
Niccolò alzò le spalle e non rispose. Giulio disse, con una specie di ammirazione sempre meno involontaria:
— M’è venuta proprio bene!
Il fratello abbassò la testa e fece un’altra sbuffata; poi si mise a battere lesto lesto la punta d’un piede; e, allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c’era sopra.
— Smetti: farai rompere tutto.
— Non sarebbe meglio?
Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo guardò:
— Con te non ci si capisce niente! Ormai, mio caro, anche se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo che troveremo i denari per pagare le cambiali!
— E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo le firme false?
Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con la libreria da non correre più nessun pericolo. Era stato lui a proporre quell’espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d’animo e andava alla banca soltanto perchè era indispensabile a guadagnare tempo. È vero anche, però, che era doventata un’abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a far la chiacchierata.
Giulio era anche più alto di Niccolò; ma senza barba e più giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccolò, invece, faceva anche l’antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.
Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri, sgarbato e prepotente.
Capitolo in anteprimaPart 2Anteprima
Il fratello gli accennò la porta, e quegli uscì.
Enrico, quando aveva comprato qualche cosa, non salutava nè meno: doventava più arrogante e rispondeva male.
Allora, Giulio disse:
— La tavola bene apparecchiata è una nostra debolezza. Siamo tutti eguali: anche la mia cognata. Modesta, l’abbiamo avvezzata male.
Egli ora era impaziente di essere a casa; perchè non lo avrebbero aspettato; e sapeva che i primi sceglievano sempre i bocconi più buoni. Se non ci fosse stato il Nisard, avrebbe chiuso subito la bottega; quantunque un signore gli avesse detto che sarebbe passato a comprare alcuni libri. Egli, pentito, soffriva anche di essersi impegnato ad aspettarlo; e, perciò, si dolse:
— Non capisco come si possono buttare via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m’è venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!
— Ma lei è così intelligente, e parla sul serio a questo modo?
— Sono stato intelligente. Ora, è finita. Ho quarant’anni, e mi sembra di averne ottanta o cento. Lei non mi crede nè meno ora!
Il Nisard allargò le braccia; e, sorridendo, disse che si rassegnava a credergli. Ma Giulio cercava di ricordarsi se avevano comprato il parmigiano da grattare su i maccheroni; e, dentro di sè, diceva: «chi sa come resta male Niccolò quando sente che non è di quello come piace a noi!» E gli pareva di vedere il fratello che se la prendeva con la moglie, senza smettere più, per tutto il pranzo. Era capace di alzarsi da tavola, quando aveva finito di mangiare, e di escire senza, voler parlare più alla moglie fino al giorno dopo; mentre le nipoti, Chiarina e Lola, ci ridevano; ed Enrico diceva che era una sconvenienza da pazzo. Queste cose deliziavano Giulio; che si fermò nel mezzo di bottega, con il viso ubriaco di godimento.
Ad un tratto, si sentirono suoni di parecchie campane insieme. Era mezzogiorno. Giulio, per esserne più sicuro, escì nella strada; ascoltando. L’orologio municipale batteva le ore, con una cadenza placida; e anche San Cristoforo, la chiesa più vicina alla libreria, in Piazza Tolomei, si dette a suonare. La gente era meno rada, e cominciavano a passare gli impiegati. Allora egli disse, con dolcezza:
— Posso chiudere!
Il Nisard, che doveva andare alla villa presa in affitto fuor di Porta Camollia, lo salutò frettolosamente.
Dopo cinque minuti, l’orologio replico le ore; e a Giulio parve che rispondessero proprio a lui, e fossero saporite e allegre come una leccornia.
III.
Dopo mangiato, Niccolò era sempre disposto all’allegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare.
Giulio, invece, durante tutto il chilo, faceva ripetizione alle nipoti; ed Enrico andava a dormire per un paio d’ore. Niccolò disse:
— Non mi parlate, perchè vado in bestia! Mi fate rodere dalla rabbia! Mi sentivo così allegro, invece! Lasciatemi: sto bene solo, a parlare con me stesso. Io solo m’intendo!
Poi escì, camminando lentamente e strenfiando; quasi sudando, benchè fosse d’ottobre. Gli era venuta la gotta, come agli altri fratelli; e, da quanto aveva impippiato, moveva a pena le gambe.
Per la strada, fingeva di fare il viso da ridere; e se qualcuno, allora, si preparava a fargli altrettanto, egli lesto si scansava e mostravasi arcigno; quasi offeso.
Tornato dalla passeggiata alla Lizza, che gli bastava per fumare tutto il sigaro, trovò in bottega un suo amico, Vittorio Corsali, che era agente d’una compagnia d’assicurazioni.
— Oh, oggi, non voglio discorrere troppo! Mi fa fatica!
— Non so come faccio a darti fastidio se non ho aperto bocca da quando sei venuto!
— Non importa! A me le persone danno fastidio anche se stanno zitte!
— Ma io, come dicevo a tuo fratello Giulio, era venuto per proporti un buon affare!
— Non ho voglia di affari! Parlane con lui. Ma quando non ci sono io, perchè oggi non posso sopportare nè meno una mosca che vola.
Capitolo in anteprimaPart 3Anteprima
E siccome egli temeva che Giulio si distraesse, lo costringeva sempre a guardarlo negli occhi come faceva lui.
Quando tornarono alla libreria, Giulio non ne poteva più. E il cavaliere disse a Niccolò:
— Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo fratello.
— Lo credo; se me lo dice lei!
— Ma ne faremo, presto, un’altra! E verrà lei con me, Niccolò!
— Io a piedi non posso camminare.
— E perchè? Se cammino perfino io!
Giulio disse:
— Noi abbiamo tutti e tre la gotta, come lei sa!
— È una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlo francamente.... Ah se l’avessi io....
— Che cosa farebbe?
Ma il cavallerie non seppe quel che rispondere; e restò male, a pensarci. Dopo cinque minuti, riprese:
— Se l’avessi io.... vorrei guarire! Ah, non potrei sopportarla!
E fissò in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsi vedere convinti.
Ma Giulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli parlare parecchio per conoscere meglio il loro animo. E, siccome si riteneva più colpevole degli altri, gli pareva che il Nicchioli già sospettasse. E tutte le volte che egli entrava in bottega, si sentiva già perso e chiudeva gli occhi. Anche Niccolò aveva paura, ma cercava di pensare ad altro; perchè lo pigliava una specie d’immobilità. E, allora, sbagliava anche a rispondere; come se fosse stato sordo e non capisse. Gli saliva il sangue alla testa; e, se il cavaliere si tratteneva molto, stava male tutta la giornata.
Giulio, a lungo andare, aveva perso la salute; e dimagrava; benchè, ormai, il suo carattere non potesse più cambiarsi. Una volta era stato di modi distinti, quasi signorili; ed ora si rassegnava male a, portare sempre lo stesso vestito blu; lustro e magagnato.
Il Nicchioli li ammonì:
— È inutile che ve lo ridica, mi pare: se il denaro dei vostri incassi fosse poco, me lo dovete avvertire. Badate che io, in contraccambio del favore che vi ho fatto, non esigo da voi altra sincerità.... Voi capite che anch’io.... benchè possa essere.... fino a un certo punto.... un signore.... devo sapere come.... si trova il mio denaro.
Niccolò, andò a cambiare di posto a una fila di libri; spolverandoli con un gomito. Ma anche Giulio stette zitto. Il cavaliere si meravigliò un poco; e, credendo d’averli offesi, seguitò:
— Badiamo che io.... vi parlo così.... perchè vi sono amico.... ve ne do la prova.... Non mi crediate cattivo o.... pentito della firma messa.... Vi ho detto che.... a farmi restituire ciò che è mio.... non ho nessuna fretta.... Io so che voi siete buoni e leali.... come me.... Mi vergognerei a sospettare.... Non mi sbalùgina nè meno per la mente!
Giulio lo avrebbe supplicato di smettere; e Niccolò ficcava all’incontrario i libri nello scaffale, che era anche troppo corto.
Passava tutto il reggimento, e si sentivano soltanto i passi cadenzati. Involontariamente, tutti e tre si voltarono ai vetri della porta; sempre con lo stesso stato d’animo, che si faceva anzi più intenso. All’improvviso, la banda attaccò con tutti gli strumenti una marcia. I vetri tremarono; e tutti e tre si riscossero. Essi ascoltavano; e i loro sentimenti pare vano aumentare, benchè in contrasto con la musica sgargiante; come stupefatti.
Quando si fu allontanata, essi si sentirono un’altra volta insieme, allo stesso punto, con l’animo sospeso. Il Nicchioli aspettò un poco, e poi riprese:
— Vedete come siete voi?.... Io sono differente.... non per vantarmene....
Niccolò disse con la sua voce robusta, che faceva subito credere:
— Se lei vuole, noi restituiremo il suo denaro dentro due mesi!
Al Nicchioli questa, risposta dispiacque, perchè credette di avere irritato il loro amor proprio.
— Lei prende le cose sempre per il peggio!
Giulio, con una dolcezza che gli repugnava, disse:
— Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si può mai parlare! Lo scusi perchè nè meno lui sa quello che si dica! Doventa irresponsabile.
Il Nicchioli fu soddisfatto, e disse:
Indice
In questa edizione
- 01Part 1
- 02Part 2
- 03Part 3
- 04Part 4
- 05Part 5
- 06Part 6
- 07Part 7
- 08Part 8
- 09Part 9
- 10Part 10
Disponibilità lingue
Altre lingue
Altre edizioni linguistiche non sono ancora pubblicate. Qui appariranno quando disponibili.
Richiedi un'altra lingua