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I misteri della jungla nera
Édition BooksWhale en italien par Emilio Salgari
Un classico d’avventura tra foreste indiane, sette segrete, rapimenti e coraggio.
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Introduction du livre
I misteri della jungla nera
I misteri della jungla nera conduce il lettore in un’India immaginata con energia popolare, dove Tremal-Naik affronta pericoli, culti misteriosi e passioni eroiche. Il romanzo mostra Salgari al meglio del suo ritmo avventuroso.
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Emilio Salgari morì nel 1911 e I misteri della jungla nera fu pubblicato per la prima volta nel 1895; queste date sostengono la base di pubblico dominio per questa edizione in lingua originale.
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I misteri della jungla nera
Emilio Salgari
Parte I
Capitolo I
L'assassinio
Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di
Sunderbunds
Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds
. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
È raro se scorgete un banian
torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds
ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungle
, è andare incontro alla morte.
Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle, che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il
rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug
indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!
Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds
meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.
Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe
di
chites
stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.
Era un bel tipo di bengalese, sui trent’anni, di tinta giallastra ed estremamente lucida, unta di recente con olio di cocco, aveva bei lineamenti labbra piene senz’essere grosse e che lasciavano intravvedere un’ammirabile dentatura; naso ben tornito, fronte alta, screziata di linee di cenere, segno particolare dei settari di Siva. Tutto l’insieme esprimeva una energia rara ed un coraggio straordinario, di cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
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banian, chiamati altresì al moral o fichi delle pagode
, sono gli alberi più strani e più giganteschi che si possa immaginare.
Hanno l’altezza ed il tronco delle nostre più grandi e più grosse quercie e dagli innumerevoli rami, tesi orizzontalmente, scendono delle finissime radici aeree, le quali, appena toccano terra, s’affondano e s’ingrossano rapidamente, infondendo nuovo nutrimento e più vigorosa vita alla pianta.
Avviene così, che i rami s’allungano sempre più, generando nuove radici e quindi nuovi tronchi sempre più lontani, di maniera che un albero solo copre una estensione vastissima di terreno. Si può dire che forma una foresta sostenuta da centinaia e centinaia di bizzarri colonnati, sotto i quali i sacerdoti di Brahma collocano i loro idoli. Nella provincia di Guzerate esiste un
banian chiamato Cobir bor
assai venerato dagli indiani ed al quale non esitano a dare tremila anni d’età; ha una circonferenza di duemila piedi e non meno di tremila colonne o radici che dir si voglia. Anticamente era assai più vasto, ma parte di esso fu distrutto dalle acque del Nerbudda, che rosero una parte dell’isola su cui cresce.
Il
banian
sotto il quale i due indiani stavano per passare la notte, era uno dei più giganteschi, fornito di più di seicento colonne, sostenenti smisurati rami carichi di piccoli frutti vermigli e con un tronco grossissimo, ma che ad una certa altezza era tagliato.
Tremal-Naik e Kammamuri, dopo di avere esaminato scrupolosamente colonnato per colonnato per assicurarsi che dietro non celavasi alcuno, si sedettero vicino al tronco l’uno presso l’altro, colla carabina montata, posata sulle ginocchia.
- Qui qualcuno verrà, - disse il
cacciatore di serpenti
, sottovoce.
- Sfortuna al primo che giunge sotto il tiro della mia carabina.
- Credi adunque che gli esseri misteriosi che assassinarono Hurti, vengano qui? - chiese Kammamuri.
- Sono certissimo. Vedrai, maharatto, che prima di domani, noi sapremo qualche cosa.
- Ci impadroniremo del primo che viene e lo accopperemo.
- Secondo le circostanze. Orsù, silenzio ora, ed occhi bene aperti.
Trasse da una tasca una foglia somigliante a quella dell’edera, conosciuta in India sotto il nome di betel d’un sapore amarognolo e un poco pungente, vi unì un pezzetto di noce di arecche
e un po’ di calce e si mise a masticar questo miscuglio che vuolsi conforti lo stomaco, fortifichi il cervello, preservi i denti e curi l’alito. Passarono due ore lunghe come due secoli, durante le quali nessun rumore turbò il silenzio che regnava sotto la fitta ombra del gigantesco albero. Doveva essere la mezzanotte o poco meno, quando a Tremal-Naik, che tendeva per bene gli orecchi, sembrò di udire un rumore strano. Lo si avrebbe detto un rombo, simile a uno di quelli che precedono talvolta i terremoti, ma assai più sordo. Tremal-Naik si sentì invadere da una vaga inquietudine.
- Kammamuri - mormorò con un filo di voce. - Sta’ in guardia.
- Cos’hai veduto? - chiese il maharatto, trasalendo.
- Nulla, ma ho udito un rumore che mi è nuovo.
- Dove?
- Mi parve che venisse da sotto terra.
- È impossibile, padrone!
- Tremal-Naik ha gli orecchi troppo acuti per ingannarsi.
- Cosa pensi che sia?
- L’ignoro, ma lo sapremo.
- Padrone, qui c’è qualche terribile mistero.
- Hai paura?
- No, sono maharatto.
- Allora sveleremo ogni cosa.
In quell’istante, sotto terra, s’udì distintamente ripetersi il misterioso rombo. I due indiani si guardarono in volto con sorpresa.
- Si direbbe che qui sotto suonano qualche enorme tamburo, l'
hauk
per esempio, - disse Tremal-Naik.
- Non può essere altrimenti, - rispose Kammamuri.- Ma come mai viene da sotto terra? Che abbiano il loro asilo sotto la
jungla
, questi esseri misteriosi?
- Così deve essere, Kammamuri.
- Cosa facciamo, padrone?
- Rimarremo qui: qualche persona uscirà da qualche parte.
Tykora
! - gridò una voce.
I due indiani balzarono simultaneamente in piedi. Cosa strana, incredibile: quella voce era stata pronunciata così vicina a loro, da credere che la persona che l’aveva emessa fosse dietro le loro spalle.
Tykora ! - mormorò Tremal-Naik. - Chi pronunciò questo nome? Guardò attorno, ma non vide alcuno; guardò in alto, ma non scorse che i rami del banian
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behar bans, alti appena un metro, col fusto vuoto ma forte ed armato di lunghe spine, ed una varietà numerosa di altri bambù conosciuti comunemente nelle Sunderbunds
col nome generico di bans, i quali si stringevano così davvicino, che era d’uopo servirsi del coltello per aprirsi un passaggio.
Un uomo non pratico di quei luoghi si sarebbe senza dubbio smarrito in mezzo a quei giganteschi vegetali e si sarebbe trovato nell’impossibilità di fare un passo innanzi senza far rumore, ma Tremal-Naik, che era nato e cresciuto nella
jungla
, movevasi là sotto con sorprendente rapidità e sicurezza, senza produrre il menomo fruscìo. Non camminava, poiché ciò sarebbe stato assolutamente impossibile, ma strisciava simile ad un rettile, guizzando fra pianta e pianta, senza mai arrestarsi, senza mai esitare sulla via da scegliere. Ogni qual tratto egli appoggiava l’orecchio a terra ed era sicuro di non perdere le traccie dell’indiano che lo precedeva, trasmettendo il terreno, il passo di lui, per quanto fosse leggiero.
Aveva già percorso più d’un miglio, quando s’accorse che l’indiano erasi improvvisamente arrestato. Appoggiò tre o quattro volte l’orecchio, ma il terreno non trasmetteva alcun rumore, si alzò ascoltando con profonda attenzione, ma nessun fruscìo gli pervenne. Tremal-Naik cominciò a diventare inquieto.
- Cosa è succeduto? - mormorò egli, guardandosi d’attorno. - Che si sia accorto che io lo seguo? Stiamo in guardia!
Percorse ancora tre o quattro metri strisciando, poi alzò il capo, ma lo riabbassò quasi subito. Aveva urtato contro un corpo tenero che pendeva dall’alto e che erasi subito ritirato.
- Oh! - fe’ egli.
Un pensiero terribile gli attraversò il cervello. Si gettò prontamente da un lato sguainando il coltello e guardo in aria.
Nulla vide o almeno nulla gli parve di vedere. Eppure era sicuro di aver urtato contro qualche cosa, che non doveva essere una foglia di bambù.
Stette alcuni minuti immobile come una statua.
- Un pitone! - esclamo ad un tratto, senza però sgomentarsi.
Un fruscìo repentino erasi udito in mezzo ai bambù, poi un corpo oscuro, lungo, flessuoso, discese ondeggiando per una di quelle piante. Era un mostruoso serpente pitone, lungo più di venticinque piedi, il quale allungavasi verso il
cacciatore di serpenti
sperando di allacciarlo fra le sue viscose spire e stritolarlo con una di quelle terribili strette alle quali nulla resiste. Aveva la bocca aperta colla mascella inferiore divisa in due branche come i ferri d’una tenaglia, la forcuta lingua tesa e gli occhi accesi, che brillavano sinistramente fra la profonda oscurità.
Tremal-Naik s’era lasciato cadere per terra per non venire afferrato dal mostruoso rettile e ridotto in un ammasso d’ossa infrante e di carni sanguinolenti.
- Se mi muovo sono perduto, - mormorò egli con straordinario sangue freddo. - Se l’indiano che mi precede non s’accorge di nulla, sono salvo.
Il rettile era disceso tanto, che colla testa toccava la terra. Egli si allungò verso il cacciatore di serpenti
che conservava la rigidezza d’un cadavere, ondeggiò per qualche tratto su di lui lambendolo colla fredda lingua, poi cercò di farglisi sotto per avvolgerlo. Tre volte tornò alla carica sibilando di rabbia e tre volte si ritirò contorcendosi in mille guise, salendo e ridiscendendo il bambù attorno il quale erasi avvinghiato. Tremal-Naik fremente, inorridito, continuava a rimanere immobile facendo sforzi sovrumani per padroneggiarsi, ma appena vide il rettile alzarsi arrotolandosi in parte su se stesso, affrettossi a strisciare cinque o sei metri lontano. Credendosi ormai fuori di pericolo, s’era voltato per rialzarsi, quando udì una voce minacciosa a gridare:
- Cosa fai qui?
Tremal-Naik s’era prontamente alzato col coltello in pugno. A sette od otto metri di distanza, assai vicino al posto occupato dal rettile, era improvvisamente sorto un indiano di alta statura, estremamente magro, armato d’un pugnale e di una specie di laccio che finiva in una palla di piombo.
Sul petto portava tatuato il misterioso serpente colla testa di donna, contornato da alcune lettere del sanscrito.
Table des matières
Dans cette édition
- 01Full text
- 02I
- 03I
- 04- I
- 05- I
- 06- I
- 07- I
- 08- I
- 09- I
- 10- I
- 11- I
- 12I
- 13I
- 14I
- 15I
- 16- I
- 17I
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