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Il paese di cuccagna

Édition BooksWhale en italien par Matilde Serao

Un grande romanzo corale sulla Napoli popolare, il gioco del lotto, la povertà e la speranza.

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Introduction du livre

Il paese di cuccagna

Nel quartiere napoletano raccontato da Serao, il sogno della vincita al lotto attraversa famiglie, botteghe e coscienze. Il paese di cuccagna unisce osservazione sociale, voci popolari e compassione per chi cerca una via d’uscita dalla miseria.

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Matilde Serao died in 1927, and Il paese di cuccagna was published in 1891; the Italian source text is public domain.

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Il paese di cuccagna

Chapitre d'aperçuCAPITOLO I°Aperçu

CAPITOLO I°

Chapitre d'aperçuL'ESTRAZIONE DEL LOTTOAperçu

Dopo mezzogiorno il sole penetrò nella piazzetta dei Banchi Nuovi, allargandosi dalla litografia Cardone alla farmacia Cappa e di là si venne allungando, risalendo tutta la strada di Santa Chiara, dando una insolita gaiezza di luce a quella via che conserva sempre, anche nelle ore di maggior movimento, un gelido aspetto fra claustrale e scolastico. Ma il gran movimento mattinale di via Santa Chiara, delle persone che scendono dai quartieri settentrionali della città, Avvocata, Stella, San Carlo all'Arena, San Lorenzo e se ne vanno ai quartieri bassi di Porto, Pendino e Mercato, o viceversa, dopo il mezzogiorno andava lentamente decrescendo; l'andirivieni delle carrozze, dei carri, dei venditori ambulanti, cessava: era un continuo scantonare per il Chiostro di Santa Chiara, per il vicolo Foglia, verso la viuzza di Mezzocannone, verso il Gesù Nuovo, verso San Giovanni Maggiore. Presto, la gaiezza del sole illuminò una via oramai solitaria. I mercanti del lato destro di via Santa Chiara - poiché il lato sinistro ha solo l'alta, chiusa, bruna muraglia del convento delle Clarisse - mercanti di vecchi mobili polverosi, di meschini e poveretti mobili nuovi, mercanti di stampe colorate e di vivacissime oleografie, mercanti di santi di legno, di santi di stucco, pranzavano, nel fondo delle loro botteghe oscure, sopra un cantuccio di tovaglia macchiata di vino, tenendo, a fianco del largo piatto di maccheroni, la caraffa di vetro verdastro, piena di vinello di Marano e chiusa da una foglia di vite accartocciata. I facchini dei mercanti, seduti per terra, sulla soglia della bottega, addentavano lungamente una pagnotta di pane, spartita in due, contenente qualche companatico asprigno, zucchette fritte e immerse nell'aceto, pastinache in salsa brusca, melanzane condite con aceto, pepe e aglio: e l'odore acuto e grasso del molto pomodoro che condiva tutti quei maccheroni, da un capo all'altro della strada, si univa a quell'odore acuto di aceto aspro e di grossolane spezierie. Da qualche fruttivendolo che ancora passava portando sul capo una cesta di fichi, quasi vuota, o spingendosi innanzi un carrettino le cui ceste contenevano dei fondi di prugne violette, di pesche duracine tutte maculate, i bottegai, i commessi, i facchini, con le labbra ancora rosse di pomodoro, o lucide di strutto, contrattavano due soldi di frutta, per finire il proprio pranzo; due operai, innanzi alla litografia Martello, le cui piccole macchine da biglietti di visita si erano chetate, affettavano gravemente un popone giallastro; mentre, sulla soglia di un portoncino, due sartine aspettavano, chiacchierando, che passasse il venditore di pizza, la schiacciata coperta di pomodoro, di aglio e di origano, cotta al forno e venduta a tre centesimi, a un soldo, a due soldi il pezzo. Il pizzaiuolo, infatti, passò, ma portava sotto il braccio la tavoletta di legno, tutta unta di olio, senza neppure un pezzetto di pizza: aveva venduto tutto e se ne andava a mangiare egli stesso, giù, nel quartiere di Porto, dove era la sua pizzeria. Le due sartine, deluse, si consigliarono fra loro: una di queste, bionda, con un'aureola d'oro intorno al delicato viso bianco, si mosse, con quel passo ondulante che mette come una nota orientale nella seduzione muliebre napoletana, e risalendo la via di Santa Chiara, chinando il capo per non farsi ferire in faccia dal sole, entrò nel vicolo dell'Impresa, dirigendosi verso la negra bottega del vinaio che fa anche l'oste, quasi dirimpetto al palazzo dell'Impresa; andava a comperare un po' di roba da mangiare, per sé e per la sua compagna. Anche il vicolo dell'Impresa si era fatto deserto, dopo il mezzogiorno, in cui tutti rientrano nelle case e nelle botteguccie per pranzare, in cui il caldo estivo cresce, cresce, e la controra, il periodo della giornata napoletana che equivale alla siesta spagnuola, comincia col cibo, col riposo, col sonno delle persone stanche. La sartina, un po' intimidita dall'oscurità della cantina, donde un fiato acido di vino usciva, si era fermata sulla soglia, ammiccando; e guardava in terra, prima di entrare, sentendo come un pericolo di botola aperta, di sotterraneo, dalla negra bocca schiusa. Ma il garzone del cantiniere si avanzò verso lei, per servirla. - Dammi qualche cosa da mangiare col pane, - diss'ella, dondolandosi un poco. - Pesce fritto? - No. - Un po' di baccalà, con la salsa? - No, no, - disse ella, disgustata. - Una zuppa di trippa? - No, no. - E che volete, allora? - domandò il garzone, un po' infastidito. - Vorrei... vorrei tre soldi di carne, la mangeremo col pane, Nannina e io, - disse ella con una graziosa smorfia di golosità. - Non cuciniamo carne, oggi; è sabato. Solo la trippa, per chi non ci crede, al sabato. - E dammi questo baccalà, - mormorò ella, reprimendo un sospiro. Ora guardava curiosamente nel cortile dell'Impresa, mentre il garzone era scomparso nelle profondità nere della cantina, a prendere il baccalà. Un po' di sole, penetrando, dall'alto, imbiondiva quel cortile: e, ogni tanto, qualche ombra feminile o maschile lo attraversava. Antonetta, la sartina, guardava sempre, mentre canticchiava sottovoce una nenia popolare, dondolandosi un poco. - Ecco il baccalà, - disse il garzone, tornando. Lo aveva messo in un piattello: erano quattro grossi pezzi che si disfacevano a faldette, in un sugo rossastro e fortemente punteggiato di pepe; il sugo, ondeggiando, lasciava delle traccie gialle di olio, sulla cornice del piattello bigio. - Ed ecco i tre soldi, mormorò Antonetta, cavandoli dalla tasca. Ma rimaneva col piatto in mano, guardando il baccalà che si sfaldava nella broda. - Se pigliassi un terno, - disse, mentre si avviava tenendo delicatamente il piattello, - vorrei cavarmi la voglia di mangiar carne, ogni giorno. - Carne e maccheroni, - ribatté, ridendo, il garzone. - Già: maccheroni e carne! - gridò trionfalmente la sartina, con gli occhi sempre fissi sul piattello, per non far cadere il sugo. - Mattina e sera! - strillò, dalla soglia, il garzone. - Mattina e sera! - strillò Antonetta. - Vi dovete raccomandare a quel ragazzo, - urlò allegramente il garzone del cantiniere, accennando con gli occhi al cortile dell'Impresa. - Torno più tardi, - disse, dall'angolo della strada, la sartina. - Ti porto il piatto. Di nuovo, il vicolo dell'Impresa rimase deserto, per molto tempo. D'inverno è molto frequentato, nel pomeriggio, dai giovani studenti che escono dall'Università e prendono la scorciatoia per trovarsi in via Gesù o a Toledo; ma era estate, gli studenti si trovavano in vacanza. Pure, ogni tanto, come l'ora si avanzava, qualche persona scantonava, da via Santa Chiara o da Mezzocannone, e veniva a ficcarsi nel portone dell'Impresa; alcuni con aria guardinga, altri fingendo la indifferenza. Uno dei primi era stato un lustrino, con la sua cassetta: un vecchio gobbo, sciancato, che sollevava la cassetta sul fianco più alto, piegato in due, avvolto in una vecchia palandrana verdastra, tutta macchie, tutta toppe, con un berretto senza visiera, abbassato sugli occhi. Sotto l'androne del palazzo dell'Impresa, il lustrino aveva deposta per terra la cassetta, egli stesso si era sdraiato per terra, come se aspettasse gli avventori: ma dimenticava di battere quei due colpi secchi della spazzola, sul legno, per richiamare la clientela: e con una lunga lista di bollette in mano, assorto profondamente, la sua faccia gialla e contorta di vecchio rachitico aveva una intensità di passione che la trasformava: mentre, innanzi a lui, come l'ora si approssimava, continuava a passar gente, e dal cortile sorgeva un brusìo di voci napoletane, fra stridule e grasse. Un uomo, un operaio, si fermò presso il lustrino; poteva avere trentacinque anni, ma era scialbo e aveva gli occhi smorti, la giacchetta buttata sulle spalle, che lasciava vedere la camicia di percalla colorata. - Lustriamo? - domandò macchinalmente il lustrino, abbassando la lista delle sue bollette. - Sì, proprio! - rispose l'altro sogghignando. - Ho voglia di lustro, io. Se avevo un altro paio di soldi, oggi, avrei giocato un ultimo biglietto da donna Caterina. - Gioco piccolo? - chiese sottovoce il lustrino. - Già: un poco al Governo e un poco a donna Caterina. - Sono tutti ladri, tutti ladri, - soggiunse poi l'operaio masticando il suo mozzicone nero e crollando la testa, con un atto di suprema sfiducia. - Hai fatto mezza festa, oggi? Non sei andato a tagliar guanti? - Non ci vado mai, di sabato, - fece l'altro, abbozzando un pallido sorriso. - Vado a cercar fortuna: l'ho da trovare, un sabato mattina! - E i denari della settimana, quando li prendi? - Eh! - disse l'operaio, levando una spalla, - per lo più al venerdì, non ho da prender niente. - Come fai a giocare? - Per giocare si trova sempre. La sorella di donna Caterina, quella del gioco piccolo, dà denaro in prestito... - Interesse forte? - Un soldo a lira, ogni settimana. - Non ci è male, non ci è male, - disse il lustrino, con aria convinta. - Io le ho da dare settantacinque lire, - rispose il tagliatore di guanti, - e ogni lunedì è una tempesta. Mi aspetta fuori la porta della fabbrica, grida, bestemmia. Michele: è proprio una strega. Ma che ci posso fare? Un giorno o l'altro prenderò un terno e la pagherò... - E del resto della vincita, che ne fai? - domandò Michele, ridendo. - Lo so io che ne fo! - esclamò Gaetano, il tagliatore. - Col vestito nuovo, con la penna di fagiano al cappelletto, nella carrozza coi sonagli, andiamo tutti a scialare ai Due Pulcinelli, al Campo di Marte. - O dal Figlio di Pietro, a Posillipo... - O da Asso di coppe, a Portici... - Taverna per taverna... - Carne e maccheroni... - E vino del Monte di Procida. - Tanto, una volta sola si campa, - concluse filosoficamente il tagliatore di guanti, rialzandosi la giacchetta sulla spalla. - Io non faccio debiti, - soggiunse, dopo un minuto di silenzio, il lustrino. - Beato te! - Tanto, non troverei chi mi presti un soldo. Ma gioco tutto. Non ho famiglia, posso fare quello che mi piace. - Beato te! - ripeté Gaetano, il cui volto si era turbato. - Tre soldi per dormire, otto o dieci soldi per mangiare, - continuò il lustrino, - e chi mi dice niente? Ah, io non l'ho voluta prendere, la moglie, io! Avevo la passione della giuocata, io, e mi basta per tutto! - Sia ucciso chi ha inventato il matrimonio! - bestemmiò Gaetano, facendosi terreo.

Table des matières

Dans cette édition

  1. 01Full text
  2. 02CAPITOLO I°
  3. 03L'ESTRAZIONE DEL LOTTO
  4. 04CAPITOLO II°
  5. 05IL BATTESIMO D'AGNESINA FRAGALÀ, BELLA FIGLIA DI PAPÀ
  6. 06CAPITOLO III°
  7. 07IN CASA CAVALCANTI.
  8. 08IL CONVEGNO DEI CABALISTI
  9. 09CAPITOLO IV°
  10. 10IL DOTTOR AMATI.
  11. 11SUOR MARIA DEGLI ANGIOLI.
  12. 12IN CONVENTO
  13. 13CAPITOLO V°
  14. 14IL CARNEVALE DI NAPOLI
  15. 15CAPITOLO VI°
  16. 16DONNA CATERINA E DONNA CONCETTA;
  17. 17L'USURAIA E LA TENITRICE DI GIOCO PICCOLO
  18. 18CAPITOLO VII°
  19. 19CAPITOLO VIII°
  20. 20IL BANCO LOTTO DI DON CRESCENZO
  21. 21CAPITOLO IX°
  22. 22LE VISIONI DI BIANCA MARIA
  23. 23CAPITOLO X°
  24. 24MAGGIO E IL MIRACOLO DI SAN GENNARO
  25. 25CAPITOLO XI°
  26. 26IDILLIO E FOLLIA
  27. 27CAPITOLO XII°
  28. 28LE TRE SORELLE
  29. 29CHIARASTELLA LA FATTUCCHIERA
  30. 30CAPITOLO XIII°
  31. 31LA PASTICCERIA IN FALLIMENTO
  32. 32CAPITOLO XIV°
  33. 33IL SEQUESTRO DELL'ASSISTITO
  34. 34CAPITOLO XV°
  35. 35IL SACRILEGIO.
  36. 36IL BEL SOGNO D'AMOR SPARISCE
  37. 37CAPITOLO XVI°
  38. 38IL TESTAMENTO DI PASQUALINO DE FEO
  39. 39CAPITOLO XVII°
  40. 40L'OSTERIA DI BABBASONE.
  41. 41IL DICHIARAMENTO
  42. 42CAPITOLO XVIII°
  43. 43SI LOCA
  44. 44CAPITOLO XIX°
  45. 45LA "VIA CRUCIS" DI DON CRESCENZO
  46. 46CAPITOLO XX°
  47. 47BIANCA MARIA CAVALCANTI

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