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Literatura
Nedda
Edición BooksWhale en italiano de Giovanni Verga
Una novella decisiva di Verga, tra mondo contadino, povertà, dolore e nascita del verismo.
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Introducción del libro
Nedda
Nedda segna un passaggio fondamentale nella narrativa di Verga verso l’osservazione dei poveri, del lavoro e del destino sociale. Questa edizione italiana presenta una tappa essenziale del verismo e della prosa ottocentesca.
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Giovanni Verga morì nel 1922 e Nedda fu pubblicata nel 1874. Queste date sostengono il pubblico dominio di questa edizione italiana originale.
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Nedda
Giovanni Verga
bozzetto siciliano.
Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, nè la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l’occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m’innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d’amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l’altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l’effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.
E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, la fiamma che scoppiettava, troppo vicina forse, mi fece rivedere un’altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell’immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell’Etna. Pioveva, e il vento urlava incollerito; le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del podere, facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano; gli altri ciarlavano della raccolta delle olive, che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia, o della pioggia che rubava loro il pane di bocca: la vecchia castalda filava, tanto perchè la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla; il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecoraio si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze incominciarono a saltare sull’ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per paura che gli pestassero la coda.
I cenci svolazzavano allegramente, e le fave ballavano anch’esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono stanche, venne la volta delle canzonette: — Nedda! Nedda la varannisa!
sclamarono parecchie. — Dove s’è cacciata la varannisa?
— Son qua: rispose una voce breve dall’angolo più buio, dove s’era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna.
— O che fai tu costà?
— Nulla.
— Perchè non hai ballato?
— Perchè son stanca.
— Cantaci una delle tue belle canzonette.
— No, non voglio cantare.
— Che hai?
— Nulla.
— Ha la mamma che sta per morire, rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti.
La ragazza che teneva il mento sui ginocchi alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi.
Capítulo de vista previaPart 2Vista previa
Infilò allegramente la via del villaggio, cantando a squarciagola la sua bella canzone, e tenendo stretti nella mano, dentro la tasca del grembiule, i suoi quaranta soldi.
Passando dinanzi alla farmacia vide lo speziale ed il notaro tutti inferraiuolati che giocavano a carte. Alquanto più in là incontrò il povero matto di Punta, che andava su e giù da un capo all’altro della via, colle mani nelle tasche del vestito, canticchiando la solita canzone che l’accompagna da venti anni, nelle notti d’inverno e nei meriggi della canicola. Quando fu ai primi alberi del diritto viale di Ravanusa, incontrò un paio di buoi che venivano a passo lento ruminando tranquillamente.
— Ohè, Nedda! gridò una voce nota.
— Sei tu, Janu?
— Sì, son io, coi buoi del padrone.
— Da dove vieni? domandò Nedda senza fermarsi.
— Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua; tua madre t’aspetta.
— Come sta la mamma?
— Al solito.
— Che Dio ti benedica! esclamò la ragazza come se avesse temuto il peggio, e ricominciò a correre.
— Addio, Nedda! le gridò dietro Janu.
— Addio, balbettò da lontano Nedda.
E le parve che le stelle splendessero come soli, che tutti gli alberi, noti uno per uno, stendessero i rami sulla sua testa per proteggerla, e i sassi della via le accarezzassero i piedi indolenziti.
Il domani, ch’era domenica, venne la visita del medico, il quale concedeva ai suoi malati poveri il giorno che non poteva consacrare ai suoi poderi. Una triste visita davvero! perchè il buon dottore non era abituato a far complimenti coi suoi clienti, e nel casolare di Nedda non c’era anticamera, nè amici di casa ai quali si potesse annunciare il vero stato dell’inferma.
Nella giornata seguì anche una mesta funzione; venne il curato in rocchetto, il sagrestano coll’olio santo, e due o tre comari che borbottavano non so che preci. La campanella del sagrestano squillava acutamente in mezzo ai campi, e i carrettieri che l’udivano fermavano i loro muli in mezzo alla strada, e si cavavano il berretto. Quando Nedda l’udì per la sassosa viottola tirò su la coperta tutta lacera dell’inferma, perchè non si vedesse che mancavano le lenzuola, e piegò il suo più bel grembiule bianco sul deschetto zoppo, reso fermo con dei mattoni. Poi, mentre il prete compiva il suo ufficio, andò ad inginocchiarsi fuori dell’uscio, balbettando macchinalmente delle preci, guardando come trasognata quel sasso dinanzi alla soglia su cui la sua vecchierella soleva scaldarsi al sole di marzo, e ascoltando con orecchio distratto i consueti rumori delle vicinanze, ed il via vai di tutta quella gente che andava per i propri affari senza avere angustie pel capo. Il curato partì, ed il sagrestano indugiò invano sull’uscio perchè gli facessero la solita limosina pei poveri.
Lo zio Giovanni vide a tarda ora della sera la Nedda che correva sulla strada di Punta.
— Ohè! dove vai a quest’ora?
— Vado per una medicina che ha ordinato il medico.
Lo zio Giovanni era economo e brontolone.
— Ancora medicine! borbottò, dopo che ha ordinato la medicina dell’olio santo! già, loro fanno a metà collo speziale, per dissanguare la povera gente! Fai a mio modo, Nedda, risparmia quei quattrini e vatti a star colla tua vecchia.
— Chissà che non avesse a giovare! rispose tristemente la ragazza chinando gli occhi, e affrettò il passo.
Lo zio Giovanni rispose con un brontolio. Poi le gridò dietro:— Ohe!
la varannisa!
— Che volete?
— Anderò io dallo speziale. Farò più presto di te, non dubitare. Intanto non lascerai sola la povera malata.
Alla ragazza vennero le lagrime agli occhi.
— Che Dio vi benedica! — gli disse, e volle anche mettergli in mano i denari.
— I denari me li darai poi; — rispose ruvidamente lo zio Giovanni, e si diede a camminare colle gambe dei suoi vent’anni.
La ragazza tornò indietro e disse alla mamma: — C’è andato lo zio Giovanni, — e lo disse con voce dolce insolitamente.
Capítulo de vista previaPart 3Vista previa
Janu e Nedda avevano preso le scorciatoie, e andavano attraverso il castagneto chiacchierando, ridendo, cantando a riprese, e facendo risuonare nelle tasche i grossi soldoni. Il sole era caldo come in giugno; i prati lontani cominciavano ad ingiallire, le ombre degli alberi avevano qualche cosa di festevole, e l’erba che vi cresceva era ancora verde e rugiadosa.
Verso il mezzogiorno sedettero al rezzo per mangiare il loro pan nero e le loro cipolle bianche. Janu aveva anche del vino, del buon vino di Mascali che regalava a Nedda senza risparmio, e la povera ragazza, la quale non c’era avvezza, si sentiva la lingua grossa, e la testa assai pesante. Di tratto in tratto si guardavano e ridevano senza saper perché.
— Se fossimo marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane e bere il vino insieme; disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli occhi perché egli la guardava in un certo modo.
Regnava il profondo silenzio del meriggio, le più piccole foglie erano immobili: le ombre erano rade; c’era per l’aria una calma, un tepore, un ronzio di insetti che pesava voluttuosamente sulle palpebre. Ad un tratto una corrente d’aria fresca, che veniva dal mare, fece sussurrare le cime più alte de’ castagni.
— L’annata sarà buona pel povero e pel ricco, disse Janu, e se Dio vuole alla messe un po’ di quattrini metterò da banda.... e se tu mi volessi bene!... — e le porse il fiasco.
— No, non voglio più bere; disse ella colle guance tutte rosse.
— O perchè ti fai rossa? diss’egli ridendo.
— Non te lo voglio dire.
— Perchè hai bevuto!
— No!
— Perchè mi vuoi bene?
Ella gli diede un pugno sull’omero e si mise a ridere.
Da lontano si udì il raglio di un asino che sentiva l’erba fresca. — Sai perchè ragliano gli asini? domandò Janu.
— Dillo tu che lo sai.
— Sì che lo so; ragliano perché sono innamorati, disse egli con un riso grossolano, e la guardò fiso.
Ella chinò gli occhi come se ci vedesse delle fiamme, e le sembrò che tutto il vino che aveva bevuto le montasse alla testa, e tutto l’ardore di quel cielo di metallo le penetrasse nelle vene.
— Andiamo via! esclamò corrucciata, scuotendo la testa pesante.
— Che hai?
— Non lo so, ma andiamo via!
— Mi vuoi bene?
Nedda chinò il capo.
— Vuoi essere mia moglie?
Ella lo guardò serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle sue mani brune, ma si alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene. Egli la trattenne per le vesti, tutto stravolto, e balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
Allorchè si udì nella fattoria vicina il gallo che cantava, Nedda balzò in piedi di soprassalto, e si guardò attorno spaurita.
— Andiamo via! andiamo via! disse tutta rossa e frettolosa.
Quando fu per svoltare l’angolo della sua casuccia si fermò un momento trepidante, quasi temesse di trovare la sua vecchiarella sull'uscio deserto da sei mesi.
Venne la Pasqua, la gaia festa dei campi coi suoi falò giganteschi, colle sue allegre processioni fra i prati verdeggianti e sotto gli alberi carichi di fiori, colla chiesuola parata a festa, gli usci delle casipole incoronati di festoni, e le ragazze colle belle vesti nuove d’estate. Nedda fu vista allontanarsi piangendo dal confessionario, e non comparve fra le fanciulle inginocchiate dinanzi al coro che aspettavano la comunione. Da quel giorno nessuna ragazza onesta le rivolse più la parola, e quando andava a messa non trovava posto al solito banco, e bisognava che stesse tutto il tempo ginocchioni; — se la vedevano piangere, pensavano a chissà che peccatacci, e le volgevano le spalle inorridite. — E quelle che le davano da lavorare ne approfittavano per scemarle il prezzo della giornata.
Ella aspettava il suo fidanzato che era andato a mietere alla Piana per raggruzzolare i quattrini che ci volevano a mettere su un po’ di casa, e a pagare il signor curato.
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