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Letteratura

Una peccatrice

Edizione BooksWhale in italiano di Giovanni Verga

Un primo romanzo italiano di Verga su passione, colpa, ambizione letteraria e destino sentimentale.

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Introduzione al libro

Una peccatrice

Una peccatrice mostra il giovane Giovanni Verga alle prese con amore, fama, colpa e tragedia morale prima della piena stagione verista. Questa edizione italiana originale aiuta a seguire l’evoluzione di Verga dalla narrativa sentimentale al realismo maturo.

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Come è stata preparata

Questa edizione si basa su un testo di pubblico dominio ed è stata preparata da BooksWhale per la lettura digitale.

Base di pubblico dominio

Perché può essere condivisa

Giovanni Verga morì nel 1922, e Una peccatrice fu pubblicato per la prima volta nel 1866. Queste date sostengono la base di pubblico dominio di questa edizione originale italiana.

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Una peccatrice

Giovanni Verga

Dirò come mi sia pervenuta questa storia, che convenienze particolari mi obbligano a velare sotto la forma del romanzo.

Verso la metà di novembre avevamo progettato una partita di campagna con Consoli e Pietro Abate.

Il 14, con una bella giornata, noi eravamo sulla strada di Aci.

Verso Cannizzaro un elegante calesse signorile oltrepassò la nostra modesta carrozza da nolo. Giammai si è tanto umiliati dal contrasto come in simili casi. Consoli, ch’era forse il più matto della compagnia, gridò al cocchiere:

— Dieci lire se passi quel calesse!

Il cocchiere frustò a sangue le rozze, che cominciarono a correre disperatamente, facendoci sbalzare in modo da esser sicuri di ribaltare; e siccome le povere bestie non correvano come egli voleva, Consoli salì in piedi sul sedile dinanzi per togliere le redini e la frusta dalle mani del cocchiere.

Allora cominciò un alterco fra quegli che non voleva cederle e Consoli che le voleva ad ogni costo, mentre il legno correva alla meglio.

Tutt’a un tratto i cavalli si arrestarono; Abate ed io, sorpresi di vederci fermati sì bruscamente, domandammo che c’era.

— Un morto: — fu la risposta laconica del cocchiere.

Un convoglio funebre attraversava lentamente lo stradone; esso era semplicissimo: un prete, un sagrestano che portava la croce, un ragazzo che recava l’acqua benedetta, e tre o quattro pescatori; il feretro, coperto di raso bianco e velato di nero, era portato da quattro domestici abbrunati, e una carrozza signorile, in gran lutto, lo seguiva.

Quando la carrozza fu paro della nostra, una testa scoperta si affacciò allo sportello sollevando la tendina di seta nera, e noi riconobbimo uno dei nostri amici d’Università, Raimondo Angiolini, laureato in medicina da quasi due anni.

Domandammo chi era morto ad un domestico in lutto che seguiva, anch’egli a piedi, il convoglio, e ci fu risposto: la contessa di Prato.

— Ella! — esclamammo tutti ad una voce, come se fosse stato impossibile che la morte avesse potuto colpire quella fata, che aveva fatto il fascino di tutti.

Non sapevamo spiegarci per quali circostanze la contessa fosse morta in quel luogo e Angiolini ne accompagnasse il feretro; per un movimento istintivo ed unanime scendemmo da carrozza, e, a capo scoperto, seguimmo il mortorio sino alla chiesetta.

Raimondo Angiolini entrando in chiesa venne a stringerci la mano; i nostri occhi soltanto l’interrogavano, poichè egli rispose tristamente le stesse parole che ci erano state dette:

— La contessa di Prato.

— Ella! — fu ripetuto di nuovo.

Raimondo abbassò il capo tristamente.

— Morta... la contessa!... morta qui! — esclamò Abate.

— Sì, ieri l’altro, alle due del mattino... una morte orribile.

Rimasimo un pezzo in silenzio: giammai questo spaventoso mistero del nulla avea colpito siffattamente le noncuranti immaginazioni dei nostri 23 anni.

— Sembra un sogno! — mormorò Consoli, — faranno appena due mesi ch’io la vidi al teatro.

— La sua malattia fu brevissima; — rispose Raimondo, — è morta per Pietro Brusio.

— Per Brusio! ella!... la contessa!..

Anche Brusio era uno dei nostri compagni d’Università, buon giovanotto, alquanto discolo; ma, per guanto ci torturassimo il cervello, non arrivammo a comprendere come la Prato, questa Margherita dell’aristocrazia, fosse giunta ad amarlo, e, quel ch’è più, a morire d’amore per lui. Siccome i nostri volti al certo esprimevano tal dubbio, Angiolini riprese:

— Nessuno, fuori di me e dell’amico mio Brusio, e forse egli meno di me, potrà mai arrivare a conoscere per qual concorso straordinario di circostanze questi due esseri (Angiolini nella sua qualità di medico diceva esseri ) si sono incontrati ed hanno finito per assorbire l’uno la vitalità dell’altro. Sono di quei misteri, che sembrano troppo reconditi ma troppo ben tracciati nel loro sviluppo per essere casuali, e che fanno supporre quello che il coltello anatomico non ci ha potuto far trovare nelle fibre del cuore umano.

— Vogliamo saperlo allora! — saltò su a dire Consoli, — siamo tutti amici di Brusio.

Angiolini, malgrado il suo scetticismo di medico, volse uno sguardo alla bara, posta fra quattro ceri, nel mezzo della chiesa, mentre il prete celebrava la messa.

Capitolo in anteprimaI.Anteprima

In una bella sera degli ultimi di maggio, due giovanotti, tenendosi a braccetto, passeggiavano pel gran viale del Laberinto che dovea trasmutarsi in Villa Pubblica, con quella oziosità noncurante che forma il carattere degli studenti e dei giovanotti che non hanno ancora le pretensioni di dandys .

Passeggiavano da quasi cinque minuti in silenzio, quando una signora, abbigliata con gusto squisito, appoggiandosi con il molle e voluttuoso abbandono che posseggono solo le innamorate o le spose nella luna di miele , al braccio di un uomo, anch’esso molto elegante, passò loro dinanzi; e lo strascico della sua lunghissima veste sfiorò i calzoni del giovane alto e bruno che stava a diritta, il quale non sembrò accorgersene.

— La bella donna! — esclamò il suo compagno, un giovane biondo, come per rompere quel silenzio, che durava da un pezzo.

L’altro, istintivamente, alzò il capo e guardò la signora, che, o naturalmente, o per l’istinto della donna, avea volto a metà il viso verso di loro, parlando con l’uomo che l’accompagnava.

Il bruno sembrò esaminarla di un lungo sguardo dalla piuma del suo cappellino, che scherzava coi ricci dei suoi magnifici capelli cadenti sin quasi sulle sopracciglia, alla punta del suo piccolo piede, chiuso in stivaletti di seta nera, che allora, forse per la più squisita civetteria, l’ampia guarnizione della veste lasciava scoperto sino al basso di una gamba sottile e ben modellata.

— Sì, molto bella! — diss’egli, come rispondendo a sè stesso.

E malgrado che tentasse immergersi di nuovo nei pensieri che lo tenevano sì preoccupato un momento innanzi, due o tre volte alzò gli occhi a fissare la veste, che ancora strisciava lontana sulla sabbia del viale.

Alla porta ella montò nella carrozza che l’aspettava, e partì.

— Ella non dev’essere siciliana; — ripigliò il bruno, che si chiamava Piero.

— Chi te lo dice?

— Tutto: il suo genere d’eleganza, la sua andatura... il modo stesso con cui accolse la tua esclamazione.

— L’ha udito dunque! — mormorò il biondo, arrossendo come un collegiale.

— Raimondo, amico mio, sarai sempre un ragazzetto su questo argomento. Credi dunque che quando una bella donna ti passa dinanzi badi ad ascoltare le sciocchezze che le sussurra un imbecille qualunque sotto il naso?

— Ma quest’imbecille può anche essere un amante... e allora...

— E allora ragion dippiù per ascoltare ciò che si dice di lei, quale impressione desta passando, per poi fare un presente all’innamorato delle tue osservazioni (se sono favorevoli però, bada!) sotto il pretesto di riderne; presente che deve rendere innamorato quel povero allocco per dieci gradi dippiù.

Raimondo rise dell’osservazione; e ambedue proseguirono a passeggiare in silenzio.

All’ingresso del giardino si separarono, colla tacita promessa, data nella più tacita stretta di mano, di rivedersi l’indomani.

Noi cercheremo di delineare questi due personaggi, dei quali uno è destinato ad avere la maggior parte negli avvenimenti che verranno in seguito.

Pietro Brusio, l’uno dei due (ricorriamo al pseudonimo per questo come per quasi tutti i nostri personaggi, viventi ancora la maggior parte e molto conosciuti) è, come abbiamo accennato, un giovanotto alto; di circa 25 anni; alquanto magro, ciò che non impedisce che abbia delle belle forme, le quali sarebbero più eleganti, se avesse il segreto, come l’hanno molti, di saperle fare spiccare; ha i capelli assai radi, di un castagno molto più chiaro di quello dei suoi pizzi e dei baffi; pelle bruna; occhi piccoli e vivissimi; labbra alquanto grosse e sensuali; narici larghe e dilatantisi sempre più alla minima aspirazione del suo carattere impetuoso; piedi e mani piccolissime, in rapporto alla sua statura. Nell’assieme figura energica e maschia, che può avere anche i suoi riflessi di bellezza, messa sul suo piedistallo, nella sua giusta luce, al suo posto insomma. È un giovane quale se ne incontrano molti in Sicilia: sangue arabo in vene andaluse: orgoglioso come un Cyd egli non dissumula menomamente le sue pretensioni di superiorità, che nulla sembra autorizzare nel suo esteriore. Vivo ed impetuoso come tutti i meridionali, egli scenderebbe sino alla lotta di piazza pel minimo sguardo un po’ dubbio che s’incrociasse col suo. Natura generosa del resto, elevata, con molte aspirazioni al superiore, troppo nobile forse per trovarsi in contatto colla società del giorno senza risentirne gli urti, egli passa colla maggior facilità dall’estrema confidenza nella sua stella , nel suo avvenire (poichè egli avea dato due o tre drammi al teatro di Siracusa, dei quali si era parlato il giorno dopo soltanto, o non si era parlato affatto) allo scoraggiamento massimo, alla disillusione più completa di tutti quei sogni rosati, che pur riempiono un gran vuoto, rispondono ad un gran bisogno in quell’età in cui il cuore e l’immaginazione vivono anch’essi la loro vita.

Capitolo in anteprimaII.Anteprima

Venti giorni sono scorsi da quello in cui incontrammo i due amici al Rinazzo. Siamo nei lunghi giorni del giugno. Pietro studia assiduamente da mattina a sera le sue tesi, poichè si approssimano gli esami; ed esce assai di rado.

La sera di un giovedì Raimondo venne a trovarlo nel suo stanzino da studio, nella casa che abitava insieme a sua madre e alle sue due sorelle, in via Vittoria.

— Che vuoi? — domandò Pietro bruscamente, celando, al suo solito, la viva amicizia che nutriva pel suo compagno sotto quell’apparenza di ruvidità.

— Vengo per condurti meco al passeggio.

— Ne ho forse il tempo? Sai bene che gli esami sono vicini, e non ho ore da sprecare andando a spasso; sai pure che col professore Crisafulli non c’è da scherzare.

La signora Brusio, ch’era entrata con Raimondo nello stanzino di suo figlio, e si era appoggiata, con quell’atteggiamento ineffabile d’amore delle madri, alla spalliera della sua seggiola, unì le sue istanze a quelle di Raimondo per indurre suo figlio a prendere un po’ d’aria.

— Stassera c’è musica alla Marina: — disse Raimondo.

— Va pure, figlio mio; — disse la madre, — da quasi venti giorni tu non esci più, e ciò ti farà ammalare invece di farti proseguire i tuoi studî. Prendi qualche ora di riposo; ne hai bisogno.

Pietro amava sua madre d’immenso affetto. Pel suo carattere impetuoso ed insofferente quella dolce voce di donna, quella mano pallida e affilata che carezzava i suoi capelli, erano irresistibili.

— Giacchè siete congiurati, e volete così!... — diss’egli sorridendo, — aspettami cinque minuti, Raimondo; il tempo di vestirmi.

E passò nella sua camera.

— Fatelo divertire, signor Angiolini; — disse al giovane medico la signora Brusio, — ha tanto bisogno di distrazione il mio povero Pietro! È tanto tempo che non fa altro che studiare!... e mi sembra che sia divenuto più pallido... Mi atterisce l’idea che abbia ad ammalare!

— Non pensi a queste cose, signora; — interruppe Raimondo; Pietro è forte come un toro, e quest’eccesso di lavoro non può durare che altri otto o dieci giorni. Terminati gli esami abbiamo stabilito di andare a passare una settimana alla campagna.

— Grazie, grazie, Raimondo! — disse la madre, stringendo la mano del giovane, — voi siete il degno amico del mio Pietro... Ve lo raccomando!... Siamo tre donne che non abbiamo più che lui...

Vestito che fu Pietro i due amici andarono alla Marina .

I viali erano affollatissimi; la musica eseguiva le più appassionate melodie di Bellini e di Verdi ; un bel lume di luna si mischiava alle vivide fiammelle dei lampioncini, sospesi in festoni agli alberi, che illuminavano i viali. Era una di quelle sere incantate che si passano su queste spiaggie del Mediterraneo, in cui lo specchio terso ed immenso del mare, che riflette tremolante il raggio dolce e pacato della luna, sembra servire di cornice al quadro allegro, vivace, animato, che formicola colle sue mille seduzioni sotto gli alberi.

Pietro si sentì come allargare il cuore e fu grato all’amico di quella piacevole sensazione; essi passeggiavano per uno dei viali più appartati.

— Non m’inganno! — esclamò Pietro tutt’a un tratto, come di soprassalto, stringendo vivamente il braccio dell’amico contro il suo; — è lei!... là!... in mezzo a quei due uomini!...

In fondo al viale quasi deserto, perchè troppo lontano dalla musica, spiccava infatti, e per la solitudine del luogo, e per una certa originalità elegante di abbigliamento e di andatura, la signora che aveva recato tale impressione in Pietro Brusio.

Vestiva un semplicissimo abito di tarlatane a quadretti bianchi e bleu, tessuto di una freschezza e leggerezza quasi vaporosa; uno sciallo nero, fermato sul petto da uno spillone d’oro; ed un cappellino grigio ornato cerise .

Nulla però varrebbe a riprodurre l’eleganza suprema, la molle e quasi ingenua civetteria, con la quale ella rialzava la veste sino a metà della sottoveste ricchissima e si appoggiava al braccio di un uomo di quasi 30 anni, assai bruno, con volto ombrato da una folta barba nera, che avrebbe fatto invidia ad un guastatore, e vestito con ricercatezza alquanto leccata. Dall’altro lato era accompagnata da un signore di mezza età, alto, quasi biondo, freddo, e che parlava con una bella pronunzia toscana.

Indice

In questa edizione

  1. 01Full text
  2. 02I.
  3. 03II.
  4. 04III.
  5. 05IV.
  6. 06V.
  7. 07VI.
  8. 08VII.
  9. 09VIII.
  10. 10IX.

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