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Literatura
Arabella
Edição BooksWhale em italiano por Emilio De Marchi
Un romanzo milanese su eredità, coscienza, famiglia e dignità femminile.
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Introdução do livro
Arabella
Arabella segue una giovane donna dentro una rete di interessi familiari, denaro, matrimonio e responsabilità morale. Emilio De Marchi costruisce un romanzo realistico di ambiente lombardo, attento alle pressioni sociali e alla forza silenziosa della coscienza.
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Testo originale italiano pubblicato nel 1892. Emilio De Marchi morì nel 1901; l’opera è nel pubblico dominio per scadenza dei termini.
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Arabella
Emilio De Marchi
Capítulo de préviaParte primaPrévia
Parte prima
Capítulo de préviaI. Il testamento RattaPrévia
Milano, la grande città del fracasso, dopo aver mandato a casa l’ultimo ubbriaco, si sprofondò nel silenzio grave delle piccole ore di notte.
A San Lorenzo sonarono due tocchi languidi, rotti dalla neve, che cadeva a fiocchi larghi.
Il Berretta, buttato l’ultimo pezzo di legno sul caminetto, fregandosi in fretta i ginocchi, brontolò in fondo alla gola:
— Basta, finirà anche questa.
Nella stanza vicina, dove malamente ardeva una candeluccia benedetta, stava nel suo letto distesa la povera signora Ratta, morta, vestita di una logora gonnella di cotone color terra secca, con in capo la più sgangherata delle sue cuffie famose e sulle gambe sottili un paio di calze di filugello bigio.
Il portinaio Berretta, che aveva aiutato i becchini a collocare sul letto la povera cristiana, che le aveva legate non senza fatica le mani colla corona del rosario, non poteva ora togliersi dagli occhi il fantasma della morta benedetta, quantunque l’uscio della stanza fosse chiuso con due bei giri di chiavetta, e lui, imbacuccato nella pistagna d’un suo antico tabarro fin oltre gli orecchi, voltasse le spalle all’uscio, e cacciasse la testa tutta quanta nel vano del caminetto.
Per non irrigidire nella paura, che è la più gran cosa fatta di niente, il portinaio, che non aveva ereditata da natura un’anima di drago, due o tre volte si sforzò di ragionare su cose inconcludenti, di appassionarsi, di accalorarsi nei pensieri, di ripetere gli avvenimenti della faticosa giornata suscitando in sè stesso dei rancori e delle smanie, per aver un motivo di brontolare e di rompere quel tremendo silenzio di morte, destando degli stimoli d’egoismo colla prospettiva d’una grossa mancia, o d’un lascito, o di qualche regalo. La vecchia Carolina Ratta nei dodici, o tredici anni dacchè era venuta ad abitare in Carrobbio, (prima stava in Borgo di San Gottardo), si era sempre servita di un Berretta come una serva adopera, parlando con poco rispetto, una scopa che ha sotto la mano. I portinai sono la scopa degli inquilini. — Berretta, mi fate un piacere? — gli pareva di sentirla negli orecchi la voce tremula e fessa della vecchia ottuagenaria. — Mi comprate il tabacco, Berretta? Badate che sia albania. — E non dava mai un soldo, l’avaraccia, salvo il rispetto ai morti. — Berretta, la mia gatta l’avete vista? — Anche questa: gli era toccato qualche volta di girare mezza la casa dal solaio alla cantina, in cerca della gatta. Per cui se la sora Carolina gli avesse lasciato nel testamento cento, duecento, trecento lirette una volta per sempre, proprio niente di male. Don Giosuè Pianelli, il confessore della povera cristiana, gli aveva fatto capire che il suo nome era scritto su un foglio di carta. Cento lirette le aveva guadagnate soltanto a correre quel dì. Quando la Giuditta venne a dire che la sora Carolina pareva morta davvero nel suo seggiolone colla solita calza in mano, in cui aveva litigato fino all’ultimo la sua grande vitalità, bisognò subito correre ad avvertire il sor Tognino. Poi bisognò correre al Municipio per le formalità e aspettare due ore che i signori impiegati si degnassero di scrivere. Poi di nuovo bisognò correre alla Società anonima a ordinare la carrozza da morto; poi correre, gambe in spalla, a San Lorenzo, a combinare coi preti. E tira e tira, tra i preti che volevan la polpetta grossa e il sor Tognino che odia i preti, fu quasi una commedia in sagrestia. Poi correre ancora, auf! a recapitare una cinquantina di lettere coll’orlo nero ai quattro punti di Milano... e quando, finalmente, pareva che tutto fosse finito — Neh, Berretta — venne fuori a dire il sor Tognino fresco come un sorbetto — bisognerà che tu rimanga stanotte a far la guardia alla morta. Sul tardi verrò anch’io: ma intanto bada a non lasciar passare nessuno. Se vengono i parenti con un pretesto o coll’altro, tu di’ che hai l’ordine di non lasciar passare nessuno, nes...suno, neh!...
Sumário
Nesta edição
- 01Full text
- 02Parte prima
- 03I. Il testamento Ratta
- 04II. Il funerale
- 05III. Nell’ammezzato
- 06IV. I pensieri della zia Colomba.
- 07V. I cattivi affari del signor Paolino.
- 08VI. Reti sottili
- 09VII. Angelica.
- 10VIII. I gioielli della sposa
- 11IX. Vita nuova.
- 12X. Il risultato d’un colloquio
- 13XI. La vittima.
- 14XII. Il tiranno
- 15XIII. Prime scaramucce
- 16Parte Seconda
- 17I. Un uomo che non ha visto nulla.
- 18II. In casa delle due “beate„
- 19III. Un’anima in pena.
- 20IV. Un’altr’anima in pena.
- 21V. La prima battaglia
- 22VI. Un cattivo rosario.
- 23VII. Nello studio dell’avvocato
- 24Parte Terza
- 25I. Avvocato contro avvocato.
- 26II. Arabella rompe la sua catena.
- 27III. Un’altra battaglia
- 28IV. Un uomo tra due donne.
- 29V. La schiava è ripresa
- 30VI. Tre uomini.
- 31VII. Tiranni e vittime
- 32VIII. La vita è una trappola
- 33IX. I fiori del bene.
- 34Parte Quarta
- 35I. Lieto maggio
- 36II. I conti di Ferruccio
- 37III. Amore?
- 38IV. In Questura.
- 39V. Preparativi per la partenza
- 40VI. La morte è buona.
- 41FINE
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