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Littérature
Odi
Édition BooksWhale en italien par Giuseppe Parini
Le odi civili e morali di Parini su educazione, virtù, società, illuminismo, salute e dignità umana.
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Introduction du livre
Odi
Le Odi di Giuseppe Parini uniscono eleganza poetica, impegno civile e sensibilità illuministica. I testi affrontano educazione, costume, salute, giustizia, dignità, riforma morale e osservazione della società lombarda del Settecento.
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Odi
Giuseppe Parini
Perchè al bel petto e all’omero Con subita vicenda Perchè, mia Silvia ingenua, Togli l’Indica benda, Che intorno al petto e all’omero,
Anzi a la gola e al mento Sorgea pur or, qual tumida Vela nel mare al vento? Forse spirar di zefiro Senti la tiepid’ora?
Ma nel giocondo ariete Non venne il sole ancora. Ecco di neve insolita Bianco l’ispido verno Par che, sebben decrepito,
Voglia serbarsi eterno. M’inganno? O il docil animo Già de’ feminei riti Cede al potente imperio: E l’altre belle imiti?
Qual nome o il caso o il genio Al novo culto impose, Che sì dannosa copia Svela di gigli e rose? Che fia? Tu arrossi? E dubia,
Col guardo al suol dimesso, Non so qual detto mormori Mal da le labbra espresso? Parla. Ma intesi. Oh barbaro! Oh nato da le dure
Selci chiunque togliere Da scellerata scure Osò quel nome, infamia Del secolo spietato; E diè funesti augurii
Al femminile ornato; E con le truci Eumenidi Le care Grazie avvinse; E di crudele immagine La tua bellezza tinse!
Lascia, mia Silvia ingenua, Lascia cotanto orrore All’altre belle, stupide E di mente e di core. Ahi, da lontana origine,
Che occultamente noce, Anco la molle giovane Può divenir feroce. Sai de le donne esimie, Onde sì chiara ottenne
Gloria l’antico Tevere, Silvia, sai tu che avvenne; Poi che la spola e il Frigio Ago e gli studj cari Mal si recàro a tedio
E i pudibondi Lari; E con baldanza improvvida, Contro a gli esempi primi, Ad ammirar convennero I saltatori e i mimi?
Pria tolleraron facili I nomi di Terèo E de la maga Colchica E del nefario Atrèo. Ambìto poi spettacolo
A i loro immoti cigli Fur ne le orrende favole I trucidati figli. Quindi, perversa l’indole, E fatto il cor più fiero,
Dal finto duol, già sazie, Corser sfrenate al vero. E là dove di Libia Le belve in guerra oscena Empièan d’urla e di fremito
E di sangue l’arena, Potè all’alte patrizie Come a la plebe oscura Giocoso dar solletico La soffrente natura.
Che più? Baccanti, e cupide D’abbominando aspetto, Sol dall’uman pericolo Acuto ebber diletto: E da i gradi e da i circoli
Co’ moti e con le voci, Di già maschili, applausero A i duellanti atroci: Creando a sè delizia E de le membra sparte,
E de gli estremi aneliti, E del morir con arte. Copri, mia Silvia ingenua, Copri le luci; et odi Come tutti passarono
Licenzïose i modi. Il gladiator, terribile Nel guardo e nel sembiante, Spesso fra i chiusi talami Fu ricercato amante.
Così, poi che da gli animi Ogni pudor disciolse, Vigor da la libidine La crudeltà raccolse. Indi a i veleni taciti
Si preparò la mano: Indi le madri ardirono Di concepire in vano. Tal da lene principio In fatali rovine
Cadde il valor la gloria De le donne Latine. Fuggì, mia Silvia ingenua, Quel nome e quelle forme, Che petulante indizio
Son di misfatto enorme. Non obliar le origini De la licenza antica. Pensaci: e serba il titolo D’umana e di pudica.
Al medesimo Ne’ più remoti secoli Apparver strane cose, Che poi son favolose Credute a questa età. Lascio conversi in alberi
In sassi in fonti in fiumi E gli uomini ed i numi, Cose che il vulgo sa. Sol parlo d’un miracolo, Ch’or niegan le persone,
Non so se per ragione O per malignità. Questo è una donna egregia, Che per salvar da morte Uno infermo consorte
Lieta a morir sen va. Ed ei, da morte libero E da la moglie insieme, Odia la vita e geme E vuol la sua metà.
Fin che un amico intrepido Per lui sceso a lo inferno, La toglie al fato eterno; E intatta a lui la dà. Alceste, Admeto ed Ercole
Chapitre d'aperçuPart 2Aperçu
Nè d’improvviso uscita Madre sgridò nè furibondo sposo, Te ingenuo, e del procace Rito de’ tuoi non facile seguace. Amò de’ bei concenti
Empier la tromba sua poscia la Fama; Tal che d’emula brama Arser per te le più lodate genti Che Italia chiuda, o l’Alpe Da noi rimova, o pur l’Erculea Calpe.
E spesso a breve oblìo La da lui declinante in novo impero Il Britanno severo America lasciò: tanto il rapìo, Non avveduto ai tristi
Casi, l’arguzia onde i tuoi modi ordisti. O, se la tua dal mare Arte poi venne a popol più faceto, Nel teatro inquieto Tacquer le ardenti musicali gare;
E in te sol uno immoti Stetter dei cori e de l’orecchio i voti: Poi che da’ tuoi pensieri Mirabile di suoni ordin si schiuse, Che per l’aria diffuse
Non peranco al mortal noti piaceri, O se tu amasti vanto Dare a i mobili plettri, o pure al canto. Fra la scenica luce Ben più superbi strascinaron gli ostri
I prezïosi mostri, Che l’Italo crudele ancor produce; E le avare sirene Gravi a l’alme speràro impor catene; Quando su le sonore
Labbra di lor tuo nobil estro scese; E novi accenti apprese Delle regali vergini al dolore, O ne’ tragici affanni Turbò di modulate ire i tiranni.
Ma tu, del non virile Gregge sprezzando i folli orgogli e l’oro, Innalzasti il decoro Della bell’arte tua, spirto gentile, Di liberi diletti
Sol avido bear gli umani petti. Nè, se talor converse La non cieca Fortuna a te il suo viso; E con lieto sorriso Fulgido di tesoro il lembo aperse,
Indivisi a gli amici I doni a te di lei parver felici. Ahi sperava a le belle Sue spiagge Italia rivederti alfine; Coronandoti il crine
Le già cresciute a lei fresche donzelle, Use di te le lodi Ascoltar da le madri e i dolci modi! Ed ecco l’atra mano Alzò colei, cui nessun pregio move;
E te, cercante nuove Grazie lungo il sonoro ebano in vano, Percosse; e di famose Lagrime oggetto in su la Senna pose. Nè gioconde pupille
Di cara donna, nè d’amici affetto, Che tante a te nel petto Valean di senso ad eccitar faville, Più desteranno arguto Suono dal cener tuo per sempre muto.
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Al dottore Giammaria Bicetti De’ Buttinoni O Genovese ove ne vai? qual raggio Brilla di speme su le audaci antenne? Non temi oimè le penne Non anco esperte degli ignoti venti? Qual ti affida coraggio
All’intentato piano De lo immenso oceano? Senti le beffe dell’Europa, senti Come deride i tuoi sperati eventi. Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
Che natura ponesse all’uom confine Di vaste acque marine, Se gli diè mente onde lor freno imporre: E dall’alta pendice Insegnolli a guidare
I gran tronchi sul mare, E in poderoso canape raccorre I venti, onde su l’acque ardito scorre. Così l’eroe nocchier pensa, ed abbatte I paventati d’Ercole pilastri;
Saluta novelli astri; E di nuove tempeste ode il ruggito. Veggon le stupefatte Genti dell’orbe ascoso Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito All’Europa, che il beffa ancor sul lito. Più dell’oro, bicetti , all’Uomo è cara Questa del viver suo lunga speranza: Più dell’oro possanza
Sopra gli animi umani ha la bellezza. E pur la turba ignara Or condanna il cimento, Or resiste all’evento Di chi ’l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza. Come biada orgogliosa in campo estivo, Cresce di santi abbracciamenti il frutto. Ringiovanisce tutto Nell’aspetto de’ figli il caro padre;
E dentro al cor giulivo Contemplando la speme De le sue ore estreme, Già cultori apparecchia artieri e squadre A la patria d’eroi famosa madre.
Chapitre d'aperçuPart 3Aperçu
Io non per certo i sensi miei scortese Di stoïco superbo Manto celati serbo, Se propizia giammai voce a me scese. Nè asconderò che grata
Ei da le labbra melodìa mi porse, Quando facil per me grazia gli scorse Da me non lusingata; Poi che tropp’alto al cor voto s’imprime D’uom che ingegno e virtudi alzan sublime.
Pur, se lice che intero il ver si scopra, Dirò che più mi piacque Allor che di me tacque, E del prisco cantor fe’ plauso all’opra. Sorser le giovanili
Menti da tanta autorità commosse: Subita fiamma inusitata scosse Gli spiriti gentili, Che con novo stupor dietro a gl’inviti De la greca beltà corser rapiti.
Onde come il cultor, che sopra il grembo De’ lavorati campi Mira con fausti lampi Stendersi repentino estivo nembo; E tremolar per molta
Pioggia con fresco mormorìo le frondi; E di novi al suo piè verdi giocondi Rider la biada folta, Tal io fui lieto, e nel pensier descrissi Belle speranze a la mia Insubria, e dissi:
Vedrò vedrò da le mal nate fonti, Che di zolfo e d’impura Fiamma e di nebbia oscura Scendon l’Italia ad infettar da i monti; Vedrò la gioventude
I labbri torcer disdegnosi e schivi; E a i limpidi tornar di Grecia rivi, Onde natura schiude Almo sapor, che a sè contrario il folle Secol non gusta, e pur con laudi estolle.
Questi è il Genio dell’arti. Il chiaro foco Onde tutt’arde e splende Irrequieto ei stende Simile all’alto sol di loco in loco. Il Campidoglio e Roma
Lui ancor biondo il crine ammirar vide I supremi del bello esempi e guide, Che lunga età non doma; E il concetto fervore e i novi auspicj Largo versar di Pallade a gli amici.
Nè già, benchè per rapida le penne Strada d’onor levasse, Da sè rimote o basse Le prime cure onde fu vago ei tenne: O se con detti armati
D’integra fede e cor di zelo accenso Osò l’ardua tentar fra nuvol denso Mente de i re scettrati; O se nel popol poi con miti e pure Man le date spiegò verghe e la scure.
Però che dove o fra le reggie eccelse Loco all’arti divine O in umili officine O in case ignote la fortuna scelse, Ivi amabil decoro
E saggia meraviglia al merto desta Venne guidando, e largità modesta, E de le grazie il coro Co’ festevoli applausi ora discinti Or de’ bei nodi de le Muse avvinti.
Anzi, come d’Alcide e di Tesèo Suona che da le vive Genti a le inferne rive L’ardente cortesìa scender potèo; Ed ei così la notte
Ruppe dove l’oblìo profondo giace; E al lieto de la fama aere vivace Tornò le menti dotte; E l’opre lor, dopo molt’anni e lustri, Di sue vigilie allo splendor fe’ illustri.
Tal che onorato ancor sul mobil etra Va del suo nome il suono Dove il chiaro Polono Dell’arbitro vicino al fren s’arretra; Dove il regal Parigi
Novi a sè fati oggi prepara, e dove L’ombra pur anco del gran Tosco move Che gli antiqui vestigi Del saper discoperse, e fèo la chiusa Valle sonar di così nobil Musa.
È ver che, quali entro al lor fondo avito I Fabrizi e i Cammilli Tornar godean tranquilli Pronti sempre del Tebro al sacro invito: Tal di sè solo ei pago
Lungi dall’aura popolar s’invola; E mentre il ciel più glorïosa stola Forse d’ordirgli è vago, Tra le ville natali e l’aere puro Da i flutti or sta d’ambizïon securo.
Ma i cari studj a lui compagni annosi, E a i popoli ed all’arti I beneficj sparti Son del suo corso splendidi riposi. Vedi amplïarsi alterno
Di moli aspetto ed orti ed agri ameni, Onde quei che al suo merto accesser beni E il tesoro paterno Versa; e dovunque divertir gli piaccia, L’ozio da i campi e l’atra inopia caccia.
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- 03Part 3
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