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Histoire
Noterelle di uno dei Mille
Édition BooksWhale en italien par Giuseppe Cesare Abba
Un resoconto personale e vivido della spedizione dei Mille, visto dal punto di vista di un volontario garibaldino.
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Introduction du livre
Noterelle di uno dei Mille
Abba racconta la spedizione di Garibaldi con episodi quotidiani, paesaggi, paure e slanci patriottici. La grande storia del Risorgimento emerge attraverso la voce concreta di chi marcia, combatte e osserva la nascita di una nazione.
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Pubblicato nel 1880; Giuseppe Cesare Abba morì nel 1910. Il testo originale italiano è di pubblico dominio secondo i termini di protezione applicabili.
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Noterelle di uno dei Mille
Giuseppe Cesare Abba
Parma 3 maggio 1860. Notte.
E ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. — Tutta Sicilia è in armi; il Piemonte non può muoversi; ma Garibaldi? — Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? — No è in Genova. — E allora perchè non parte? — Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri più generosi: — Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascierà la Sicilia senza aiuto.
I più generosi hanno indovinato. Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno.
Poco fa, parlavo di quest’impresa coll’avvocato P.... Egli che l’anno scorso, nella caserma dei cavalleggeri d’Aosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Pontificio o nel Napoletano, dacchè Villafranca aveva troncata la guerra di Lombardia; non potrà venire con noi e si affligge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla promessa di rivederci domani, e se ne andò lento e scorato, per via dei Genovesi. Mentre io stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori d’ascie e di martelli. E gli odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia, perchè la fretta è molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a formare palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di Re Vittorio. Verrà dunque il Re desiderato fra questo popolo, che ora sei anni, vide cadere Carlo terzo duca,
pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolare di quattordici anni, e ricordo il racconto che dell’orribile caso ci fece il Padre maestro Scolopio. Frate raro, biasimava l’uccisore ma non lodava l’ucciso.
Che Carlo terzo fosse quel duca, che prima del quarantotto fu in Piemonte ufficiale di cavalleria? Se fu vi lasciò tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufficiali burloni, di gran casato, amici suoi, lo affrontassero per celia, mentre discendeva da visitare un'amica. Pare che ne restasse così atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E allora egli minacciò che guai a loro, se un dì fossero capitati a passare per i suoi Stati. — Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne’ fianchi ai cavalli, e salteremo di là da’ tuoi Stati senza toccarli.
Povero Duca! Ora ne’ suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol
fare qualcosa per la patria, sia pure non amico di Re, deve contentarsi di dar gloria a lui. Parma gli farà grandi accoglienze, e noi non saremo più qui.
Parma 4 Maggio. Alla stazione.
Gli ho contati. Partiamo in diciassette, i più studenti, qualcuno operaio, tre medici. Di questi uno, il S.... è vecchio della Repubblica Romana. Dicono che nel treno di Romagna troveremo altri amici, fiore di gente. Ne verranno da tutte le parti.
Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qualcuno neanco l’aria deve saperla. Ci hanno fatto delle serie raccomandazioni; ma intanto tutti sanno che Garibaldi è a Genova, e che anderà in Sicilia. Attraversando la città abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto dei caldi auguri.
Chapitre d'aperçu4 Maggio. In ferrovia.Aperçu
Non so per che guasti il treno s’è fermato. Siamo vicini a Montebello. Che gaie colline e che esultanza di ville sui dossi verdi! Ho cercato coll’occhio per tutta la campagna. È appena passato un anno, e non un segno di quel che avvenne qui. Il sole tramonta laggiù. In fondo ai solchi lunghi, un contadino parla ai suoi bovi. Essi aggiogati all’aratro tirano avanti con lui. Forse egli vide e sa dove fu il forte della battaglia. Ho negli occhi la visione di cavalli, di cavalieri, di lance, di sciabole cavate fuori da trecento guaine a uno squillo di tromba; tutto come narrava quel povero caporale dei cavalleggieri di Novara, tornato dal campo due giorni dopo il fatto. Affollato da tutta la caserma, colla sciabola sul braccio, col mantello arrotolato a tracolla, coi panni che gli erano sciupati addosso, lo veggo ancora
piantato là in mezzo a noi, fiero ma niente spavaldo.
— Dunque, e Novara?
— Novara la bella non c’è più? Siamo rimasti mezzi per quei campi....
E narrò di Morelli di Popolo, Colonnello dei Cavalleggieri di Monferrato morto, di Scassi morto, di Govone morto e di tanti altri, lungo e mesto racconto.
— E i francesi?
— Coraggiosi! rispondeva egli: ma bisognava sentirli come i loro ufficiali parlavano di noi!
Io lo avrei baciato, tanto diceva con garbo.
Povero provinciale di quei di Crimea, richiamato per la guerra, aveva a casa moglie, figliuoli e miseria. Non amava i volontari: gli pareva che se fossero rimasti alle loro case in Lombardia, egli non si sarebbe trovato lì, con trent’anni sul dorso e padre, a dolersi della pelle messa in giuoco un’altra volta. Del resto
non si vantava di capire molto le cose: ciò che piaceva ai superiori, piaceva a lui: tutto per Vittorio e pazienza. Avessimo due o tre centinaia d’uomini come lui, buoni a cavallo e a menar le mani, quando saremo laggiù.
Nella stazione di Novi.
Si conoscono all’aspetto. Non sono viaggiatori d’ogni giorno; hanno nella faccie un’aria d’allegrezza, ma si vede che l’animo è raccolto. Si sa. Tutti hanno lasciato qualche persona cara; molti si dorranno di essere partiti di nascosto.
La compagnia cresce e migliora.
Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicinò e mi disse:
— Vorrebbe telegrafarmi da Genova l’ora che partiranno?
Io, nè sì nè no, rimasi lì muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? L’ufficiale mi guardò negli occhi, capì e sorridendo soggiunse:
— Serbi pure il segreto, ma creda, non l’ho pregata con cattivo fine.
E si allontanò. Volevo chiamarlo, ma ero tanto mortificato dall’aria dolce di rimprovero con cui mi lasciò! È un bel giovane, uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata piemontese. Non so il suo nome e non nè chiederò. Innominato, mi resterà più caro e desiderato nella memoria.
Genova, 5 Maggio. Mattino.
Ho riveduto Genova, dopo cinque anni dalla prima volta che vi fui lasciato solo. Ricorderò sempre lo sgomento che allora mi colse all’avvicinarsi della notte. Quando vidi accendere i
lampioni per le vie, mi si schiantò il cuore. Fermai un cittadino che passava frettoloso, per chiedergli se con un buon cavallo, galoppando tutta la notte, uno avrebbe potuto giungere prima dell’alba a C... al mio villaggio. Colui mi rispose stizzito, che manco per sogno. Quella notte fu lunga e dolorosa; e ora come posso dormire tranquillo benchè lontano da’ miei e a questo passo?
Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta di fuori. Sorte che lungo i portici bui di Sottoripa ci si fece vicino un giovane, che indovinando, senza tanti discorsi ci condusse in questo albergo. La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiaccherava in tutti i vernacoli d’Italia. Però si sentiva che quei giovani i più erano Lombardi. Fogge di vestire eleganti, geniali, strane; facce baldanzose; persone nate fatte per faticare in guerra, e corpi esili di giovanetti che si
Chapitre d'aperçu9 Maggio. SeraAperçu
Non una vela sull’orizzonte. Oltrepassata l’isoletta del Giglio, cominciò una delizia di venticello che ristorava le vene. Il cielo è purissimo. Neppur più uno di quei tanti smerghi che ci seguivano, librandosi alti, precipitando fulminei a tuffarsi, quasi per farci festa. Vedemmo molti delfini balzare allegri sull’acqua e tenerci dietro un pezzo.
Fra poco sarà notte. Una voce armoniosa e robusta canta da poppa una canzone, che udiranno i nostri compagni del Piemonte. È il volo dell’anima alla donna del cuore. Adesso la canzone si muta in un coro di voci poderose... «Si vola d’un salto nel mondo di là!». Oh se fossimo presi in mare!
Table des matières
Dans cette édition
- 01Full text
- 024 Maggio. In ferrovia.
- 039 Maggio. Sera
- 0410 Maggio.
- 0513 Maggio. Salemi. Da un balcone di
- 06I due si tacquero.
- 07A GIUSEPPE GARIBALDI
- 0818 Maggio. Tra Partinico e Burgeto.
- 0919 Maggio. Passo di Renna.
- 10Prima di partirsi da noi, quei signori ci vollero baciare, e ci diedero convegno a Palermo,
- 1120 Maggio. Passo di Renna.
- 1221 Maggio. Sopra il villaggio di Pioppo.
- 1322 Maggio. Parco.
- 1422 Maggio. Ancora a Parco.
- 1523 Maggio. Sopra Parco. Dopo mezzodì.
- 1624 Maggio. Piana dei Greci.
- 1725 Maggio. Sui monti di Gibilrossa.
- 1831 Maggio. Palermo. Nel Convento di San Niccola.
- 1931 Maggio.
- 202 Giugno.
- 213 Giugno, Mattina.
- 226 Giugno.
- 237 Giugno.
- 249 Giugno.
- 2510 Giugno.
- 2611 Giugno.
- 2712 Giugno.
- 2816 Giugno.
- 2917 Giugno.
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