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Literatura
Il mio Carso
Edição BooksWhale em italiano por Scipio Slataper
Un classico modernista italiano tra autobiografia, paesaggio carsico, identità e inquietudine.
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Introdução do livro
Il mio Carso
Il mio Carso intreccia confessione, paesaggio, memoria e identità in una prosa intensa legata a Trieste e al Carso. Questa edizione italiana originale offre un testo fondamentale per leggere il primo Novecento, la cultura di frontiera e il modernismo italiano.
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Scipio Slataper morì nel 1915 e Il mio Carso fu pubblicato nel 1912; questi dati confermano il dominio pubblico di questa edizione italiana originale.
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Capítulo de préviaPart 1Ler prévia
Il mio Carso
Scipio Slataper
Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C’era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.
Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia nella grande foresta di roveri. D’inverno tutto era bianco di neve, la porta non si poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi. Mamma m’infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.
Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi sono venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l’italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti; ― ma presto devo tornare in patria perchè qui sto molto male.
Vorrei ingannarvi ma non mi credereste. Voi siete scaltri e sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che cerca d’imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni. È meglio ch’io confessi d’esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra coltura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi. Le vostre obiezioni mi chiudono a poco a poco in gabbia, mentre v’ascolto disinteressato e contento e non m’accorgo che voi state gustando la vostra intelligente bravura. E allora divento rosso e zitto, nell’angolo del tavolino; e penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento. Penso avidamente al sole sui colli, e alla prosperosa libertà; ai veri amici miei che m’amano e mi riconoscono in una stretta di mano, in una risata calma e piena. Essi sono sani e buoni.
Penso alle mie lontane origini sconosciute, ai miei avi aranti l’interminabile campo con lo spaccaterra tirato da quattro cavalloni pezzati, o curvi nel grembialone di cuoio davanti alle caldaie del vetro fuso, al mio avolo intraprendente che cala a Trieste all’epoca del portofranco ; alla grande casa verdognola dove sono nato, dove vive, indurita dal dolore, la nostra nonna.
Era bello vederla seduta nella larga terrazza spaziante su enormi spalti le montagne e il mare, lei secca e resistente accanto all’altra mia nonna, la veciota venesiana, rubiconda e spensierata che aveva quasi ottant’anni e le si vedeva ancora il forte palpito azzurrino del polso sollevarsi e cadere nella pelle morbida come una foglia. Questa mi parlava dell’ assedio di Venezia , del sacco di patate in mezzo la cantina, della bomba che fracassò un pezzo di casa. E aveva un fazzolettino bianco sui pochi capelli fini, ed era allegra. Quando veniva a mangiare da noi, babbo le diceva sempre: ― Beati i oci che i la vedi.
Ma allora essa non m’interessava. Io filavo in campagna a giocare con gli alberi.
Il nostro giardino era pieno d’alberi. C’era un ippocastano rosso con due rami a forca che per salire bisognava metterci dentro il piede, e poi non potendolo più levare ci lasciavo la scarpa. Dall’ultime vette vedevo i coppi rossi della nostra casa, pieni di sole e di passeri. C’era una specie di abete, vecchissimo, su cui s’arrampicava una glicinia grossa come un serpente boa, rugosa, scannellata, torta, che serviva magnificamente per le salite precipitose quando si giocava a ‘sconderse. Io mi nascondevo spesso su quel vecchio cipresso ricco di cantucci folti e di cespugli, e in primavera, mentre spiavo di lassù il passo cauto dello stanatore, mi divertivo a ciucciare la ciocca di glicine che mi batteva fresca sugli occhi come un grappolo d’uva. Il fiore del glicine ha un sapore dolciastro-amarognolo, strano, di foglie di pesco e un poco come d’etere.
Capítulo de préviaPart 2Prévia
La cantina era bassa. Nel mezzo, su una botticella fumazzava una fiamma rossastra di petrolio. Il padron di casa sedeva vicino alla fiamma, con un bicchiere in mano. Nel volto era del color dei fondi violacei di botte.
Tutt’intorno gravavano grandi botti brune e tini panciuti. Su i muri, nei cantoni, tra l’inferriata del finestrino murato c’erano mille ragnateli stracciati e aggomitolati dalla polvere. Una gatta baia sotto le botti annusava indolente ma nervosa l’odor di pantigane che impregnava l’aria.
Uno degli uomini che si rimboccava su i calzoni a sforzo, perchè la dura coscia non voleva cedere, alzò gli occhi, guardandomi.
Vila era lassù, in piedi, sui tronchi squadrati che reggevano i tini. Era dritta e fresca, nella sua camicia rossa, e mi sorrise.
Io ero un timido bimbo. E lei mi disse piano: ― La salti su.
I bei grappoli pieni che avevamo colti ieri si pigiavano nel tino. Spilluccammo i grani più grossi, stufi d’uva. Mi dette un grano tondo, grosso come una noce, limpido.
Disse: ― La guardi che man che go! ― Piccole, ma di pelle callosa, tagliuzzata alla punta delle dita, nera di pentole, le unghie rosicchiate. Disse poi: ― Lei la ga bele man. ― Poi gridò: ― Ala, Toni, scuminziemo!
Lo zio di Vila, il padron di casa, pulì un bicchiere con la fodera della giacca e m’offrì da bere. Bevvi.
Zappavano l’uva, curvi, aggrappati sull’orlo del tino, anelando come i taglialegna. Le gambe pelose, rosse, alternavan la battuta con frenesia, e il tino si squassava sotto i colpi. Gli acini e i gusci e il succo schizzavano tra le larghe dita dei piedi. Vila stava dritta, tenendosi sul tino. Le sue unghie eran diventate rosse.
Poi le gambe degli zappatori scomparvero fino alla coscia nello sguazzacchio vinoso. Il doppio colpo divenne metodico, come di stantuffo. Pesante e uguale.
Lo zio di Vila beveva, radendosi il succo dai mustacchi setolosi con il dorso della mano. Il suo grifo era rosso.
Il mosto bolliva nelle botti aperte, sciamante di moscerini ubbriachi. Assorbivo un caldissimo odore asfissiante. Gli uomini s’accendevano. Rovesciarono una brenta piena di mosto, e il vino schizzò a ondata sull’uomo e sul muro, corse a rivoletti impetuosi, tinse la gatta spaurita. Uno si buttò per terra a sorbire la motriglia vinosa.
Il padron di casa bestemmiò, rise, mi tese un bicchiere di mosto. Bruciava. La cantina era bassa e rossastra. ― Vila, un toco de legno per la bota!
Io corsi prima di lei, per scappar via; ma ella mi rincorse.
Pioveva. La notte era oscura e fangosa. Scridivano gli agostani. Mi prese per mano, e correndo mi baciò il braccio nudo, sgocciante d’acqua.
Io dissi: ― Vila ― a bassa voce, meravigliato.
Nella cantina gli uomini zappavano ritmicamente, il padron di casa beveva, la gatta si leccava il pelo intriso.
Mi sedetti contento per terra. Correvo per una lunga strada piena di sole. Correvo, correvo.
Quando il sole è alto nel luglio, correndo nei prati l’uomo si ferma perchè il respiro è pieno d’un veleno e d’un calore così dolci e forti ch’egli deve sdraiarsi nel sole e dormire. Chiude gli occhi, e le palpebre gli fiammeggiano come un cielo infocato, e da tutte le parti s’alzano vampate immense barcollanti d’albero in albero. L’aria trema inquieta nell’arsura.
Ma m’alzai furioso e corsi in campagna, gridando come un falco ch’abbia lasciato per la prima volta il suo nido.
La sua camera aveva un intonaco a stampi rossocinerini, mattoni slabbrati per pavimento, un pianoforte coperto da un canovaccio crocettato, un letto, un armadio con su boccette medicinali e una civetta impagliata. Una lastra della finestra era di latta rugginosa, con un foro per il tubo della stufa. Siccome il foro s’era slargato, d’inverno, quando mettevano la stufa, Vila incasava con le punte delle forbici un po’ di stracci intorno al tubo. E fumigavano.
Capítulo de préviaPart 3Prévia
E ansante mi buttavo a capofitto nel fiume per dissetarmi la pelle, inzupparmi d’acqua la gola, le narici, gli occhi e m’ingorgavo di sorsate enormi, notando sott’acqua a bocca spalancata come un luccio. Andavo contro corrente abbrancando nella bracciata i rigurgiti che s’abbattevano spumeggianti contro il mio corpo, addentando l’ondata vispa, come un ciuffo d’erba fiorita quando si sale in montagna. E l’ondata mi strappava giù a scossoni, svoltolandomi nella correntía e mi rompevo sul fondo ripercotendomi al sole, strascinato per un tratto sulle erte rive, fra radici e sassi invano inghermigliati. Poi m’affondavo, e carrucolandomi per gli scogli rimontavo sfinito la corrente.
Il sole sul mio corpo sgocciolante! il caldo sole sulla carne nuda, affondata nell’aspre eriche e timi e mente, fra il ronzo delle api tutt’oro! Allargavo smisuratamente le braccia per possedere tutta la terra, e la fendevo con lo sterno per coniugarmi a lei e rotare con la sua enorme voluta nel cielo ― fermo, come una montagna radicata dentro al suo cuore da un’ossatura di pietra, come un pianoro vigilante solo nell’arsura agostana, e una valle assopita caldamente nel suo seno, una collina corsa dal succhio d’infinite radici profondissime, sgorganti alla sommità in mille fiori irrequieti e folli.
E a mezzo mese, nell’ora in cui la luna emerge dal lontano cespuglio e si fa strada fra le nubi, candida e limpida come un prato di giunchiglie in mezzo al bosco, io mi sentivo adagiato in una dolce diffusità misteriosa, come in un tremore di quieto sogno infinito.
Conoscevo il terreno come la lingua la bocca. Camminando guardavo tutto con affetto fraterno. La terra ha mille segreti. Ogni passo era una scoperta. In ogni luogo sapevo l’ombra più folta e la più vicina caverna quando mi coglieva la piova.
Amo la piova pesa e violenta. Vien giù staccando le foglie deboli. L’aria e la terra è piena di un trepestio serrato che pare una mandra di torelli. L’uomo si sente come dopo scosso un giogo. Ai primi goccioloni balzo in piedi, allargando le narici. Ecco l’acqua, la buona acqua, la grande libertà.
L’acqua è buona e fresca. Invade ogni cosa. La pietra se ne inumidisce bollendo. Se si mette il dito nell’umidiccio e intorno ai fusti, si sente come le radici la poppano. Tutte le vite in patimento respirano libere.
Perchè la terra ha mille patimenti. Su ogni creatura pesa un sasso o un ramo stroncato o una foglia più grande o il terriccio d’una talpa o il passo di qualche animale. Tutti i tronchi hanno una cicatrice o una ferita. Io mi sdraiavo bocconi sul prato, guardando nell’intorcigliamento dell’erbe, e a volte ero triste.
Triste delle belle creature della terra. Io le conoscevo. Le mie mani sapevano le fonde spaccature estive dove lo zinzino occhieggia all’orlo con le sue lunghe antenne, e basta un fuscello o un soffio a farlo tracollar dentro; i muriccioli di sabbia con cui il filo d’acqua s’argina maestosamente; e seducevo la formica carica a salir su una larga foglia di platano per deporla cautamente al di là l’alpe. Tutto m’era fraterno. Amavo le farfalle in amore impigliate nella trama nerastra del rovo, sbattenti disperatamente le ali in una pioggia di bianco pulviscolo, il bel ragno vellutato dalle secche zampe che sfilava nell’aria tremula il suo filo argentino perchè s’incollasse sulla peluria uncinata di una foglia, e tentava con la zampina il filo per slanciarvisi dritto e tessere l’elastica tela. Ronzava disperata nel mio pugno la mosca colta a volo; accarezzavo il bruco liscio e fresco che si raggrinziva come una fogliolina secca; tenevo avvinta per le grandi ali cilestrine la libellula; affondavo il braccio nell’acqua per sollevar di colpo in aria il rospicino dalla pancia giallonera; tentava di ritorcersi l’addome della vespa contro le mie dita e partorirvi il pungiglione. Squarciavo a sassate le biscie.
Sumário
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- 02Part 2
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- 09Part 9
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