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Literatura
Paolina
Edição BooksWhale em italiano por Iginio Ugo Tarchetti
Un classico italiano su Scapigliatura, passione, inquietudine, critica sociale e destino femminile.
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Introdução do livro
Paolina
Paolina di Iginio Ugo Tarchetti è un’opera italiana di pubblico dominio dedicata a Scapigliatura, passione, inquietudine, critica sociale e destino femminile. Questa edizione presenta il testo originale in una forma chiara, adatta alla lettura online, EPUB e PDF.
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Iginio Ugo Tarchetti morì nel 1869 e Paolina fu pubblicato nel 1865. Queste date sostengono il dominio pubblico di questa edizione originale italiana.
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Paolina
Iginio Ugo Tarchetti
In una sera di giugno del 1864, e nei primi giorni della mia residenza in Milano, io usciva da quel magnifico tempio col cuore agitato da mille commozioni di artista e di poeta (e solo per quella conoscenza ideale che dell’arte e della poesia hanno nel loro cuore tutti gli uomini sensibili) e fui arrestato da una moltitudine di curiosi che assisteva alla demolizione di un antico quartiere di fronte, laterale alla via dei Borsinari, e denominato il Coperto de’ Figini.
Il Municipio ne aveva decretato l’abbattimento per l’ampliazione della nuova piazza di quella meravigliosa Cattedrale, e i Milanesi non passavano d’innanzi a quelle rovine senza trattenersi a contemplarle con un sentimento di meraviglia, oscillante tra il rammarico e la gioia. — E infatti quel nuovo ornamento d’una piazza ammirabile per ampiezza e per eleganza, dovea costare la demolizione di quell’edificio ragguardevole per antichità e quasi monumentale in quella metropoli, dove d’una serie di avvenimenti gloriosi e splendidissimi non rimase altra testimonianza che nella storia.
Ma gli animi di coloro non erano mossi soltanto da questa considerazione: vi ha qualche cosa di triste e di solenne nelle ruine d’un edificio cha ha veduto succedersi tante generazioni d’uomini, che fu teatro degli affetti più teneri e miti, come della lotta delle passioni più disparate, che ha custodito nel suo seno, come in quello di un amico fedele, il segreto della vita intima della famiglia: pio e meraviglioso segreto, che se a tutti fosse concesso di svolgere, farebbe forse inorridire l’umanità del suo destino. È il sacro pudore della sventura che ci consiglia a serbarlo, e questa religione è per sè stessa e in tutti gli uomini una religione d’istinto, ma invigorita dalla delicatezza dei nostri animi, e da quella fatale, ma pur giusta convinzione, che gli uomini sogliono scorgere in tutto ciò che non è prospero qualche cosa di reietto e di colpevole.
Ma sia egli poi per un sentimento puerile di curiosità, o per quello nobilissimo della compassione, o eziandio per quel naturale egoismo che ci fa trarre conforto da un confronto favorevole tra le nostre fortune, non havvi desiderio più insistente e più inviscerato nella nostra natura che quello di voler lacerare il velo che ci nasconde la storia della vita domestica degli altri uomini.
Egli è certamente per una conseguenza di questo principio, che noi restiamo compresi d’ammirazione d’innanzi alle più modeste reliquie di tutto ciò che vi ha appartenuto, come se ciascun oggetto avesse serbata con sè una parte di quella vita, e le traccie di quegli avvenimenti di cui fu testimonio. Ma ella è pur gentile questa illusione! E chi di voi non ha collocato una parte de’ suoi affetti, e talora la più durevole, nel tetto che vi vide nascere, nell’albero del piccolo cortile, in un mobile antico della casa, in un abito, in un ornamento o in ogni altro oggetto che abbia più lungamente assistito alle molte vicissitudini della vostra esistenza? Ed è la confidenza di questi affetti che noi sogliamo chiedere a queste mute reliquie, come per mezzo d’una rivelazione intima e soprannaturale. — Chè se tutto l’universo ci parla tale linguaggio misterioso, e se in ogni punto della terra noi rinveniamo le traccie di coloro che ci hanno preceduti, il cuore umano non può appagarsi di questa rivelazione indistinta per quanto sublime, perché le sue facoltà sono limitate, ed esso tende assai meno alla società che alla famiglia.
Perciò il romanzo è più dilettevole della storia, perciò noi restiamo più commossi alla rappresentazione del dramma domestico che a quella delle grandi tragedie dei popoli, e le rovine d’una povera capanna sono talora più eloquenti dei ruderi di Eliopoli o di Palmira.
A ciò io pensava contemplando le mura sconnesse e diroccate di quell’antico quartiere, ove ogni pietra, ogni masso, ogni colonna parevano serbare in sè una storia tenera e confidente. — E chi può numerare quante generazioni d’uomini vi si fossero succedute fino ai giorni nostri, a quanti usi avesse servito, di quali avvenimenti fosse stato testimonio? — Eretto da Pietro Figini in memoria delle nozze di Giovanni Galeazzo Visconti con Isabella figlia di Giovanni re di Francia, e destinato a teatro di fasto e di mollezza, aveva giovato di poi ai calcoli dello speculatore, e i suoi arabeschi preziosi tolti e sfregiati, e mutato lo stile dell’architettura, era divenuto quartiere di operai e di venditori, e centro di commercio quale rimase fino ai dì nostri.
Capítulo de préviaLA FAVA BIANCA E LA FAVA NERAPrévia
Era il dì dell’Epifania — un giorno come un altro per gli eretici, ma non per i ghiotti — e si mangiava la torta, una torta di proporzioni assai più modeste di quella che si compiacque di descrivere il Tarchetti, ma che celava anch’essa pretensiosamente le sue fave.
Il fuoco allegro, che scoppiettava nel camino, ci riscaldava in tre, non importa dire il dove nè il nome della terza persona, ma non si era molto disposti al buon umore, e io credo che le due fave venissero accolte con tiepidezza. Erano due fave disgraziate, e ne facemmo l’osservazione sorridendo.
Quel sorriso sprigionò la vena; non si fecero le grasse risate, ma si cianciò lungamente accanto al fuoco; si cominciò dai re e dalle regine e si andò a finire nella letteratura, argomento poco faceto in tutte le età della vita, ma non mai pauroso per chi, non ancora arrivato alla trentina, sa conservare un po’ di febbre dei vent’anni. Si fecero mille propositi, e si rivide o si credette di rivedere in lontananza un fantasma, a cui da un pezzo si aveva avuto il buon senso di voltar le spalle — si ridivenne fanciulli, si sognò ad occhi aperti.
— Mi viene un’idea, esclamò Ugo, farò un romanzo intimo, e lo intitolerò Il Re e la Regina — e saran le due fave.
— Intitolalo La fava bianca e la fava nera, dissi io — e saranno il re e la regina.
— Benissimo — e il re e la regina o le due fave saranno due adolescenti, che innamoratisi sul serio, finiranno col suicidio.
Non se ne parlò altro.
Quindici giorni dopo, Tarchetti stava male, ma non aveva dimesso il pensiero della Fava bianca e la fava nera, e me ne disse la tela in poche parole. La tela! I romanzi del Tarchetti non hanno una vera tela; le trame sono le passioni, e gli episodi nulla più che nuovi aspetti delle passioni.
Ancora quindici giorni, e il mio amico stava assai più male, ma mi lesse le prime pagine del suo nuovo romanzo, per fantasticare il quale, rimandava di giorno in giorno la fatica di un capitolo mancante della Fosca, allora in corso di pubblicazione. Pur troppo, lo scrivere gli era divenuto una fatica!
Sapete il resto; poco dopo Tarchetti morì, lasciando poche pagine del nuovo romanzo invece di quelle della Fosca. Ora, ecco in quattro parole il compendio dei capitoli che dovevano succedere al primo.
Faustina, la ghiotta Faustina che pizzica la torta e crede ai Re Magi in virtù dei confetti, doveva essere la regina; il giovinetto malaticcio, nipote di quel Teodoro, che è presentato ai lettori sotto l’aspetto poco lusinghiero d’una spugna, doveva essere il re. I due preferiti dalla sorte dovevano innamorarsi pazzamente, puerilmente e, dopo una serie di contrasti, scegliere di morire insieme e compiere l’ultima scena della loro tragedia cogli apparati d’una festa.
Credevo di doverne dire di più, e m’accorgo d’aver press’a poco ripetuto il già detto; tant’è; i lettori comprendono benissimo che il Tarchetti avrebbe potuto fare con questa tela meschina il suo capolavoro; io ne sono convinto, e so che egli se ne lusingava.
Nel mandare alla pubblicità queste prime pagine di ciò che doveva essere un libro, mi faccio scrupolo di lasciarle tal quali, anche colle picciole mende con cui sono uscite di getto dalle mani dell’autore; troverete il nome di un disegnatore mancante; io ne so dieci e potrei mettercene almeno uno, ma ogni lettore ne saprà cento e ci metterà il suo prediletto.
Del resto, queste pagine si presentano al pubblico meno come un lavoro letterario, che come un documento, e voi sapete che i documenti, per vantarsi fortunati, hanno bisogno di due cose: prima di tutto d’essere scoperti, e poi di non cader nelle mani d’un pretensioso, il quale, col correggerli, ne tradisca l’importanza o il successo, mettendoci del suo.
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- 02LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA
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